<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593</id><updated>2011-08-02T16:28:06.365-07:00</updated><title type='text'>Psicologia del male</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>39</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-4677376909008051404</id><published>2011-01-13T03:17:00.000-08:00</published><updated>2011-03-17T03:42:47.816-07:00</updated><title type='text'>"Psicologia del male": il malvagio che è in noi</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-8w1kmzNZsu0/TYHlH3uZGQI/AAAAAAAAASM/k2iN43vnASc/s1600/gazzetta%2Bdi%2Bparma.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5584996936296503554" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 22px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-8w1kmzNZsu0/TYHlH3uZGQI/AAAAAAAAASM/k2iN43vnASc/s200/gazzetta%2Bdi%2Bparma.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;di Christian Stocchi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Di fronte a violenze, omicidi, stragi, scrutiamo increduli i volti dei colpevoli come se fossero animali rari, che nulla hanno a chefare con il genere umano. L'interpretazione è rassicurante. Ma sbagliata. La banalità del male si annida in ognuno di noi e i nostri comportamenti sono condizionati dal contesto molto più di quanto pensiamo. Lo spiega il ricercatore Piero Bocchiaro in "Psicologia del male". Prendete Adolf Eichmann, il nazista che curò le operazioni di trasporto degli ebrei verso i campi di concentramento, uno dei massimi responsabili dell'Olocausto: arrestato nel 1960 a Buenos Aires, fu processato l'anno dopo in Israele. La sua linea di difesa? "Ho obbedito agli ordini". I giudici lo condannarono a morte. Era un uomo terribilmente perverso? A chi lo visitò parve incredibilmente normale. Perché allora si macchiò di crimini così orribili?&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il 7 agosto '61 lo psicologo Stanley Milgram realizzò un esperimento scientifico, reclutando alcune cavie: persone normali di diverso carattere e varia estrazione sociale. Queste, assunto il ruolo di insegnante, avevano il compito di verificare la capacità di apprendimento di un (finto) allievo: gli errori dovevano essere puniti con una (finta) scarica elettrica per ordine di un (finto) psicologo. L'esito fu sorprendente: nessuno dei partecipanti, quando seppe in cosa consisteva l'esperimento, si rifiutò di partecipare. Tutti, ovviamente ignari della finzione, arrivarono a impartire scosse assai alte, la maggior parte proseguì fino alla fine, anche di fronte all'estrema sofferenza dell'allievo. L'obbedienza all'autorità (insieme ad altri aspetti psicologici decisivi, come la sequenzialità dell'azione) prevale sul precetto morale di non fare del male. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Bocchiaro richiama altri casi di laboratorio e spiega ad esempio perché in alcune situazioni tendiamo a non prestare soccorso al prossimo: paradossalmente ci sentiamo deresponsabilizzati quando tanti vedono una persona vittima di violenza. Richiamando fatti di cronaca, il ricercatore prova a spiegare anche che cosa si scatena in un gruppo di persone normali fino a trasformarlo in una banda di teppisti crudeli. L'autore ricorda anche l'esperimento svolto a Stanford, che vide miti studenti, alcuni dichiaratamente pacifisti, diventare carcerieri e prigionieri: fu sospeso dopo sei giorni perché la violenza stava diventando inarrestabile (ricordate i fatti di Abu Ghraib?). &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Conclusione: il contesto può trascinare anche persone tranquille a compiere atti violenti o malvagi. Attenzione, però: spiegare certi meccanismi psicologici non significa giustificare i responsabili, perché certi orrori gridano vendetta agli occhi degli uomini e di Dio (e comunque anche negli esperimenti ricordati esiste sempre una minoranza che si oppone). I crimini, insomma, restano crimini e vanno condannati. Ma la psicologia sociale ci aiuta a capire che siamo un impasto di luce e di ombra, di bene e di male, di paradiso e di inferno. E poi che i Cattivi e i Buoni esistono solo nelle favole.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-4677376909008051404?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/4677376909008051404'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/4677376909008051404'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2011/01/psicologia-del-male-il-malvagio-che-e.html' title='&quot;Psicologia del male&quot;: il malvagio che è in noi'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-8w1kmzNZsu0/TYHlH3uZGQI/AAAAAAAAASM/k2iN43vnASc/s72-c/gazzetta%2Bdi%2Bparma.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-2320680311836352358</id><published>2010-12-31T03:44:00.000-08:00</published><updated>2011-03-17T03:55:17.430-07:00</updated><title type='text'>Gli uomini e il male. Intervista a Piero Bocchiaro</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-anNUaQ_9TJw/TYHnRNHzOAI/AAAAAAAAASU/RR_vD8eDipY/s1600/caffe.png"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5584999295682295810" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 191px; CURSOR: hand; HEIGHT: 42px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-anNUaQ_9TJw/TYHnRNHzOAI/AAAAAAAAASU/RR_vD8eDipY/s200/caffe.png" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Una delle più grandi dicotomie esistenti nella vita quotidiana degli uomini è quella tra buoni e cattivi, bene e male. Piero Bocchiaro nel saggio Psicologia del Male (Laterza), prendendo spunto da quattro esperimenti classici della psicologia sociale, approfondisce le dinamiche con cui gli esseri umani scelgono il loro comportamento in determinate situazioni, ricostruendo i processi psicologici che si innescano. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;La teoria di fondo di questo saggio si basa su alcuni studi condotti negli anni Sessanta, da cui risulta che le diverse forme del male possono essere compiute da qualsiasi persona che si trovi in particolari circostanze. Esistono, quindi, alcune variabili contestuali che potremmo definire “chiave” per compiere azioni cariche di male?&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Esistono alcune variabili o forze di tipo sociale che, a prescindere dal periodo storico e dalla cultura, intervengono e spingono la persona ad agire in maniera crudele: l’obbedienza all’autorità, la diffusione di responsabilità, la de-individuazione, la de-umanizzazione, il conformismo. Nel mio libro mi soffermo sugli effetti di ognuna di esse, è chiaro però che nei contesti reali queste variabili possono presentarsi insieme, aumentando la loro influenza. Se ci troviamo, per esempio, in presenza di una folla, interverranno sia i processi di de-individuazione che quelli di diffusione della responsabilità.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nel suo libro parla, però, anche di alcune persone che hanno agito in maniera caritatevole, come ad esempio Perlasca, e che operano nell’interesse degli altri. Quali dinamiche si innescano, invece, in questi casi? Cosa può far scaturire l’empatia o quella che lei chiama “vicinanza” alle persone che hanno bisogno di aiuto?&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Esiste una minoranza di persone, una vera e propria micro categoria, che in una situazione in cui la maggioranza agirebbe verso il male, non sente il richiamo verso la cattiva azione. Queste persone vengono quindi considerate degli eroi, personalità fuori dal comune. In realtà, le persone che misero a repentaglio la propria vita per salvare gli ebrei, in base agli studi effettuati, non posseggono caratteristiche particolarmente diverse dalla media. Se noi conoscessimo a priori i profili di personalità di mille persone, non saremmo in grado di prevedere un comportamento eroico. E’ una questione, quindi, ancora molto aperta, lo stesso Prof. Miligram durante il suo esperimento effettuato negli anni Sessanta si chiese se le persone più caritatevoli e quelle che disobbedivano all’autorità per la salvaguardia della vittima possedessero fattori di personalità e un background diversi dagli altri, in realtà dai risultati non si evinsero sostanziali differenze. Gli studi che sto conducendo con il Prof. Zimbardo presso l’Università di Amsterdam sono rivolti alla comprensione delle dinamiche che scattano con la disobbedienza all’autorità nel caso sia reputata ingiusta. L’obiettivo è capire perché una minoranza di persone riesce a disobbedire. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il concetto chiave di disimpegno morale è preso in prestito dal Prof. Bandura ed è presente sia nei suoi studi che in quelli del Prof. Zimbardo, autore anche della prefazione al suo libro. Ci spiega in breve in cosa consiste e che peso ha sulla condotta delle persone?&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il disimpegno morale viene in soccorso a chi, una volta agito in maniera negativa, deve evitare il senso di colpa. Bandura ha studiato ognuna di queste strategie come la colpevolizzazione della vittima, o l’agire per un bene superiore, la diffusione della responsabilità. Ci sono tante armi che ognuno di noi ha e utilizza in buona fede. Avendo a disposizione queste giustificazioni, la persona che compie il male le usa per non sentirsi completamente colpevole e responsabile. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Alla luce dei fatti di cronaca nera accaduti in Italia negli ultimi anni (i delitti di Novi Ligure, Cogne, la strage di Erba, l’omicidio di Meredith Kercher e di Sara Scazzi e la scomparsa nell’ultimo mese di Yara Gambirasio), qual è il rapporto tra mezzi di comunicazione che raccontano questi episodi e il pubblico, si può arrivare a parlare di imitazione?&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La tv e la stampa usano l’attrazione del pubblico per gli eventi appetibili e “eccezionali” che fanno notizia. E’ difficile pensare a un rapporto causa-effetto diretto tra ciò che viene raccontato e i comportamenti crudeli di cui parliamo, in cui la causa è la tv e l’effetto è l’azione negativa. Per capire più a fondo le azioni bisogna sottolineare l’importanza del contesto in cui ci si trova, questo, infatti, è il messaggio finale del mio libro. Non credo però, per fortuna, che i mezzi di comunicazione di massa possano in definitiva essere demonizzati e incolpati davvero di ciò che di brutto accade e continua ad accadere in Italia e non solo. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Esistono alcuni percorsi concentrati sulla prevenzione di alcuni atteggiamenti negativi?&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Si tratta di temi molto caldi per la psicologia, che da sempre si è concentrata sullo studio dei lati oscuri e del male, per questo motivo ciò che riguarda il bene e i comportamenti eroici rappresenta una novità assoluta. Insieme a Zimbardo sto lavorando sulla concezione diversa di quella che viene chiamata “banalità del bene” in contrapposizione alla “banalità del male” di Anna Arendt. Se è vero che molti possono comportarsi in maniere malvagia, è anche vero che molti possono agire in maniera inaspettatamente eroica. Già il fatto quindi di possedere la convinzione che una persona possa comunque comportarsi in maniera molto altruistica rende quel comportamento più vicino. E’ chiaro che avere coscienza dei fenomeni psico-sociali, metabolizzarli e farli propri, mette in guardia dall’agire in maniera negativa. Riconoscere una situazione particolare, un’emergenza, e sapere normalmente cosa si dovrebbe fare, fa sì che non tutti, ma una buona percentuale, agisca nella maniera giusta. In definitiva quindi un primo passo da fare è mettere a conoscenza di questi fenomeni il maggior numero di persone per predisporli a usare strumenti utili alla sensibilizzazione.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;Rossella Pardi&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-2320680311836352358?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2320680311836352358'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2320680311836352358'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/12/gli-uomini-e-il-male-intervista-piero.html' title='Gli uomini e il male. Intervista a Piero Bocchiaro'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-anNUaQ_9TJw/TYHnRNHzOAI/AAAAAAAAASU/RR_vD8eDipY/s72-c/caffe.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-1612866615201909564</id><published>2010-08-29T01:28:00.000-07:00</published><updated>2010-09-29T01:38:40.965-07:00</updated><title type='text'>L'occasione fa' l'uomo aguzzino</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/TKL6uOsCirI/AAAAAAAAAR4/UjxlEIQfyLw/s1600/sapere3.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5522251765233388210" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 132px; CURSOR: hand; HEIGHT: 37px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/TKL6uOsCirI/AAAAAAAAAR4/UjxlEIQfyLw/s200/sapere3.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/TKL5kAc2dMI/AAAAAAAAARw/bXEOyVxaPIw/s1600/sapere.jpg"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;«Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!»: chi ha letto Il signore delle mosche ricorderà questa cantilena intonata dai protagonisti del romanzo prima di massacrare un ragazzo e di lanciarne un altro dal dirupo. Giovani studenti britannici, per chi non lo sapesse, ben educati, di buona famiglia, naufraghi su un’isola deserta in seguito a una tragedia aerea. William Golding racconta di un male che sguscia via dai confini cui siamo soliti relegarlo per penetrare in territori dalla segnaletica rifatta, dove bontà e malvagità si rimescolano rendendo difficile ogni previsione sulla condotta umana. Il male banale, insomma — come definito da Hannah Arendt —, che fa paura proprio perché nascosto dietro fattezze comuni. Se la violenza commessa da un individuo deviato rientra infatti nell’ordine naturale delle cose, quella perpetrata dalla categoria insospettabili finisce fatalmente col mettere paura perché scombussola l’idea di un mondo sotto controllo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di questi insospettabili ce ne sono parecchi, e purtroppo non solo in letteratura: i giornali ci raccontano continuamente delle atrocità commesse da cittadini-modello (quelle riguardanti le due maestre d’asilo di Pistoia rappresentano solo un esempio tra i più noti della recente cronaca italiana) e la storia ci consegna da sempre incarnazioni della banalità del male. Quella di Adolf Eichmann è con molta probabilità la più nota. Seppure indicato come esempio di psicologia ideale da uno psichiatra che ne esaminò la personalità — un altro, durante il processo di Gerusalemme, aggiunse «Più normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato» —, sul tenente colonnello delle SS pendevano quindici capi d’accusa per crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico. Eichmann, esile di corporatura, anonimo in viso, era responsabile delle operazioni di identificazione e trasporto degli ebrei verso i campi di sterminio, un compito assolto con tale meticolosità da assicurarsi che perfino i treni carichi di prigionieri viaggiassero in orario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto questo potrebbe già insinuare dei dubbi sulla plausibilità di un’idea (ampiamente condivisa nella nostra cultura) che vede la condotta umana come il prodotto esclusivo delle caratteristiche di personalità di chi la mette in atto. I dubbi potrebbero persino aumentare se si presta attenzione al messaggio che arriva dalla psicologia sociale: scienziati di fama internazionale (Stanley Milgram, Philip Zimbardo, John Darley, per citarne alcuni) hanno osservato in laboratorio gente comune, di varia età ed estrazione socioculturale, selezionata proprio perché i profili di personalità erano perfettamente nella norma, dare scosse elettriche letali a una vittima innocente, picchiare altri partecipanti, restare inerte dinanzi a una crisi epilettica di un giovane collega. In circostanze estreme, eccezionali, sembra dunque che si modifichi temporaneamente l’assetto cognitivo della persona al punto che questa tende a smarrire le doti morali di cui normalmente dispone, lasciandosi schiacciare dal potere della situazione immediata. Non importa allora conoscere in questi casi chi agisce, ma in quale contesto l’azione ha luogo. Nelle parole di Zimbardo, ideatore dell’Esperimento Carcerario di Stanford e tra i massimi esperti di Psicologia del Male:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le situazioni sociali possono avere sul comportamento e sul funzionamento mentale di individui, gruppi e leader nazionali effetti più profondi di quanto non crederemmo possibile. Alcune situazioni possono esercitare un’influenza così potente su di noi da indurci a comportarci in modi che non avremmo previsto, che non avremmo mai potuto prevedere. Il potere situazionale è importante soprattutto in contesti nuovi, in quelli, cioè, in cui le persone non possono fare appello a direttive precedenti per le loro inedite opzioni comportamentali. In tali situazioni le abituali strutture di ricompensa cambiano e le aspettative sono invalidate. Le variabili di personalità sono di scarsa utilità predittiva, perché dipendono dalle previsioni di azioni future elaborate sulla base di reazioni caratteristiche passate, in situazioni note, ma raramente nel tipo di situazione nuova che [si] affronta in quel momento [...]. Pertanto, ogniqualvolta cerchiamo di comprendere la causa di un comportamento strano, insolito, nostro o altrui, dovremmo partire dall’analisi della situazione. Dovremmo dare la precedenza alle analisi disposizionali (geni, tratti di personalità, patologie personali, e così via) solo quando il lavoro di investigazione basato sulla situazione non riesce a trovare un significato. Il mio collega Lee Ross aggiunge che tale approccio ci invita a praticare la «carità attribuzionale». Ciò significa non partire attribuendo all’agente la colpa dell’atto ma piuttosto, caritatevolmente, indagando per prima cosa la scena, alla ricerca di determinanti situazionali dell’atto .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Libero arbitrio e condotta razionale diventano allora illusioni quando la persona opera in contesti insoliti: qui, piuttosto, sono una serie di forze psicosociali a prendere il sopravvento e a orientare la maggior parte degli individui comuni verso il male, che a seconda dei casi può declinarsi nell’umiliazione, nella tortura, nell’uccisione di un altro essere umano. Gli scienziati sociali sono riusciti a identificare alcune di queste forze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La deindividuazione. «Per combattersi fra loro, i pulcini di una stessa chioccia si dipingono il volto di colori diversi»: questo proverbio vietnamita riesce a esemplificare con efficacia il concetto di deindividuazione e la sua potenziale violenza. Alcune situazioni sembrano spogliarci dell’identità personale, di ciò che solitamente siamo, facendoci sentire anonimi — succede ad esempio quando nessuno ci conosce, né si cura di farlo, o quando siamo parte di una folla o di un gruppo. In questi casi la condotta tende a non esser più guidata da valori interni ma da norme situazionali. L’anonimato produce una trasformazione del funzionamento cognitivo in seguito alla quale si assiste a una riduzione del senso di responsabilità personale, a uno spostamento dell’attenzione sul qui e ora, a un prevalere degli aspetti emotivi su quelli razionali; laddove il contesto dovesse giustificare un comportamento antisociale, un tale assetto porrebbe le premesse per la sua messa in atto. La deindividuazione inibisce dunque, pesantemente, le capacità logiche e le regole morali, favorendo un comportamento estremamente emotivo, irrazionale, regressivo. Robert Watson, antropologo all’università di Harvard, utilizzò numerosi resoconti di antropologi e psicologi per concludere che le torture, le mutilazioni o le uccisioni di esseri umani venivano compiute nell’80 per cento dei casi da guerrieri che si erano in precedenza deindividuati ricorrendo all’uso di maschere e di pitture su viso e corpo. Al contrario, chi prima della battaglia manteneva l’aspetto abituale tendeva a non infierire sulle vittime .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La deumanizzazione. La percezione di una similitudine tra sé e gli altri esseri umani rappresenta un ottimo deterrente contro la violenza. In alcuni casi, però, gli altri vengono percepiti al pari di oggetti o di entità subumane anziché come uomini. Deumanizzare vuol dire proprio categorizzare un altro individuo o gruppo sociale al di fuori della sfera umana. Tale processo comporta un cedimento degli standard morali della persona in seguito al quale diviene possibile agire in maniera crudele sul bersaglio, senza più provare alcun senso di colpa. Non è un caso che i nazisti raffigurassero gli ebrei come «topi» o che gli hutu considerassero i tutsi «scarafaggi»: una svalutazione così radicale avrebbe facilitato l’aumento progressivo delle azioni distruttive nei confronti di questi ex esseri umani, fino alla loro uccisione . Il potere dell’etichetta deumanizzante è stato chiaramente dimostrato in un esperimento condotto negli anni Settanta dal gruppo di ricerca di Albert Bandura . I partecipanti, studenti di psicologia suddivisi in tre condizioni sperimentali, avevano il compito di punire con delle scosse elettriche gli errori commessi da un gruppo di ragazzi impegnati nell’altro laboratorio a risolvere alcuni problemi (in realtà la stanza accanto era vuota). Prima di iniziare la prova, i partecipanti alla condizione deumanizzata sentivano l’assistente di Bandura definire gli altri di là «degli animali»; quelli nella condizione umanizzata e neutra, invece, erano rispettivamente esposti a un commento positivo («Sembrano dei bravi ragazzi») e a uno imparziale («I ragazzi sono pronti»). I risultati mostrarono che chi prese parte alla condizione deumanizzata agì in maniera decisamente più crudele rispetto ai partecipanti alla condizione neutra e umanizzata (questi ultimi mostrarono il più basso livello di aggressività).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il conformismo. A volte l’influenza esercitata dagli altri è così forte da indurre a modificare il proprio comportamento fino a uniformarsi ai criteri da questi stabiliti. Succede soprattutto in situazioni nuove e critiche, dove, non sapendo che fare, si utilizzano gli esperti come fonte di informazione su cui regolare la condotta; similmente, conoscendo le norme sociali di un determinato gruppo, si può decidere di agire in maniera rischiosa pur di piacere ed essere accettati. Il primo tipo di conformismo è definito informazionale, il secondo normativo, e la forza di entrambi risiede nell’aiuto offerto a chiunque voglia ovviare al proprio stato di insicurezza. Non è allora difficile immaginare che in situazioni ambigue, gruppali, critiche al punto da inibire il pieno utilizzo delle capacità logico-analitiche, molta gente giunga ad allineare la condotta personale a quella riprovevole della maggioranza pur di ricavare vantaggi psicologici, economici o sociali. Si tratta di un comportamento chiaramente divergente rispetto alla massima dell’etica della responsabilità — tema centrale nell’opera di Max Weber — visto che tiene in poco conto le ripercussioni (peraltro prevedibili) del comportamento stesso sulla vita di altri esseri umani. La pressione a conformarsi ha avuto un ruolo centrale nelle torture perpetrate dai militari americani sui detenuti iracheni ad Abu Ghraib. Privi di qualsiasi addestramento specifico, questi militari si ritrovarono a dover vigilare sui prigionieri di un carcere praticamente privo di regole. Nessuno sapeva bene come comportarsi e mancavano le direttive dall’alto. Bisognava però agire. La tensione nervosa, la scarsa lucidità, il caos e la totale anomia fanno emergere norme perverse cui la maggior parte degli individui si conforma per continuare a sopravvivere. C’è paura del rifiuto o della punizione da parte dei compagni qualora non ci si dovesse adeguare alla nuova regola, c’è il timore di non riuscire a sopravvivere in un contesto malato sentendosi costantemente insultati, fuori dal gruppo, devianti rispetto alla norma emergente che richiede spietatezza. L’azione più facile consiste allora nel copiare l’unico modello disponibile: quello della guardia che ha fatto la prima mossa, ritenuta solo per questa ragione la più esperta. L’azione di questo meccanismo — rafforzata dall’attivazione dei processi di deindividuazione, deumanizzazione, diffusione della responsabilità — ha spinto un gruppo di militari americani a torturare ripetutamente i prigionieri di Abu Ghraib, fino, nello specifico, a tenerli al guinzaglio, ad ammassarli nudi in una piramide umana, a colpirli con sedie e bastoni, a sodomizzarli con manici di scopa, a obbligarli in pose sessualmente esplicite, ad attaccarli a fili elettrici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La diffusione della responsabilità. Si tratta di un processo psicologico che contribuisce in maniera indiretta alla produzione del male. È il male dell’inazione, quello che riguarda la quasi totalità della gente che insieme ad altri assiste a una emergenza. In simili casi, la norma che spinge a soccorrere la vittima è indebolita non solo da timori egoistici (danno fisico, ad esempio, imbarazzo o coinvolgimento in interrogatori) ma anche — soprattutto, sarebbe meglio dire — dalla presenza degli altri potenziali soccorritori: poiché nessuno in particolare sente l’obbligo di intervenire, si innesca una diffusione della responsabilità accompagnata da una diffusione dell’eventuale biasimo per non aver preso alcuna iniziativa. In aggiunta, a volte è impossibile determinare come gli altri stiano reagendo all’emergenza — magari qualcuno ha già fatto qualcosa in favore della vittima. A peggiorare il quadro interviene l’ignoranza collettiva: quando tutti osservano e nessuno si muove, il messaggio implicito è che probabilmente la faccenda non è così seria. Il punto è che in casi come questo anche gli altri stanno cercando di comprendere la situazione, ignari che il loro indugiare rappresenta un modello di indifferenza per il resto degli astanti. La conseguenza di tutto ciò si manifesta, nella maggior parte dei casi, con il mancato intervento. Più volte nella cronaca recente si è fatto ricorso al cinismo degli astanti o al disorientamento valoriale e spirituale della società moderna per spiegare l’inazione di quanti hanno assistito a pestaggi e omicidi. Una spiegazione di senso comune che non tiene in nessuna considerazione le conoscenze, vecchie di decenni, della psicologia sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’obbedienza. È la propensione a sottomettersi agli ordini (anche immorali) di figure dotate dello status di autorità. Tali figure, considerate competenti e in grado di stabilire ciò che è moralmente lecito, si assumono in maniera inequivocabile la responsabilità di quanto accade, per cui, nella maggioranza della gente, nasce una coscienza sostitutiva in cui la lealtà alla figura autoritaria e la dedizione al compito assegnato si ritagliano uno spazio centrale. La sofferenza altrui viene svuotata di significato emotivo, specialmente se la vittima è fuori dal campo percettivo di chi esegue gli ordini. La distanza rende infatti astratto il dolore altrui, riduce l’imbarazzo e il senso di colpa nei confronti della vittima, ma anche la capacità di cogliere il nesso tra il proprio agire e le sue conseguenze. A riprova di ciò, Bocchiaro e Zimbardo , nell’ambito di un più ampio studio volto a indagare le ragioni sottostanti l’azione (dis)obbediente, hanno posto le figure di «vittima» e «carnefice» l’una di fronte all’altra così da stimolare tra loro un elevato contatto emozionale; parallelamente, la dislocazione nella stanza accanto della figura autoritaria avrebbe dovuto indebolirne il potere coercitivo. In linea con le ipotesi dei ricercatori, i dati hanno mostrato un tasso di obbedienza notevolmente ridotto (30 percento) rispetto al 65 percento riscontrato da Milgram nella condizione base del suo esperimento — qui era la vittima a essere isolata da un punto di vista fisico e psicologico, mentre l’autorità e chi eseguiva gli ordini condividevano lo stesso ambiente . Infine, l’obbedienza è alimentata dalla sequenzialità dell’azione: la persona resta cioè invischiata in un meccanismo perverso che le rende difficile disobbedire visto che non lo ha fatto fino a quel momento. L’eventuale decisione di arrestare il processo comporterebbe una tacita bocciatura della propria azione passata, nonché la necessità di trovare una giustificazione logica per il ritiro. Il costo è evidentemente elevato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La ricerca mostra che l’attivazione di uno solo dei processi finora descritti può essere sufficiente per sopprimere i normali vincoli morali e creare i presupposti per l’attuazione di condotte disumane anche in persone solitamente tranquille . È facile allora immaginare cosa può accadere quando, fuori dai laboratori di psicologia, tali processi si attivano in maniera combinata, magari in circostanze che legittimano la condotta antisociale. Tutto questo non va però interpretato come l’avamposto di un atteggiamento giustificazionista. Quantunque l’incastro delle dinamiche situazionali gli fu decisamente sfavorevole, sarebbe ingiusto sorvolare sullo zelo che contraddistinse l’operato di Adolf Eichmann — per citare un esempio tra i più tragici — nel corso della folle soluzione finale. Quest’uomo contribuì in maniera determinante al massacro di un intero popolo; condannarne la condotta è quantomeno doveroso. Il fatto però di disapprovare una condotta non deve impedire di spiegarne la genesi usando tutto l’equilibrio di cui si è capaci. L’output sarà rappresentato da affermazioni crudamente descrittive, che nulla hanno in comune con i giudizi morali sul dato empirico. Trae una conclusione impropria chi, ciononostante, volesse ostinarsi a cogliere in quelle affermazioni un sapore assolutorio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se dovessimo concludere qui l’analisi sulla psicologia del male, a emergere sarebbe l’immagine di un essere umano sovrastato da potenti fattori situazionali; una figura che soccombe in laboratorio come nella vita vera, incapace di tirarsi fuori dalle sabbie mobili dell’immoralità. Se però osserviamo i fatti con maggiore attenzione, ci accorgiamo che non sempre è così: in laboratorio come nella vita vera una minoranza di individui agisce sempre in maniera opposta agli altri, soccorrendo qualcuno in difficoltà, disobbedendo a degli ordini ingiusti e così via. La psicologia non conosce purtroppo queste figure, fatto salvo il loro profilo di personalità pressoché identico a quello del resto della popolazione. Si tratterebbe cioè di individui comuni, in grado però, in quel frangente, di agire in maniera coraggiosa e altruistica. Individui che, forse vittime di una credenza diffusa secondo cui gli eroi possiedono caratteristiche speciali, dichiarano sistematicamente di aver solo fatto il proprio dovere, che «chiunque in quella situazione avrebbe agito come me». Non sappiamo cosa spinga questa minoranza ad agire in maniera eroica. Possiamo però affermare che qualcosa ha attivato in loro i canali dell’empatia, del pensiero critico, del senso di giustizia, corsie preferenziali per attuare condotte sane; potrebbe anche essere stato un dettaglio il responsabile di tale attivazione, un aspetto marginale del contesto (una frase percepita appena, uno sguardo, un sorriso, un oggetto). La situazione immediata rappresenta dunque, ancora una volta, il fulcro della condotta. Ciò non vuol dire che il repertorio personale sia irrilevante: giungere in laboratorio equipaggiati di capacità riflessive ed empatiche, tratti altruistici, elevati standard morali aiuta, ma potrebbe non bastare – alcune di queste caratteristiche si riscontrano spesso tra chi si rende protagonista di condotte distruttive. Sarebbe semplicistico, d’altronde, credere che sia sufficiente sviluppare certe doti per proteggersi dal rischio di agire in maniera crudele. Sono molto potenti le situazioni, e lo dimostrano continuamente. Nel bene e nel male.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piero Bocchiaro&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-1612866615201909564?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1612866615201909564'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1612866615201909564'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/08/loccasione-fa-luomo-aguzzino.html' title='L&apos;occasione fa&apos; l&apos;uomo aguzzino'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/TKL6uOsCirI/AAAAAAAAAR4/UjxlEIQfyLw/s72-c/sapere3.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-2750850432101427506</id><published>2010-07-28T01:12:00.000-07:00</published><updated>2010-09-29T01:27:04.620-07:00</updated><title type='text'>Psicologia del bene e del male: chi sono i buoni e chi i cattivi?</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/TKL3sD5uovI/AAAAAAAAARo/jMZiKe7IwIc/s1600/stampa.it.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5522248429443392242" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 27px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/TKL3sD5uovI/AAAAAAAAARo/jMZiKe7IwIc/s200/stampa.it.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;28 luglio 2010&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Uno dei temi su cui si arrovellava lo psicoanalista tedesco di origine ebraica Erich Fromm, sollevato drammaticamente da quanto era avvenuto nei campi di concentramento nazisti, è come individui apparentemente normali, messi in condizioni idonee, possono diventare dei perversi, dei sadici, degli aguzzini. Altri, invece, sostiene Fromm, posti nelle medesime condizioni, non diventeranno mai dei perversi, non faranno mai del male (Fromm, L’amore per la vita). Cosa differenzia questi soggetti dai primi? E quali condizioni favoriscono l’espressione di una aggressività e distruttività latente? La psicoanalisi attuale, orientata in senso relazionale, e la psicologia sociale, stanno ancora cercando delle risposte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli studi attuali prendono in esame anche un altro tipo di violenze, che si consumano negli ambienti tipici della vita quotidiana: individui dall’aria insospettabile, bravi padri e madri di famiglia, piacevoli compagni che tengono conto dell’opinione dei vicini, possono reprimere una pulsione che non sarebbe socialmente accettata, talvolta si abbandonano a vere e proprie torture psicologiche nei confronti di colleghi di lavoro più vulnerabili, o viceversa, individui rispettabili sul posto di lavoro vivono situazioni familiari cariche di violenza, di odio, di vendetta. O ancora, cittadini impeccabili, benevoli con i bambini e gli animali, sono tuttavia in grado di manifestare aperta ostilità ed aggressività nei confronti dello straniero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si tratta di un deficit di empatia o la forza di certe situazioni è tale da condizionare i comportamenti dell’individuo? Per spiegare questi casi, e anche la “banalità del male” emersa dai racconti degli imputati al processo di Norimberga, l’orrore dei campi di concentramento a cui lui stesso è sfuggito fortunosamente da bambino, ma che hanno ingoiato la sua famiglia, lo psicoanalista francese Boris Cyrulnik parla di perversione “congiunturale”, diversa dalla perversione “strutturale” in quanto non sembra, almeno apparentemente, connessa ad un particolare percorso evolutivo: il perverso congiunturale manifesta una “serena” disposizione a fare del male solo quando ne ha l’occasione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si può intervenire, modificandola, su una situazione che esercita un effetto di pervertimento? Cyrulnik propone di agire sui discorsi culturali che permeano l’ambiente “malato”, incrementando la partecipazione attiva dei soggetti alla cultura, ai dibattiti, alle decisioni politiche. “Si vede, allora, che molti individui si meravigliano dei propri comportamenti precedenti o di ciò in cui hanno creduto” (Boris Cyrulnik, Autobiografia di uno spaventapasseri, Raffaello Cortina Editore). Al contrario, il perverso “strutturale”, con chiare carenze nello sviluppo emotivo, risponderà soltanto in modo perverso, qualunque sia l’ambiente relazionale o la situazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più drastica la posizione espressa da Phil Zimbardo, una delle figure più autorevoli della psicologia sociale contemporanea, già presidente dell’American Psychological Association, attualmente professore emerito alla Stanford University, e riproposta recentemente da Piero Bocchiaro, psicologo sociale formatosi alla Stanford University, autore del saggio “Psicologia del male” (Editori Laterza): chiunque, in particolari circostanze, può infierire contro un altro essere umano. “Compiere il male - sottolinea Zimbardo nella prefazione al saggio di Bocchiaro - vuol dire attuare in maniera intenzionale un comportamento che danneggi, oltraggi, umili, deumanizzi o distrugga una o più persone innocenti, mentre restano escluse da questa definizione le condotte che procurano sofferenza o morte in maniera accidentale. L’ipotesi di Zimbardo che annulla o quantomeno riduce lo scarto tra i buoni ed i cattivi, tra il bene ed il male, è stata testata in un famoso esperimento: nell’estate del 1971 Zimbardo, allora professore di psicologia alla Stanford University, realizzò l’Esperimento carcerario di Stanford, rivelando come un contesto carcerario possa innescare comportamenti riprovevoli nei soggetti coinvolti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zimbardo si prefiggeva di indagare il comportamento umano in un ambiente sociale in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. L'esperimento prevedeva l'assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, dei ruoli di guardie e prigionieri all'interno di un carcere simulato nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto. Fra 75 studenti universitari che risposero a un annuncio, furono scelti 24 maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati e meno inclini a manifestare comportamenti devianti; i giovani furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I prigionieri portavano ampie divise sulle quali era applicato un numero, mentre le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole che impedivano ai prigionieri di coglierne lo sguardo. I risultati di questo esperimento sono andati oltre le previsioni degli sperimentatori, rivelandosi particolarmente drammatici: i volontari che assumevano il ruolo di prigionieri tendevano ad identificarsi automaticamente nel gruppo dei prigionieri, in contrapposizione al gruppo delle guardie, mettendo in secondo piano o escludendo del tutto altri tipi di somiglianze e differenze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e barricandosi all’interno delle celle, presero a inveire contro le guardie; queste ultime risposero alle ingiurie cercando di intimidirli e umiliarli in vario modo; al quinto giorno i prigionieri mostravano segni evidenti di disagio emotivo e passività mentre il comportamento delle guardie scivolava pericolosamente verso il sadismo. A questo punto i ricercatori interruppero l'esperimento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Assumere un ruolo di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere, induce ad accettare le regole dell'istituzione come unico valore, indebolisce il senso di responsabilità personale riguardo alle conseguenze delle proprie azioni, alimentando l’espressione di impulsi antisociali. Zimbardo utilizza l’Esperimento carcerario di Stanford come modello per comprendere le dinamiche che possono verificarsi in altre situazioni - anche un innocuo ambiente lavorativo come un ufficio può trasformarsi in una prigione opprimente, con vittime designate da una parte e kapò dall’altra - e suggerisce la necessità di un cambiamento di paradigma dal modello medico prevalente focalizzato sull’individuo che compie il male verso una maggiore attenzione alle condizioni del sistema che supporta e mantiene l’abitudine al male.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'importanza degli studi di Zimbardo è stata riproposta dalle tristi vicende del carcere di Abu Graib. Era l’aprile del 2004 quando i media di tutto il mondo diffusero le immagini della galleria di orrori di cui si erano resi responsabili i soldati americani nei confronti dei prigionieri iracheni che vi erano detenuti. Nel 2004, Zimbardo ha testimoniato presso la corte marziale in difesa del sergente Ivan “Chip” Frederick, una guardia della prigione di Abu Graib, sostenendo che la pena relativa a Frederick doveva essere valutata tenendo conto delle pressioni ambientali subite dal militare, con le aggravanti di un addestramento e di una supervisione molto limitati (a Frederick è stata inflitta una pena di 8 anni).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra le variabili situazionali che innescano un processo di “deindividuazione”, l’effetto “folla” è tra i più sconvolgenti: una folla inferocita o in preda al panico può divenire incontrollabile, scavalcando argini, pressando, calpestando qualunque cosa, qualunque persona si trovi sul suo cammino. “La massa psicologica è una creatura provvisoria, composta di elementi eterogenei saldati insieme per un istante, esattamente come le cellule di un corpo vivente formano, riunendosi, un essere nuovo con caratteristiche ben diverse da quelle che ciascuna di queste cellule possiede”, scriveva lo psicologo e sociologo francese Gustave Le Bon nel saggio del 1895 “Psicologia delle folle”. Gli esempi non mancano: dalla tragedia dell’Heysel, il massacro perpetrato dagli hooligan alla finale della Coppa dei Campioni dell’85, alla tragedia più recente, avvenuta il 24 luglio scorso al festival techno di Duisburg dove la micidiale ressa dei partecipanti divenuti una massa fisica (e forse anche psicologica), ha provocato una ventina di morti e centinaia di feriti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ammesso che il male agisca fuori e dentro di noi, cosa sappiamo del bene? Alla banalità del male, Zimbardo oppone la ordinarietà del bene. Gli eroi sono in genere eroi della vita quotidiana, i quali in particolari situazioni si coinvolgono in azioni straordinarie. Osserva Zimbardo, si tratta di individui ancora poco noti alla psicologia, che preferisce indagare menti criminali, intriganti maggiormente l’immaginario comune: è indubbiamente più facile identificarsi con l’aggressore, con colui che esercita un potere sull’altro, mentre colui che fa del bene ispira anche una certa diffidenza, come se l’attenzione per l’altro fosse già di per sé sospettabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma siamo tutti eroi pronti a fare del bene quando se presenta l’occasione? O essere dalla parte del prossimo richiede particolari competenze emozionali, un training emotivo che porta a riconoscere una comune vulnerabilità, una “conversione al bene”, la scelta consapevole tra diverse e a volte contrastanti opzioni?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rosalba Miceli&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-2750850432101427506?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2750850432101427506'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2750850432101427506'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/07/psicologia-del-bene-e-del-male-chi-sono.html' title='Psicologia del bene e del male: chi sono i buoni e chi i cattivi?'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/TKL3sD5uovI/AAAAAAAAARo/jMZiKe7IwIc/s72-c/stampa.it.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-6535674496085482732</id><published>2010-07-07T06:19:00.000-07:00</published><updated>2010-07-13T06:38:21.211-07:00</updated><title type='text'>Siamo tutti potenziali carnefici</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/TDxn-1EmTXI/AAAAAAAAAQ4/Pn9OQc-Evp0/s1600/galileonet.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5493379974581079410" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 69px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/TDxn-1EmTXI/AAAAAAAAAQ4/Pn9OQc-Evp0/s200/galileonet.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:arial;font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;7 luglio 2010&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Arial;font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Chi è ancora convinto che il mondo si divida in buoni e cattivi sarà costretto a ricredersi: analizzando quattro fatti di cronaca più o meno recente in parallelo a esperimenti di psicologia sociale, Piero Bocchiaro ci suggerisce come il male possa essere più vicino di quanto non ci piaccia pensare, annidato da qualche parte dentro di noi, magari nascosto ma pronto a venire allo scoperto nelle situazioni più inaspettate. Con uno stile efficace e accessibile anche ai profani, l’autore ci accompagna in un sorprendente viaggio alla scoperta della crudeltà umana, dimostrando, pagina dopo pagina, una verità ostica da digerire: ciascuno di noi è un potenziale carnefice. Si, perché la violenza estrema non deriva da un’anomalia individuale o da un tratto di personalità, ma è il risultato di processi psicologici che avvengono in persone normali in circostanze eccezionali. «Sembra che la malvagità non sia appannaggio esclusivo di individui devianti o pazzi, ma che chiunque possa infierire contro un altro essere umano. Alla classica dicotomia tra bene e male, che ci era sicuramente più congeniale perché ci permetteva un orientamento facile negli intrecci della morale» l’autore preferisce un’ottica situazionista, cioè una spiegazione del comportamento imperniata su variabili di contesto piuttosto che su presunte disposizioni permanenti del soggetto agente. Ma nessuna concessione al giustificazionismo. Spiegare non è assolvere, per quanto la comprensione possa aprire le porte al perdono.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il libro è articolato in sezioni “Quando l’obbedienza è distruttiva: il caso Eichmann” è un aggiornamento essenziale al lavoro già svolto a suo tempo da Hannah Arendt su Eichmann, l’ufficiale delle SS responsabile dello sterminio di sei milioni di ebrei. Qui scopriamo, non senza una certa inquietudine, che la condotta di Eichmann rappresenta la regola piuttosto che l’eccezione: le ricerche dimostrano infatti che un qualsiasi individuo stretto tra la regola d’obbedienza e il principio di autorità non esiterà a somministrare scosse elettriche d’intensità sempre maggiore a una vittima innocente. Di qui la denuncia dei pericoli insiti in una società burocratica in cui l’individuo tende a delegare all’autorità e a perdere il senso del proprio agire. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Spunto della seconda sezione è il delitto Genovesi, perpetrato a New York una notte del 1964 sotto gli occhi di trentotto testimoni inerti. È un copione che si ripete anche nel nostro paese: per strada una donna viene aggredita e nessuno interviene; la notizia provoca scalpore e indigna le coscienze. Eppure pochi si interrogano su che cosa abbia potuto pensare o provare chi si è trovato coinvolto. Una negligenza che spiega anche alcuni pregiudizi diffusi, primo tra tutti quello che i luoghi più frequentati sarebbero anche i più sicuri. Al contrario di quanto si possa pensare, in effetti, la probabilità di ricevere aiuto in caso di pericolo è maggiore in una strada semideserta che non in una via affollata, e ciò perché gli eventuali soccorritori sono inibiti dall’idea che qualcun altro interverrà al suo posto. A entrare in gioco è la diffusione della responsabilità, una delle variabili situazionali che dovremmo imparare a riconoscere se vogliamo diminuire il rischio di agire contro le nostre convinzioni morali o di non agire affatto in situazioni di emergenza. Tra le variabili situazionali che immettono sul sentiero della malvagità va almeno segnalata, per il suo chiamarci direttamente in causa, “l’etichettamento eufemistico” per cui per esempio una guerra viene ribattezzata “intervento umanitario” o “missione di pace”. Ci viene in mente qualcosa? Non condividiamo forse almeno in parte anche noi la responsabilità di una generale inazione?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Anche la finestra successiva inizia con un ritmo da cronaca che c’introduce stavolta alla tragedia dell’Hysel, il massacro perpetrato dagli hooligans alla finale della Coppa dei Campioni dell’85. Sotto il riflettore dello psicologo sociale entra la massa che spoglia l’individuo della propria identità facendogli perdere cognizione di azioni e responsabilità. Non succede soltanto ai tifosi, ma anche alle più insospettabili, brave ragazze, che se poste in condizioni di anonimato sono pronte a godere nell’infliggere sofferenze gratuite a persone contro cui non hanno alcun motivo di acrimonia. Ricordando Pirandello, Freud e Le Bon dobbiamo allora ammettere che non siamo uno ma centomila, che ospitiamo dentro di noi impulsi distruttivi e che siamo pronti ad annegare la nostra coscienza personale nel mare della folla. L’invito è allora a imparare a conoscersi. Soltanto familiarizzandoci con il nostro lato oscuro darci la possibilità di lavorare per l’elevazione della coscienza morale. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;L’ultimo caso che viene analizzato è anche il più recente: le carceri di Abu Gharib. Era l’aprile del 2004 quando le televisioni di tutto il mondo diffusero notizia della galleria di orrori di cui si erano resi responsabili i soldati americani infliggendo ogni genere di tortura ai prigionieri iracheni. L’autore ne fu turbato, ma non sorpreso, dal momento che già trent’anni prima un esperimento dell’università di Standford aveva rivelato che genere di azioni turpi possono essere indotte da un contesto carcerario. Più sorpreso sarà il lettore di scoprire le condizioni di vita degli agenti penitenziari che lavorano a pieno ritmo tra cadaveri e spazzatura, dormono con i topi in celle di due metri per tre e sono continuamente esposti agli assalti dei detenuti. Se si può essere al contempo aguzzini e buoni padri di famiglia è perché la malvagità è provocata da una situazione ed è propria dell’(in)azione, non dell’individuo che la compie. Per fortuna le situazioni non rivelano solo i nostri lati più oscuri, e cosi come non occorre essere perversi per compiere azioni perverse, neppure occorre essere eroi per compiere azioni eroiche. Arrivati alla fine del libro possiamo tirare un sospiro di sollievo. E prepararci a nuove scoperte… &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Fratello minore de La banalità del male della Arendt, il libro è insieme una requisitoria sulla morale tradizionale e un inno all’etica della responsabilità di weberiana memoria. Sfata più di un luogo comune, istiga molti, salutari dubbi e ci obbliga a rivedere il nostro giudizio su noi stessi e sugli altri. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Luisa De Paula&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-6535674496085482732?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/6535674496085482732'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/6535674496085482732'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/07/siamo-tutti-potenziali-carnefici.html' title='Siamo tutti potenziali carnefici'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/TDxn-1EmTXI/AAAAAAAAAQ4/Pn9OQc-Evp0/s72-c/galileonet.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-4315983579377746860</id><published>2010-06-19T02:54:00.000-07:00</published><updated>2010-06-19T04:00:17.765-07:00</updated><title type='text'>Italiani di Frontiera: l'importanza di ragionare fuori dagli schemi</title><content type='html'>Roberto Bonzio, giornalista curioso come lui stesso si definisce, è l'ideatore di Italiani di Frontiera. In un talk di 18 minuti (&lt;a href="http://www.italianidifrontiera.com/"&gt;http://www.italianidifrontiera.com/&lt;/a&gt;), Roberto ci parla dell'importanza di superare e sovvertire regole e convenzioni, percorrendo nuovi territori. Parla anche del male, del ruolo del pensiero critico nel contrastarlo, e fa riferimento agli studi di Zimbardo e a "Psicologia del male". Il successo del suo progetto è testimoniato dal crescente interesse dei media nonchè dai 25 eventi che hanno finora ospitato presentazioni di IdF.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-4315983579377746860?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/4315983579377746860'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/4315983579377746860'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/06/italiani-di-frontiera-limportanza-di.html' title='Italiani di Frontiera: l&apos;importanza di ragionare fuori dagli schemi'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-2194057065041779989</id><published>2010-05-02T04:44:00.000-07:00</published><updated>2010-05-13T11:34:30.604-07:00</updated><title type='text'>Defying Unjust Authority: An Exploratory Study</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S-vnMdfZe5I/AAAAAAAAAQw/Uzzbg-_zJmM/s1600/CurrentPsych.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5470720373632367506" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 135px; CURSOR: hand; HEIGHT: 194px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S-vnMdfZe5I/AAAAAAAAAQw/Uzzbg-_zJmM/s200/CurrentPsych.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La rivista scientifica americana &lt;em&gt;Current Psychology&lt;/em&gt; pubblica uno studio di Bocchiaro e Zimbardo sulla disobbedienza all'autorità (2010, Vol. 29, Issue 2). &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Lo studio, tra i primi al mondo su questo tema, fa luce sui momenti che precedono la scelta dei partecipanti, tentando di rispondere a una serie di interrogativi, tra cui: quali sono i tratti di personalità che differenziano gli obbedienti dai disobbedienti? Cosa succede in quegli attimi? Quali sensazioni si accompagnano alla decisione di (dis)obbedire? Che tipo di percorso mentale la precede? &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;Poiché l'attenzione è rivolta al rapporto individuo-autorità ingiusta (una persona, cioè, che impartisce al singolo degli ordini immorali), la disobbedienza in simili contesti rappresenta la condotta auspicabile. Il progetto di ricerca è attualmente in corso di svolgimento alla Free University di Amsterdam.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-2194057065041779989?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2194057065041779989'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2194057065041779989'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/05/defying-unjust-authority-exploratory.html' title='Defying Unjust Authority: An Exploratory Study'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S-vnMdfZe5I/AAAAAAAAAQw/Uzzbg-_zJmM/s72-c/CurrentPsych.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-9091759103862673144</id><published>2010-04-04T08:35:00.000-07:00</published><updated>2010-04-19T09:03:38.796-07:00</updated><title type='text'>Viaggio nella bassa umanità</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S8x97P4MgAI/AAAAAAAAAQo/8apgNM-x0XQ/s1600/basilico.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5461878904921554946" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 42px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S8x97P4MgAI/AAAAAAAAAQo/8apgNM-x0XQ/s200/basilico.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S8x86m2NgTI/AAAAAAAAAQg/r4PN_S5LwFs/s1600/Basilic.jpg"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Si chiama “Psicologia del male” (Edizioni Laterza, 2009) l'ultimo libro dell'autore siciliano Piero Bocchiaro, 37 anni, psicologo sociale alla Libera Università di Amsterdam e autore di un testo davvero importante.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il libro, che tocca un argomento davvero molto importante, si apre con la prefazione curata da Phil Zimbardo, psicologo statunitense di 67 anni, figlio di due immigranti siciliani, cresciuto nel Bronx a New York dove ha frequentato la Monroe High School assieme a Stanley Milgram. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Ben 144 pagine, così suddivise: dalla prefazione di Phil Zimbardo alla premessa, poi il primo capitolo: “Il male e il potere della situazione”. Il secondo, “Quando l'obbedienza è distruttiva: il caso Eichmann”. A seguire: “Inerti di fronte a un dramma: il delitto Genovese”. Il quarto parla di “Anonimi in mezzo alla folla: la tragedia dell'Heysel”. Il penultimo capitolo parla di “Uomini in contesti estremi: le torture di Abu Ghraib”, ed infine il sesto, “Il volto ordinario del male (e del bene)”.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Molte le testate giornalistiche che si sono occupate di questo libro, da “La Stampa” a “Donna Moderna”, passando per “La Sicilia”,“La Repubblica”,“Il Messaggero”e il più recente ultimo numero di “Focus Extra”. La prima edizione del libro “Psicologia del male” è andata subito esaurita. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«La concezione predominante nella nostra cultura - ci rivela l'autore, Piero Bocchiaro - è che le azioni crudeli siano l'esito della personalità o del patrimonio genetico di chi le compie. Seguendo questa logica, se vogliamo comprendere le ragioni di simili condotte dovremo necessariamente scavare all'interno di questi individui. La popolarità di tale idea è legata ai benefici che ne derivano sia per il sistema, che così viene alleggerito dalla responsabilità di aver creato i presupposti all'attuazione del male, sia per chi non ha ancora agito in maniera cattiva, che così può continuare a credere di essere diverso da quegli altri. In Psicologia del Male metto in discussione proprio questa tesi, sostituendola con una visione in cui chiunque, in determinate circostanze, può infierire contro un altro uomo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Sembra che quando noi esseri umani ci ritroviamo in contesti insoliti ed estremi diventiamo particolarmente vulnerabili al potere delle forze presenti nella situazione, al punto che tali forze prendono il sopravvento orientandoci verso condotte di segno negativo, inimmaginabili sulla base delle abituali caratteristiche di personalità.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;All'interno di ciascun individuo esiste dunque un potenziale di crudeltà - in qualche caso anche abbondante - che aspetta di emergere non appena si presenta l'occasione giusta».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Claudio Buono&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-9091759103862673144?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/9091759103862673144'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/9091759103862673144'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/04/viaggio-nella-bassa-umanita.html' title='Viaggio nella bassa umanità'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S8x97P4MgAI/AAAAAAAAAQo/8apgNM-x0XQ/s72-c/basilico.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-2917816543700633854</id><published>2010-03-24T13:40:00.000-07:00</published><updated>2010-03-24T13:58:42.779-07:00</updated><title type='text'>Terroni</title><content type='html'>&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5452303303464171858" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 124px; CURSOR: hand; HEIGHT: 200px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S6p494qruVI/AAAAAAAAAQY/XVkv0A2t-h0/s200/terroni2.jpg" border="0" /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Pino Aprile, giornalista e scrittore, ex vicedirettore di &lt;em&gt;Oggi&lt;/em&gt; e direttore di &lt;em&gt;Gente&lt;/em&gt;, con questo libro interviene in un dibattito dai toni sempre più accesi: il conflitto tra Nord e Sud. Percorrendo la storia di quelli che per alcuni è conquista, per altri liberazione, l'autore porta alla luce una serie di fatti che, nella retorica dell'unificazione, sono stati volutamente rimossi e che aprono una nuova, interessante, a volte sconvolgente finestra sulla facciata del trionfalismo nazionalistico. &lt;em&gt;Terroni&lt;/em&gt; è un libro sul Sud e per il Sud, la cui conclusione è che, se centocinquant'anni non sono stati sufficienti a risolvere il problema, vuol dire che non si è voluto risolverlo. Come dice l'autore, le due Germanie, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla Guerra Fredda e da un muro, in vent'anni sono tornate una. Perché da noi non è successo? &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Con Pino abbiamo discusso a lungo su questo tema; nei due capitoli finali del libro potete leggere il mio intervento su queste questioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-2917816543700633854?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2917816543700633854'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2917816543700633854'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/03/terroni.html' title='Terroni'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S6p494qruVI/AAAAAAAAAQY/XVkv0A2t-h0/s72-c/terroni2.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-3033467556345266028</id><published>2010-03-03T01:48:00.000-08:00</published><updated>2010-03-03T02:58:33.693-08:00</updated><title type='text'>Siamo buoni o cattivi?</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S44-j1QjFBI/AAAAAAAAAQI/Npqi965K_Jk/s1600-h/focusextra.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5444357784850338834" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 53px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S44-j1QjFBI/AAAAAAAAAQI/Npqi965K_Jk/s200/focusextra.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;n. 43, primavera 2010, pp. 22-25&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;È la società a farci diventare cattivi? O, al contrario, tiene a freno il &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;nostro istinto malvagio? Di certo, in una stessa situazione c'è chi si comporta da eroe e chi compie atti orrendi. La scelta è personale.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Indulgere in un vizio qualunque (che sia la ricerca continua del piacere sessuale o di quello culinario) non significa ovviamente essere cattivi. Ci sono però casi in cui la dipendenza da un comportamento negativo può rendere malvagia una persona, inducendola perfino a uccidere.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;Dipende dalle circostanze.&lt;/strong&gt; Ma perché siamo cattivi? Da secoli filosofi e pensatori si interrogano su questo; Thomas Hobbes, filosofo inglese del XVII secolo, diceva che l'uomo nasce cattivo e solo la società riesce a tenere a freno la sua malvagità. Jean-Jacques Rousseau, al contrario, credeva che la natura umana fosse benevola e che fosse proprio la società a corrompere l'uomo. "In realtà, l'essere umano è ambivalente, cioè capace di altruistici atti eroici ma anche di orrori e atrocità. Il che equivale a dire che l'uomo è cattivo potenzialmente così come è potenzialmente buono" spiega Piero Bocchiaro, psicologo sociale alla Libera Università di Amsterdam e autore di un libro sull'argomento. "Spesso dipende dal contesto. In situazioni particolarmente difficili una persona può comportarsi in modo crudele, forse perché l'altruismo necessita di un grande sforzo. Guerre, catastrofi, minacce, prigionie possono trasformare l'uomo in un eroe ma anche in un demonio".&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;Il male al microscopio.&lt;/strong&gt; Per verificare come le condizioni ambientali possano tirare fuori il lato peggiore di un individuo, lo psicologo americano Philip Zimbardo ha condotto nel 1971 un esperimento rimasto celebre, lo Stanford Prison Experiment. i ricercatori della sua équipe fecero costruire una piccola prigione nel seminterrato del dipartimento di Psicologia dell'Università di Stanford e vi portarono 24 studenti volontari, selezionati in modo che nessuno presentasse problemi psicologici: metà degli studenti ebbe il ruolo di prigionieri e l'altra metà di guardie. L'esperimento di simulazione doveva durare due settimane ma fu interrotto dopo sei giorni, perché le guardie diventarono carnefici pronti a infliggere punizioni umilianti, e i prigionieri ribelli pronti alla fuga ma incapaci di comportamenti solidali con i compagni di sventura. Del resto, i recenti avvenimenti di Haiti hanno generato, oltre a una gara di solidarietà che ha coinvolto tutto il mondo, anche violenze, razzie e soprusi causati dalla fame e dalla disperazione, oltre che dalla mancanza di scrupoli. "Non tutti però in casi come questi hanno le stesse reazioni estreme (e negative). Ma non siamo in grado di dire perché, a parità di condizioni, alcuni si comportino bene e altri male. Esistono però alcuni tipi di 'conoscenze' che possono frenare la tendenza al male. Una di queste è la consapevolezza di quanto siamo vulnerabili alle varie situazioni, un'altra la tendenza a riflettere. Un temperamento flessibile, pronto cioè a mettere in discussione tutto, aiuta" continua Bocchiaro.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;A cosa serve il bene? &lt;/strong&gt;In ogni caso, secondo alcuni evoluzionisti, la storia della specie umana ha selezionato l'altruismo come comportamento utile alla sopravvivenza, rafforzando la cooperazione e lo spirito di sacrificio. Lo scrisse lo stesso Charles Darwin nel 1851: "Una tribù con molti membri pronti ad aiutarsi reciprocamente e a sacrificare se stessi per il bene comune, sarebbe vittoriosa sulla maggior parte delle altre tribù". Del resto, negli esseri umani l'altruismo non è solo rivolto ai parenti e agli amici ma anche a estranei, spesso senza che ci sia alcun tornaconto. Anche l'empatia, la capacità di comprendere ciò che gli altri stanno provando, serve per mettersi nei panni di chi abbiamo davanti. Si ritiene che questa attitudine, che si sviluppa con l'educazione, dipenda dai cosiddetti neuroni specchio che, presenti nel cervello dei primati e forse anche dell'uomo, si attivano non solo quando viviamo un'emozione ma anche quando la osserviamo in qualcun altro.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;Anche l'etica è culturale. &lt;/strong&gt;Forse, proprio su questa radice biologica è nata la capacità di dare un giudizio etico ai comportamenti degli individui. "Nel corso della storia, l'umanità ha sviluppato culture che permettono di formulare giudizi morali su cosa sia bene e cosa sia male" racconta Giovanni Boniolo, docente di Filosofia della scienza all'Università di Milano. All'inizio del percorso intrapreso dall'uomo, l'unico scopo della vita era quello di sopravvivere all'ambiente, poi di dare sicurezza ai figli e, con il tempo, al resto del gruppo. "Il problema, però, è che talvolta ciò che è bene per qualcuno non lo è per qualcun altro. Tutto dipende dalla cultura, dalle tradizioni, dalla struttura sociale in cui un individuo cresce" prosegue il docente. Basti pensare all'uso di molti Paesi di tenere le donne soprattutto in casa e di non farle uscire dopo il tramonto, una tradizione che ha sicuramente un valore sociale coerente con la cultura di quelle popolazioni ma che, almeno in qualche caso, può diventare una limitazione della libertà individuale.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;Libero arbitrio. &lt;/strong&gt;C'è poi un'altra questione: "anche se sappiamo che un'azione è sbagliata, possiamo sempre decidere se commetterla o meno" fa notare Boniolo. Il male è infatti spesso una scelta: si mette in atto consapevolmente ciò che conviene e il conflitto viene aperto con l'intento di annullare l'altro. Si può agire con una frase pungente, pensata e poi detta apposta per ferire, fino ad arrivare a un assassinio. Perché? Gli scienziati, proprio come i filosofi, non hanno una risposta.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Paola Grimaldi&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-3033467556345266028?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/3033467556345266028'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/3033467556345266028'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/03/siamo-buoni-o-cattivi.html' title='Siamo buoni o cattivi?'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S44-j1QjFBI/AAAAAAAAAQI/Npqi965K_Jk/s72-c/focusextra.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-5113974270356742247</id><published>2010-02-28T03:04:00.000-08:00</published><updated>2010-03-03T03:11:44.907-08:00</updated><title type='text'>Totò: l'autorità nel/del cinema italiano</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Riporto un articolo scritto dal mio amico e collega Salvo Cianciabella su Totò, figura analizzata splendidamente dal punto di vista della psicologia sociale. Scrive Salvo: "Se solo avessimo 'studiato' a scuola Totò e le tecniche ed i principi di persuasione da lui adottati, a quest’ora saremmo tutti un po’ più svegli, e magari potremmo usare le stesse tecniche ma per scopi più benevoli..."&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.antoniodecurtis.org/toto_autorita_nel_cinema_italiano.htm"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;http://www.antoniodecurtis.org/toto_autorita_nel_cinema_italiano.htm&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-5113974270356742247?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/5113974270356742247'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/5113974270356742247'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/02/toto-lautorita-neldel-cinema-italiano.html' title='Totò: l&apos;autorità nel/del cinema italiano'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-3611359690224324932</id><published>2010-02-10T06:35:00.000-08:00</published><updated>2010-02-17T06:43:47.023-08:00</updated><title type='text'>Il volto ordinario del male</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S3v_Wy-m9yI/AAAAAAAAAQA/WDQLVRn2MRA/s1600-h/step1.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5439221742086584098" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 75px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S3v_Wy-m9yI/AAAAAAAAAQA/WDQLVRn2MRA/s200/step1.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Che faccia ha il “mostro”? Perché il vicino di casa diventa un assassino? Piero Bocchiaro, docente di origini palermitane, cerca di spiegare cosa si cela dietro la violenza umana nel suo libro “Psicologia del male”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pestaggi, stupri di gruppo, uccisioni. È il male a fare notizia, il male nelle sue sfaccettature varie che si presenta all’ora di pranzo o di cena, in un qualsiasi telegiornale. Alla descrizione dell’episodio segue un commento o a volte un tentativo di spiegazione che sempre più spesso ci appare goffo, lasciandoci insoddisfatti. Ci accorgiamo che il violentatore o l’omicida non hanno le fattezze da mostro che si pensava dovessero possedere. Ci rendiamo conto che le teorie costruite per aiutarci a fare chiarezza non sono, spesso, che luoghi comuni e pensieri tradizionali. Per chi vuole capire, allora, non resta che ricominciare daccapo. Magari facendosi le domande giuste e cercando le risposte in territori nuovi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa spinge una persona comune a compiere un’azione crudele? Lo chiediamo a Piero Bocchiaro, esperto di psicologia sociale e autore di “Psicologia del male” (Laterza, 2009). «La spiegazione va cercata, in molti casi, nella situazione in cui l’individuo si ritrova ad agire anziché nella sua personalità. Gente comune viene imbrigliata in un vortice di forze presenti nel contesto immediato che orientano verso il male. Nessuno ne parla perché nessuno ha coscienza di queste forze. Mi riferisco ad esempio al conformismo o alla deumanizzazione, solo per citarne un paio». Noi esseri umani siamo dunque vulnerabili — più di quanto amiamo credere — al potere della situazione e in molti casi, soprattutto quando la situazione è insolita ed estrema, agiamo guidati dalle norme che si attivano in quel microcontesto anziché dai nostri abituali canoni morali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il libro di Bocchiaro sta riscuotendo un grande successo anche tra i non addetti ai lavori, grazie all’unione di una tesi innovativa con un linguaggio sempre chiaro ed elegante. Il tutto introdotto da &lt;/span&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Philip_Zimbardo" target="_blank"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Philip Zimbardo&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;, figura tra le più autorevoli nel panorama della psicologia mondiale, che per l’appunto firma la prefazione al libro. «Sì, Zimbardo ed io ci conosciamo da diversi anni, e lui stesso mi ha proposto di scrivere la prefazione al libro. Attualmente lavoriamo a un progetto di ricerca mirato a comprendere cosa spinge le persone a ribellarsi al male. Dopo aver speso la sua carriera nell’indagare il lato oscuro dell’essere umano, qualche anno fa mi propose di studiare sperimentalmente il lato buono, o meglio, quelle risorse che ci permettono di contrastare le forze malvagie. Ed è un progetto che sta già dando ottimi risultati, svelando ancora una volta l’importanza del contesto immediato nel guidare la condotta».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Libri come quello di Piero Bocchiaro, insomma, si rivelano utili perché, oltre a liberarci da credenze consolidate ma sterili, ci indicano la via per incrementare la probabilità di agire al meglio nelle varie circostanze di vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anna Ficarra&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-3611359690224324932?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/3611359690224324932'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/3611359690224324932'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/02/il-volto-ordinario-del-male.html' title='Il volto ordinario del male'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S3v_Wy-m9yI/AAAAAAAAAQA/WDQLVRn2MRA/s72-c/step1.gif' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-1879633530892104328</id><published>2010-02-02T04:06:00.000-08:00</published><updated>2010-02-02T04:07:46.808-08:00</updated><title type='text'>Sugli animali da circo</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Puntuale ogni inverno, l’arrivo del circo in città è un segnatempo per adulti normalmente impegnati nelle faccende della vita. Tendoni colorati che stimolano riflessioni sugli anni che passano. Per questi stessi adulti, o per altri simili che hanno finito le idee, il circo rappresenta un’opportunità di trascorrere del tempo con moglie e figli — al riparo dal freddo, peraltro. Nulla di male se non fosse per un problema: nei circhi “lavorano” gli animali. Meglio, nei circhi gli animali sono costretti a “lavorare”. Se potessero, loro non vorrebbero essere separati dalla madre e portati in un luogo sconosciuto. Non vorrebbero essere punti con degli spilli. Non vorrebbero ricevere scariche elettriche. Non vorrebbero trascorrere la vita incatenati o stipati dentro piccole gabbie. Non vorrebbero saltare dentro un cerchio infuocato. E non vorrebbero gli applausi di quei genitori e i sorrisi, incolpevoli, di quei bambini. Ma di questa sofferenza non c’è traccia sotto il tendone: è stata cancellata con maestria dai costumi carnevaleschi e dalle musiche bizzarre. In una simile atmosfera si arriva a pensare che quegli animali siano nati per fare quegli esercizi strambi, che desiderino farli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I bambini sono ipnotizzati. Gli adulti ancora di più, incapaci di opporsi all’antico richiamo del circo. Una volta pagato il biglietto, laddove ce ne fosse bisogno, la coscienza viene soccorsa da razionalizzazioni varie: “Anche se decidessi di non andarci, da solo non risolverei il problema”, “I miei bambini non hanno mai visto un elefante”, “Nella vita ci sono cose più gravi” e via così. Si può allora tornare a casa, buoni padri di famiglia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In quel biglietto c’è però la condanna di un altro essere vivente che come noi è in grado di provare dolore. Ma  c’è pure la legittimazione, davanti ai nostri figli, della sofferenza di chi non appartiene alla specie umana. Quel biglietto è la sconfitta dell’azione consapevole e del rispetto per le altre forme di vita. Non deve sfuggirci. Come non deve sfuggirci il fatto che per stare insieme ai propri figli, e per farli sorridere, non è necessario aspettare l’arrivo di un tendone colorato.&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-1879633530892104328?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1879633530892104328'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1879633530892104328'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/02/sugli-animali-da-circo.html' title='Sugli animali da circo'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-4166230542933001955</id><published>2010-01-25T02:18:00.001-08:00</published><updated>2010-01-25T03:06:15.931-08:00</updated><title type='text'>Le ore d'aria</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Le ore d'aria, pubblicato su Nazione Indiana il 21 gennaio 2010, è un pezzo a metà tra il racconto e il saggio che Alessandro Busi ed io ci siamo divertiti a scrivere.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ci occupiamo delle evoluzioni della condotta umana all'interno di un mondo circoscritto come il carcere, prendendo spunto dalla figura di un agente di custodia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;1&lt;br /&gt;L’azione crudele viene comunemente ricondotta a una personalità cattiva, una scorciatoia mentale, questa, che in alcuni casi si rivela del tutto infondata. Esistono infatti contesti estremi in cui persone comuni possono agire in maniera malvagia perché prese da un vortice di forze esterne al quale non riescono a ribellarsi. Il carcere è uno di questi contesti, un microcosmo rigido, basato su rapporti di potere impari e indiscutibili, in grado di ridefinire l’identità di chi vi agisce fino a farla aderire a quella del gruppo di appartenenza&lt;/span&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=5392854000697025593#_ftn1" name="_ftnref1"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;[1]&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2&lt;br /&gt;Michele era alla sua prima ora d’aria. Sembrava triste, anche più dei detenuti che aveva accompagnato ai passeggi. E in effetti lo era, un po’ per la lontananza da Catanzaro e da Rita, un po’ per gli amici e per il volontariato alla Croce Rossa. Rinunce dure per un lavoro nuovo.&lt;br /&gt;Seduto nell’ufficio della quarta sezione mandò un messaggio alla madre, alzando gli occhi di tanto in tanto per vedere cosa stesse facendo il collega. Continuò a scrivere, stavolta a Rita. Gli mancava e avrebbe voluto abbracciarla forte; aggiunse però che non stava male: il mio compagno di stanza è un bravo ragazzo, digitò. Ti racconto tutto stasera… ti amo, chiuse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima notte in carcere era appena terminata per Andrea. Gli altri sette della cella non l’avevano neanche salutato quando era stato portato dentro, alle tre e tre quarti. La mattina, nonostante il loro fracasso, aveva finto di dormire aprendo gli occhi alle undici — sicuro di averli sentiti uscire. Era rimasto solo un ragazzo marocchino a guardare la tv. Andrea si alzò e andò in bagno, poi preparò il caffè.&lt;br /&gt;Grazie, disse il compagno.&lt;br /&gt;Andrea gli rivolse uno sguardo, ma l’altro sembrava ipnotizzato dallo schermo; riempì a metà un bicchiere e glielo porse, poi si mise alla finestrina a fumare. Con la mano destra si teneva le tempie per alleviare il mal di testa. Una doccia l’avrebbe aiutato, si disse, così chiese come funzionasse per lavarsi.&lt;br /&gt;Devi gridare forte assistente, doccia, disse il ragazzo marocchino. Poi sorrise e con un cenno chiese una sigaretta.&lt;br /&gt;Andrea gli passò il pacchetto e si affacciò al blindo. Allungò le braccia fuori dalla cella iniziando a gridare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Michele fu bloccato.&lt;br /&gt;Lasciali stare, falli prima stancare un po’, disse il collega mettendogli una mano sulla spalla.&lt;br /&gt;Lasciali stare. Falli prima stancare. Erano frasi incomprensibili per lui, come il mezzo sorriso sulla faccia dell’altro. Lasciarli stare, ma perché?, si chiedeva senza trovare una risposta sensata. Abituato com’era a dare tutte le volte che poteva, lì, in quel contesto di sofferenza, sarebbe stato per lui ancora più naturale farlo, eppure…&lt;br /&gt;Per un attimo pensò anche che delle semplici guardie carcerarie non possono cambiare così le regole, eppure. Eppure si sorprese del suo silenzio, ma pensò che non era il caso di stare a chiedere troppe spiegazioni, o di rompere le palle fin dal primo giorno. Era meglio evitare di farsi prendere per il culo, o peggio di essere rifiutato dai colleghi. E poi io devo ancora capire come funziona qui, si disse. Rimase seduto e continuò ad ascoltare la richiesta urlata, che ogni volta diventava un po’ più energica della precedente. Finalmente andò ad aprire il blindo.&lt;br /&gt;Andrea entrò in doccia ringraziando a testa bassa. Danvi e stari assai mali stu figghiolu, pensò veloce Michele. Vide la stanchezza della notte insonne in quegli occhi, e abbassò i suoi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3&lt;br /&gt;Gli psicologi sociali hanno studiato a fondo il potere delle situazioni e oggi sono in grado di decodificare le forze psicosociali maggiormente responsabili delle condotte deviate. Qui ne analizzeremo brevemente tre: conformismo, deumanizzazione e deindividuazione.&lt;br /&gt;Conformarsi vuol dire allineare il proprio comportamento, in maniera più o meno consapevole, ai criteri stabiliti da altri. L’influenza esterna è particolarmente forte nelle situazioni nuove e ambigue (poiché non si sa come muoversi) e/o quando si teme l’esclusione da un gruppo considerato importante. Se torniamo a Michele, il suo contesto iniziale è decisamente critico: è il nuovo arrivato, non conosce bene regole e codici, e (per ovvie ragioni di convenienza) non vuole inimicarsi i colleghi. Questi rappresentano per lui gli esperti ma anche coloro i quali ne decreteranno l’ammissione nel nuovo gruppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4&lt;br /&gt;Durante le ore d’aria aveva preso l’abitudine di ritagliarsi cinque minuti per un sms a Rita, alla quale, l’ultima volta che era tornato in Calabria, aveva chiesto di sposarlo. Stamattina le scriveva che l’aveva sognata. L’aveva sognata mamma, a guardare la tv di domenica pomeriggio insieme al loro futuro figlio.&lt;br /&gt;Quel giorno — erano passati due mesi da quando aveva iniziato a lavorare in carcere — Michele era in turno con Antonio, un napoletano sui cinquanta che ogni tanto faceva delle imitazioni che, oh, meglio del Bagaglino!, aveva detto una volta a suo padre. Alle dieci e tre quarti erano entrambi in ufficio, a discutere dell’imminente Juventus-Napoli. Qualcuno urlava di voler andare in doccia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Michele non lo sapeva, ma quel detenuto, Adil, era entrato la sera prima in seguito a una rissa per questioni di droga. Lo lasciò urlare una decina di minuti almeno, poi prese le chiavi controvoglia e si diresse verso le celle.&lt;br /&gt;Bravo, vai tu che sei giovane, disse il collega.&lt;br /&gt;Durante il tragitto, il suo pensiero era per Rita e per il sogno della notte prima. Pensava che non la vedeva da tanto e che voleva stringerla e strizzarle le chiappe grosse mentre immergeva la faccia nella sua quarta di reggiseno. Dal corridoio vide le braccia brune, piene di lividi e cicatrici, del detenuto che urlava. Ne sentì la voce, fastidiosa, sempre più vicina.&lt;br /&gt;Davanti al blindo, lo guardò pensando che erano veramente tutti uguali, tutti scarti umani. Non colse lo sconforto di chi mai avrebbe pensato che in Italia sarebbe finito in carcere; disse solo, si dice doccia, non duccia, cazzo! L’altro gli rispose, si va bene, mentre Michele continuava a pensare al corpo nudo di Rita. Dillo bene, gli ripeteva. Odiava la remissività e lo sguardo triste dei maghrebini, molto meglio i cinesi. Fammi vedere come ridi, dai. Ridi ti ho detto! Daaaii!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Deumanizzare vuol dire categorizzare un altro individuo o gruppo sociale al di fuori della sfera umana, fino ad assimilarlo a un essere inferiore o a un oggetto. Gruppi o singoli individui diventano così selvaggi, bestie, insetti o topi. Cedono dunque gli standard morali e l’azione crudele sul bersaglio non provoca più sensi di colpa. La deumanizzazione tende a emergere particolarmente in contesti come quelli carcerari, favorita dai numeri identificativi assegnati ai detenuti. Non più esseri umani allora, non più meritevoli di rispetto e cure.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altro avrebbe voluto con tutto il cuore sputargli addosso. Magari lo ribeccassi fuori, pensò nella sua lingua. Strinse invece i pugni nelle sbarre, sorrise umiliandosi e disse piano, doccia. Michele gli aprì e lo seguì due metri dietro. Si poggiò al muro e rimase a fissarlo mentre l’altro iniziava a spogliarsi, incapace di comprendere le ragioni di tanta cattiveria.&lt;br /&gt;Che cazzo guardi?, gli disse, Spogliati o ti riporto dentro così non rompi più i coglioni.&lt;br /&gt;Si sentiva bene, Michele, perfettamente a suo agio nel ruolo di guardia carceraria e specialmente fiero del potere e dell’impunità che gli regalavano quella divisa. Forte ma anche certo di poter dividere, in qualsiasi momento, con colleghi e superiori, la responsabilità di ogni sua azione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È questa la deindividuazione. Alcune situazioni spogliano dell’identità personale fino a far sentire anonimi. Succede a Michele, in un contesto in cui gli agenti non possiedono un nome e agiscono come parte di un gruppo. Questo stato produce una trasformazione del funzionamento cognitivo in seguito alla quale si assiste a una riduzione del senso di responsabilità personale, a uno spostamento dell’attenzione sul qui e ora, a un prevalere degli aspetti emotivi su quelli razionali. Laddove il contesto dovesse giustificare un comportamento antisociale, come accade in carcere, un tale assetto mentale pone le premesse per la sua messa in atto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adil sentì i brividi. Si sentì impotente e fragile, e doveva pure spogliarsi nudo davanti a un uomo. Andò sotto la doccia e si insaponò. Le lacrime che scendevano fuori dal suo controllo lo facevano stare sempre peggio perché da adulto non aveva mai pianto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto Michele pensava all’amore che provava per Rita. Pensava che le avrebbe scritto qualcosa, forse una poesia come quelle che le regalava ai tempi della scuola. Poi, quando il detenuto uscì dalla doccia, lo riaccompagnò in cella e se ne tornò in ufficio.&lt;br /&gt;Il vociare delle tv accese rimbombava nel corridoio vuoto, ma lui non se ne accorse nemmeno, intento com’era a pensare al suo amore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5&lt;br /&gt;Le forze situazionali sono difficili da contenere e relativizzare. Come suggerito dal costruzionismo, il contesto dà significato alle azioni dei singoli attraverso le regole e la cultura che lo caratterizzano. Queste, man mano, non appaiono più come produzione umana, ma come qualcosa di ontologicamente dato, quindi indiscutibile. Se ciò può essere valido nella quotidianità, lo è ancora di più in una struttura come quella carceraria, fondata su una serie di assunti imprescindibili (ad esempio la presenza stessa di agenti e detenuti).&lt;br /&gt;Michele è dunque vittima di queste forze situazionali che, unite, lo orientano verso condotte estreme e sempre più crudeli, delle quali non si sente in colpa. È come se convivessero, a questo punto, due identità: con divisa e senza. Quest’ultima non smette un momento di pensare al proprio amore e tutti i giorni scrive alla famiglia, ne sente la mancanza, e sogna di poterne fare una propria. La prima, invece, è completamente plasmata dal sistema carcere, ragiona in maniera categoriale e vede davanti a sé detenuti e non più persone.&lt;br /&gt;Attenzione però a non ricorrere a un giustificazionismo affrettato. È certo vero che le dinamiche psicosociali possono predisporre al male, ma rimane il fatto che una condotta riprovevole è stata messa in atto e che condannarla è doveroso. Sono, perciò, le dinamiche e la persona che necessitano di essere studiate se si vogliono comprendere tanto queste situazioni estreme quanto i nostri comportamenti quotidiani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alessandro Busi, laureato in psicologia, collabora con la rivista carceraria Ristretti Orizzonti e scrive narrativa in parte raccolta nel suo blog: &lt;/span&gt;&lt;a href="http://lagentestamale.wordpress.com/"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;http://lagentestamale.wordpress.com/&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piero Bocchiaro, research fellow presso la Vrije Universiteit di Amsterdam, è autore di articoli scientifici e del recente Psicologia del male (Laterza, 2009).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=5392854000697025593#_ftnref1" name="_ftn1"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;[1]&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt; Noi qui ci occupiamo solo del ruolo di guardia.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-4166230542933001955?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/4166230542933001955'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/4166230542933001955'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/01/le-ore-daria.html' title='Le ore d&apos;aria'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-8086328347601518231</id><published>2009-12-17T04:35:00.000-08:00</published><updated>2009-12-22T07:47:52.663-08:00</updated><title type='text'>"Psicologia del male" in edicola con Il Sole 24 Ore</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SzDpqyr_SoI/AAAAAAAAAO0/TR_cnPv4T0M/s1600-h/Sole24Ore.png"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5418087273096759938" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 153px; CURSOR: hand; HEIGHT: 50px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SzDpqyr_SoI/AAAAAAAAAO0/TR_cnPv4T0M/s200/Sole24Ore.png" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il libro, per l'occasione, avrà una nuova veste grafica e un prezzo ridotto. Giovedì 17 dicembre in edicola.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-8086328347601518231?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/8086328347601518231'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/8086328347601518231'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/psicologia-del-male-in-edicola-con-il.html' title='&quot;Psicologia del male&quot; in edicola con Il Sole 24 Ore'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SzDpqyr_SoI/AAAAAAAAAO0/TR_cnPv4T0M/s72-c/Sole24Ore.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-8264815747495344673</id><published>2009-12-04T10:13:00.000-08:00</published><updated>2009-12-04T10:21:54.661-08:00</updated><title type='text'>"La rimozione non è un antidoto. Ottimismo illusorio, psicologia del male e condotte violente"</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxlRzKfmdXI/AAAAAAAAAKs/rp83kC1x7Y8/s1600-h/golem.bmp"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5411446366694438258" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 70px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxlRzKfmdXI/AAAAAAAAAKs/rp83kC1x7Y8/s200/golem.bmp" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;4 dicembre 2009&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Consideri la cosa a posteriori e dici: io non lo avrei fatto. Ma se non ti trovi in quella situazione, in quella circostanza, come sai cosa avresti fatto? Non lo sai. Non puoi saperlo». Questa donna, vicedirettore di un McDonald’s in America, obbedì agli ordini telefonici di un finto poliziotto fino a umiliare e molestare sessualmente una giovane impiegata. Le sue parole potrebbero certo sembrare scelte apposta per liberarsi da un’accusa pesante. Probabile. In esse c’è però del vero ed è questa la parte che a noi più interessa, quella cioè legata all’impossibilità di anticipare la propria condotta semplicemente immaginando una certa situazione: la conoscenza astratta di un contesto impedisce infatti di coglierne le caratteristiche più sottili, l’atmosfera affettiva o il proprio coinvolgimento emotivo. C’è poi un aspetto motivazionale che condiziona l’eventuale pronostico, un ottimismo illusorio che spinge a pensarsi speciali, inattaccabili, immuni dalla possibilità di compiere azioni crudeli. Sì, perché noi siamo sempre più onesti e sensibili degli altri. Nella nostra testa. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Nella realtà succede invece che gli eventi seguano traiettorie diverse: ciascuno di noi, in circostanze estreme, può giungere a torturare o uccidere gente innocente. È questo il verdetto della psicologia sociale, dai cui laboratori emerge, impietosa, un’assoluta vulnerabilità alle forze situazionali. Lo hanno dimostrato studi considerati classici nelle scienze umane, come quelli condotti da Milgram, Zimbardo e, a seguire, da Darley e Latané. Partecipanti di diversa età ed estrazione socio-culturale, privi di precedenti penali, selezionati per i loro profili di personalità nella norma, infliggevano scosse elettriche letali a una vittima innocente seguendo in maniera acritica l’ordine di un’autorità. Umiliavano e picchiavano brutalmente, all’interno di un finto carcere, degli studenti universitari che interpretavano il ruolo di detenuti. Restavano passivi dinanzi a qualcuno che, in seguito a una presunta crisi epilettica, stava per soffocare. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Una psicologia del male che trova paralleli nei volti di quanti, nelle nostre città, osservano indifferenti scene di “ordinaria” violenza, o di quegli altri che, riparati nell’annullamento di individualità offerto da una divisa, massacrano chi non può difendersi. Se è vero quanto ci dice la psicologia sociale — e i numeri suggeriscono che lo sia —, i protagonisti di azioni così violente sarebbero individui normali, magari cittadini modello o bravi padri di famiglia, che si lasciano schiacciare da potenti (e spesso misconosciute) forze psicosociali. Si crea cioè, in quel particolare contesto, un intreccio di dinamiche che fa sentire anonimo chi agisce, non più responsabile delle proprie (in)azioni; la vittima viene relegata in una sfera sub-umana, vengono meno sensi di colpa ed empatia nei suoi confronti e l’esecuzione della violenza risulta facilitata. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Sono davvero poche le persone che, “cattive” come Alex di Arancia Meccanica, compiono il male in maniera deliberata perché amano farlo. Nella stragrande maggioranza dei casi, la violenza — anche quella estrema — origina da normali processi psicologici ed è perpetrata da individui comuni in circostanze straordinarie. Un male che si annida nella situazione anziché nelle pieghe di una personalità deviata. Attenzione però ai salti logici: il rilievo assegnato alle forze esterne nella spiegazione di comportamenti brutali non nasconde alcun atteggiamento giustificazionista, e quantunque la situazione possa orientare dalle parti del male, resta il dato di una condotta violenta sicuramente da stigmatizzare e punire. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Il vero nodo da affrontare riguarda però le modalità di cui servirsi per contrastare la dilagante banalità del male. Proviamo allora a tornare a quell’ottimismo illusorio cui si accennava prima, a quella tendenza a pensarsi al di sopra della media il cui effetto inevitabile è di esporre maggiormente a forze esterne che si ritiene di poter controllare. Una lente deformante, insomma, che impedisce di notare quanto in realtà si somigli agli altri e, come loro, si sia esposti all’inesorabile relatività dell’esistenza; un pensiero pericoloso, che esalta in maniera arbitraria la soggettività e finisce col sottovalutare il peso delle forze situazionali. Diventa allora un dovere ribellarsi a questi automatismi cognitivi per chi volesse evitare di avventurarsi in condotte immorali/malvagie o in previsioni insensate, inaccurate e inutili. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Conoscere i propri limiti, dunque, ma anche i meccanismi psicosociali e i rischi sottostanti l’inazione, l’obbedienza acritica, la deumanizzazione della vittima, il conformismo, la perdita dell’identità personale. La familiarità sarebbe un primo, importante passo verso il riconoscimento di queste entità tutte le volte che si materializzano nella vita reale, così da scorgere i potenziali pericoli del coinvolgimento e anticipare, con una certa accuratezza, le conseguenze della condotta per sé e per gli altri. È un’operazione preventiva. Ricorrervi è obbligatorio per aumentare la probabilità di non lasciarsi più dominare dalla situazione, ma anche per riscattare la propria dignità di essere umano, capace di pensare in maniera autonoma e critica, di costruire la realtà anziché subirla, di servirsi dei segnali di tensione emotiva per bloccare l’azione. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Il percorso è tracciato, ma non bisogna illudersi: la conoscenza delle forze psicosociali è una condizione necessaria ma non sufficiente per renderci immuni dall’agire il male; essa può risultare sterile laddove non venga sostenuta da una reale crescita emotiva della persona, dallo sviluppo di un profondo senso di giustizia e di una piattaforma empatica che, insieme, rappresentano corsie preferenziali per l’attuazione di condotte sane. Una componente emozionale, dunque, da coltivare fino ad acquisire la capacità di identificarsi con l’altro e sentirne tutta la sofferenza. Laddove questa emozione dovesse rivelarsi intensa, la sequela di razionalizzazioni del dolore altrui, che imprigiona in una condotta indifferente o ostile, potrebbe essere spazzata via, fino, chissà, a sparire dalla nostra storia.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Piero Bocchiaro&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-8264815747495344673?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/8264815747495344673'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/8264815747495344673'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/la-rimozione-non-e-un-antidoto.html' title='&quot;La rimozione non è un antidoto. Ottimismo illusorio, psicologia del male e condotte violente&quot;'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxlRzKfmdXI/AAAAAAAAAKs/rp83kC1x7Y8/s72-c/golem.bmp' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-5346423240457478975</id><published>2009-11-26T02:46:00.000-08:00</published><updated>2009-12-02T03:10:19.290-08:00</updated><title type='text'>"Quando  l'etica manca di benevolenza"</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZG_4npz-I/AAAAAAAAAF8/ogn35FCoWA8/s1600-h/goravox-italia1-300x66.png"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410590065676636130" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 46px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZG_4npz-I/AAAAAAAAAF8/ogn35FCoWA8/s200/goravox-italia1-300x66.png" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;26 novembre 2009&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;[Pur avendo una sua precisa fisionomia, questo mio intervento si inserisce all'interno del progetto "Attorno al corpo di Eluana Englaro". Corpo che nel tempo è trasmutato in epicentro di fatti, ragionamenti, dibattiti privati e mediatici nazionali e locali, interventi legislativi di diversa natura, dichiarazioni, scontri. Ringrazio Barbara Gozzi per l'invito.]&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;“Ogni vita merita di essere vissuta”, “la vita è sacra”, ma anche “tutte le vite umane hanno lo stesso valore”: sono voci di sottofondo in Italia, espressioni così abusate da poter essere incluse tra gli assiomi della nostra cultura — quella di uno stato laico, ricordiamolo. La forza di simili proposizioni è rivelata dai numeri di quanti (molti) nei dibattiti si schierano istintivamente dalla parte della vita, in una difesa a oltranza sostenuta spesso da cliché e pensieri tradizionali. E’ successo di recente con la vicenda Englaro. La storia, spettacolarizzata per amore della notizia o per necessità di ostentare un opinione, è quella, drammatica, di una donna in stato vegetativo permanente; la storia di un corpo, in verità, alimentato e idratato artificialmente da un sondino naso-gastrico. Nessuna coscienza di sé né alcuna reazione a stimoli visivi, uditivi, tattili; nessuna possibilità di interazione col mondo esterno. Diciassette anni di assenza e buio. Di Eluana erano rimasti i segnali elettrici delle sue cellule cerebrali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per giungere a riflessioni attente bisogna allora partire da questo scenario anziché da quello astratto di una giovane donna cui si vuole spezzare la vita. L’analisi ruota attorno a un corpo che la medicina può condurre alla vecchiaia o spegnere all’istante. I difensori della vita-a-tutti-i-costi non hanno dubbi: la vita ha un valore intrinseco e merita di essere vissuta; toglierla, dunque, è sempre un male. Com’è evidente, qui manca la separazione tra corpo ed essere umano nonché un riferimento ai possibili vantaggi per l’individuo che si trova in una simile condizione. Mi chiedo quanto questa battaglia, di certo nobile in apparenza, non appaghi simbolicamente un desiderio nascosto di immortalità, o non aiuti a gestire una altrimenti intollerabile consapevolezza della fine. La morte annullata, insomma, innominabile nella società “moderna” per via di un legame viscerale alle cose della vita. Passione di essere, inquietudine di non essere abbastanza, scrive Philippe Ariès. Mi chiedo inoltre in che misura queste persone siano disposte a battersi per tutelare il diritto alla vita di qualsiasi essere vivente. Perché la vita è anche quella che si conclude nei laboratori, quella di animali innocenti che muoiono (a milioni, ogni anno) dopo aver subito sofferenze acute, prolungate e ingiustificate&lt;/span&gt;&lt;a title="" href="http://www.agoravox.it/attualita/societa/article/in-ter-per-culturando-attorno-al-11065#_ftn1" name="_ftnref1"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;[1]&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;. Se dovessero rinunciare a difendere la vita nelle sue molteplici forme, queste persone mostrerebbero un inammissibile atteggiamento antropocentrico, infondato da un punto di vista logico e insieme morale. Parafrasato: poiché non sei della mia specie, è irrilevante che tu possa soffrire e morire in modo anche atroce.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;I sostenitori della sacralità della vita boicottano, dunque, clamorosamente, alcune domande fondamentali: è degna la vita di una persona in stato vegetativo permanente? qual è il suo senso? quali sono gli interessi del paziente? in sintesi, c’è una qualità in questa vita? Sorvolare su temi simili comporta il rischio di ritrovarsi presto o tardi con una scienza medica in grado di regalare esistenze sì eterne, ma che coincidono con l’atto di respirare. La vita è invece tale — sintomatico il fatto che bisogna sottolinearlo — laddove permetta di relazionarsi a un livello mentale, emotivo, fisico con gli altri, di scegliere, creare, progettare, di provare gioia e dolore. Pensare la vita in questi termini vuol dire entrare in possesso di un criterio che aiuta a orientarsi in circostanze delicate, anche se, beninteso, non è mai facile decidere di far morire un paziente— si pensi soprattutto ai casi di bambini o di giovani come Eluana, ma anche ai sentimenti dei familiari e al tempo di cui questi potrebbero aver bisogno per metabolizzare l’idea. Ma è il criterio più umano dinanzi a una irreversibilità dello stato vegetativo; lo è sia per il paziente, poiché la prosecuzione delle cure non avrebbe per lui alcun beneficio, sia per chi, in attesa di trapianto, potrebbe sperare in una vita migliore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quale morte, allora? In una sequenza naturale, è questa la domanda con cui bisogna confrontarsi. La morte può giungere molto lenta qualora si dovesse optare per una pratica di omissione. Una morte straziante se si pensa alla disidratazione o all’inevitabile sopraggiungere di una qualsiasi malattia non curata. Per evitare giorni di agonia, si potrebbe allora decidere di spingere il processo e aiutare la persona a morire in maniera dignitosa. La scelta va fatta ancora una volta avendo come priorità gli interessi del paziente anziché l’ossequio a volti seri e voci gravi lì a rappresentare un modello di benevolenza quantomeno discutibile. Qualora avesse la capacità per farlo, infatti, è davvero difficile immaginare quali ragioni potrebbero indurre una persona in stato vegetativo a desiderare una settimana ancora su un letto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ il momento di depositare la vecchia etica. E’ il momento di aprire a un tempo nuovo e comprendere che, anziché attaccarsi in maniera grottesca a una vita ormai assente, sarebbe opportuno ricordarsi di viverla quando c’è ancora la possibilità di farlo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Piero Bocchiaro&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;a title="" href="http://www.agoravox.it/attualita/societa/article/in-ter-per-culturando-attorno-al-11065#_ftnref1" name="_ftn1"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;[1]&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt; I più informati sapranno che la sperimentazione animale è una metodologia grossolana e obsoleta (soprattutto se confrontata ai metodi alternativi oggi disponibili) che dà spesso luogo a risultati privi di scientificità.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-5346423240457478975?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/5346423240457478975'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/5346423240457478975'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/11/quando-letica-manca-di-benevolenza.html' title='&quot;Quando  l&apos;etica manca di benevolenza&quot;'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZG_4npz-I/AAAAAAAAAF8/ogn35FCoWA8/s72-c/goravox-italia1-300x66.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-7382712328745972527</id><published>2009-11-18T15:39:00.000-08:00</published><updated>2009-12-01T15:54:57.548-08:00</updated><title type='text'>"Psicologia del male? Conformismo, non 'mele marce', dice esperto".</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxWpu9DlfmI/AAAAAAAAAFs/ngvZOlUsye8/s1600/logo_reuters_media_it.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410417151484198498" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 189px; CURSOR: hand; HEIGHT: 50px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxWpu9DlfmI/AAAAAAAAAFs/ngvZOlUsye8/s200/logo_reuters_media_it.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;18 novembre 2009&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;MILANO (Reuters) - La tesi delle "poche mele marce" per spiegare in molti casi comportamenti riprovevoli, alla prova dei fatti si rivela solo un comodo alibi, per attribuire a personalità deviate il male. Di cui invece si dimostrano spesso capaci persone assolutamente normali. Complici il conformismo, la deresponsabilizzazione, l'obbedienza acritica.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;E' quanto afferma uno studioso, dopo che ieri un altro video diffuso dalla polizia, su una rapina con violento pestaggio avvenuta in pubblico alla Stazione Termini di Roma, ha svelato impietosamente, come in precedenti casi, come molti testimoni del dramma abbiano reagito con passività e indifferenza. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;"Siamo abituati ad attribuire questi comportamenti a persone ciniche e crudeli. Gli studi dimostrano invece che in casi del genere le ragioni dell'inazione non sono dentro alla persona ma nella situazione che viene a crearsi", dice a Reuters Piero Bocchiaro, siciliano, ricercatore alla Vrije Universiteit di Amsterdam, autore del recente "Psicologia del male" (Laterza).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Secondo Bocchiaro, nei casi studiati dagli esperti, da omissioni di soccorso a degenerazioni in crudeltà, emergono costanti che in circostanze particolari trasformano persone normali in soggetti passivi o peggio capaci di atrocità. La "diffusione di responsabilità" ad esempio, fa sentire esentati dal dover intervenire "perché tanto lo farà qualcun altro". Mentre la "deindividuazione", cioè l'annullamento dell'identità all'interno di un gruppo, rende capaci di comportamenti e azioni che individualmente non si commetterebbero. Determinante anche la "soggezione passiva" e acritica ad un'autorità, cui in alcuni casi si continua a obbedire anche quando impartisce ordini immorali o ingiusti. Mentre, nei casi di peggiori atrocità, è la "deumanizzazione" della figura antagonista, che rende più facile infierire. Come i nazisti, che consideravano "topi" gli ebrei".&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;"E' così che vengono meno empatia e senso di colpa, ci si spersonalizza... in questo tipo di assetto mentale prevalgono aspetti emotivi su quelli razionali, vengono inibiti gli aspetti morali", dice Bocchiaro. Individuando poi un altro fenomeno, quello della sequenzialità e progressione, che può portare persone normali a compiere gradualmente azioni sempre più riprovevoli, in una forma di assuefazione progressiva al male.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;GLI STUDI DI PHIL ZIMBARDO E L'ESPERIMENTO DELLA PRIGIONE DI STANFORD.&lt;br /&gt;Nella sua ricerca, Bocchiaro ha approfondito il lavoro di Phil Zimbardo (che firma la prefazione al suo libro), professore emerito di Psicologia alla Stanford University, dove negli anni Settanta svolse il celebre "Stanford Prison Experiment". Zimbardo suddivise a caso un gruppo di studenti volontari in detenuti e secondini di una prigione, studiandone il comportamento. La degenerazione in prepotenze, abusi e senso di prostrazione da parte di persone che non avevano particolari disturbi comportamentali, fu così rapida e violenta che l'esperimento previsto in due settimane fu interrotto dopo solo sei giorni. E Bocchiaro nel suo studio lo rievoca assieme ad altri episodi eclatanti per lo studio della psicologia sociale. Come la strage allo stadio Heysel di Bruxelles per la finale Juventus-Liverpool di Coppa dei Campioni del maggio 1985, 39 morti (quasi tutti italiani) vittime in una struttura inadeguata della furia "anonima e deresponsabilizzata" dei tifosi inglesi. O gli esperimenti di un altro psicologo americano, Stanley Milgram, sulle degenerazioni dell'obbedienza. Che col pretesto di un test sull'apprendimento in cui gli errori venivano sanzionati con scosse progressive, riscontrò che i partecipanti, inconsapevoli della finzione, arrivarono tutti a impartire alle persone che si fingevano cavie del test scosse sino a 300 volt, "deresponsabilizzati" dall'autorizzazione del direttore del test. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;DA ABU GHRAIB ALLA RICERCA DI "EROI DEMOCRATICI" CHE SAPPIANO DIRE NO. Un esperimento iniziato lo stesso anno, 1961, dello sconvolgente processo a Gerusalemme ad Adolf Eichmann, che svelò come non fosse stato un mostro crudele ma un grigio, zelante ufficiale nazista a pianificare da "ragioniere" lo sterminio di milioni di ebrei, obbedendo agli ordini. Una sconvolgente "Banalità del Male" che la studiosa Hannah Arendt denunciò per prima, attirandosi critiche durissime. Una "Banalità del Male" tornata alla ribalta nel recente caso dei maltrattamenti compiuti da riservisti dell'esercito americano sui prigionieri irakeni della prigione di Abu Ghraib, ancora una volta frettolosamente giustificati con lo stereotipo delle "mele marce".&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Eppure, osserva Bocchiaro, nell'esperimento di Stanford come ad Abu Ghraib c'è stato chi da solo ha saputo rifiutarsi di obbedire, trovando la forza di denunciare che si stavano commettendo abusi inaccettabili. Per questo, mentre gli stereotipi sui "singoli mele marce" deresponsabilizzano il sistema, Bocchiaro sostiene la necessità di esaltare le capacità di chi nella nostra società, dove fare in maniera acritica il proprio dovere può essere molto pericoloso, sa dire di no e sa disobbedire a ordini sbagliati.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Non eroi aristocratici, superman irraggiungibili, ma persone normali, capaci di opporsi al conformismo. Quelle al centro dell'"Heroic Imagination Project" di Zimbardo. E che i nuovi media, dai videogiochi ai social network, dice Bocchiaro, possono contribuire a rendere popolari. Per sviluppare "un'idea democratica di eroismo".&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;Roberto Bonzio&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-7382712328745972527?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/7382712328745972527'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/7382712328745972527'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/psicologia-del-male-conformismo-non.html' title='&quot;Psicologia del male? Conformismo, non &apos;mele marce&apos;, dice esperto&quot;.'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxWpu9DlfmI/AAAAAAAAAFs/ngvZOlUsye8/s72-c/logo_reuters_media_it.gif' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-1639880146755834766</id><published>2009-11-18T14:02:00.000-08:00</published><updated>2009-12-02T14:18:07.633-08:00</updated><title type='text'>"Amici di IdF, Piero Bocchiaro: le 'mele marce' un alibi, spesso il conformismo acritico alle radici del male"</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxbmleVCGlI/AAAAAAAAAHE/k5dicHAAPtE/s1600-h/italianidifrontiera303.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410765533803059794" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 118px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxbmleVCGlI/AAAAAAAAAHE/k5dicHAAPtE/s200/italianidifrontiera303.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;18 novembre 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La tesi delle “poche mele marce” per spiegare in molti casi comportamenti riprovevoli, alla prova dei fatti si rivela solo un comodo alibi, per attribuire a personalità deviate il male. Di cui invece si dimostrano spesso capaci persone assolutamente normali. Complici il conformismo, la deresponsabilizzazione, l’obbedienza acritica. E’ quanto sostiene Piero Bocchiaro, ricercatore e autore di “Psicologia del male”, Laterza. L’analisi di Piero oltre che interessante è pertinente ad alcuni dei temi di Italiani di Frontiera. Perché conferma che il coraggio di andare a volte controcorrente e non piegarsi al conformismo, in alcuni casi può addirittura fare la differenza tra comportamento criminale e gesto eroico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel suo libro, Piero parla di Hannah Arendt e del suo straordinario libro denuncia, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Delle gesta eroiche di Giorgio Perlasca, l’italiano che durante la seconda guerra mondiale salvò la vita a cinquemila ebrei ungheresi. Dell’incredibile Esperimento Milgram, che dagli anni Sessanta dimostrò come l’obbedienza acritica poteva portare a comportamenti crudeli. E di Philip Zimbardo, studioso italoamericano figlio di immigrati siciliani, già suo docente, professore emerito alla Stanford University e autore del celebre Stanford Prison Experiment.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zimbardo e’ protagonista di una splendida conferenza sul sito Ted.com, sul tema Come le persone diventano mostri… o eroi. Sullo stesso sito, in un’altra breve dissertazione, capolavoro di sintesi, Zimbardo parla invece di come vivere con un giusto rapporto con il tempo. Oggi Zimbardo è concentrato sul suo Heroic Imagination Project, un progetto per promuovere la consapevolezza di valori e comportamenti che all’occorrenza sappiano opporsi al conformismo nel nome di principi civici e di solidarieta’. Per promuovere quella che Piero definisce “Un’idea democratica dell’eroismo”.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-1639880146755834766?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1639880146755834766'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1639880146755834766'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/amici-di-idf-piero-bocchiaro-le-mele.html' title='&quot;Amici di IdF, Piero Bocchiaro: le &apos;mele marce&apos; un alibi, spesso il conformismo acritico alle radici del male&quot;'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxbmleVCGlI/AAAAAAAAAHE/k5dicHAAPtE/s72-c/italianidifrontiera303.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-9147017563421761842</id><published>2009-11-05T03:31:00.000-08:00</published><updated>2009-12-04T15:05:33.941-08:00</updated><title type='text'>"Educhiamoci alla disobbedienza".</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxT_pRdgm4I/AAAAAAAAAFM/zf0XM9iDxaU/s1600/La_sicilia_180309.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410230136905702274" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 159px; CURSOR: hand; HEIGHT: 26px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxT_pRdgm4I/AAAAAAAAAFM/zf0XM9iDxaU/s200/La_sicilia_180309.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;5 novembre 2009, pag. 22&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;«Si deve obbedire con discernimento», dice Piero Bocchiaro autore di «Psicologia del male».&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ciascuno di noi, in circostanze particolari, può «trasformarsi» e infierire contro un altro essere umano. Possiamo diventare torturatori, omicidi o, nella «migliore» delle ipotesi, rimanere indifferenti davanti a una richiesta d'aiuto. Questa la tesi espressa in «Psicologia del male» (Editori Laterza) da Piero Bocchiaro, studioso palermitano esperto di psicologia sociale, allievo di Phil Zimbardo, autore del celebre Stanford Prison Experiment, lo studio simulato sulla psicologia della vita in prigione, il cui obiettivo era capire quali conseguenze psicologiche si accompagnassero al fatto di ricoprire il ruolo di prigioniero o di guardia. Tutte le nostre più ataviche convinzioni vengono ribaltate: non più un mondo costruito sulla dicotomia bene/male, buoni/cattivi: chiunque di noi, in certe condizioni, è in grado di compiere azioni malvagie. L'approccio di Bocchiaro, però, non si limita a ricondurre tali casi alla psicopatologia, ma dimostra come un ruolo fondamentale rivesta la "situazione" in cui i fatti si presentano.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;- Nel suo libro scrive "sono davvero poche le persone che, in quanto 'cattive', compiono il male in maniera deliberata perché amano farlo" eppure, la tesi del libro è che chiunque in circostanze particolari può infierire su altri. Qual è l'assunto da cui partono i suoi studi?&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;«La discriminante tra la prima e la seconda categoria di persone sta nel vissuto che accompagna l'azione malvagia: individui come Alex di Arancia Meccanica, per intenderci, rappresentano l'incarnazione del male, una ridotta percentuale di sadici che prova piacere nel compiere un atto crudele. Le stesse azioni possono potenzialmente essere compiute da qualsiasi altro essere umano ma, come dimostrano gli esperimenti trattati nel libro, in questo caso esse sono accompagnate da un forte conflitto emotivo che si manifesta nei modi più svariati (sudorazione, tremore, risate isteriche, balbettio)».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;- Da cosa nasce questa "strana attrazione verso il male" che ognuno di noi ha? &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;«Questa attrazione si ricollega probabilmente alla destrudo freudiana, una pulsione distruttiva innata che può essere auto o etero diretta. Una simile passione nei confronti del male, oltre a palesarsi negli innumerevoli atti crudeli compiuti quotidianamente, si manifesta sotto forma di curiosità morbosa nei confronti di tutto ciò che concerne il lato oscuro della condotta umana».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;- Quali sono le dinamiche situazionali che condizionano maggiormente il nostro comportamento? &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;«Varie sono le forze che indirizzano verso condotte malvagie. Nel libro mi occupo della deindividuazione, della deumanizzazione, del conformismo, della diffusione della responsabilità, dell'obbedienza all'autorità. Qualora dovessero combinarsi, come talvolta accade, queste forze psicosociali sono in grado di spingere chiunque a infierire contro un altro essere umano, fino a ucciderlo. Purtroppo il loro peso è spesso sottovalutato (o, peggio, ignorato) nella spiegazione del male».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;- Cosa intende per "disobbedienza come valore"? &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;«Ci hanno insegnato che obbedire è una virtù; non ci hanno spiegato però che bisogna farlo con discernimento, utilizzando quanto più possibile le nostre capacità critiche. La disobbedienza diventa allora un valore tutte le volte in cui una figura autoritaria si dimostra immorale: in questi casi, sapersi opporre a un ordine può voler dire salvare anche vite umane».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;- Crede che la consapevolezza dei meccanismi che "ci agiscono" possa renderci immuni da quei comportamenti? &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;«Sebbene indispensabile, la conoscenza delle forze psicosociali che orientano al male può risultare sterile laddove non venga sostenuta da una reale crescita emotiva della persona».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;- Crede che i suoi studi potrebbero trovare oggi una applicazione pratica nella società contemporanea? &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;«Credo che un'area di ricerca promettente sia quella legata al tema della disobbedienza. Si tratta di un campo di studi nuovissimo, inaugurato da me e Zimbardo, che potrà avere importanti ricadute sul piano sociale: comprendere cosa spinga alcune persone - la minoranza, purtroppo - a ribellarsi a una autorità vuol dire preparare le generazioni future a fronteggiare l'ingiustizia. E anche questa è crescita sociale».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Sara Ridolfo&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-9147017563421761842?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/9147017563421761842'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/9147017563421761842'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/educhiamoci-alla-disobbedienza.html' title='&quot;Educhiamoci alla disobbedienza&quot;.'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxT_pRdgm4I/AAAAAAAAAFM/zf0XM9iDxaU/s72-c/La_sicilia_180309.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-5047794348210375411</id><published>2009-10-31T03:57:00.000-07:00</published><updated>2010-03-09T04:17:27.341-08:00</updated><title type='text'>Fidanzati, frenati, purificati</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S5Y6MF_Q0lI/AAAAAAAAAQQ/dHGXE43Ot10/s1600-h/FOGLIO.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5446604778791555666" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 39px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S5Y6MF_Q0lI/AAAAAAAAAQQ/dHGXE43Ot10/s200/FOGLIO.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;Transchiacchiera pansessualista, inchiesta tra i bigotti sulla "buona vita".&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Caro signor bigotto, puritano o tradizionalista, ci spieghi per favore come, secondo lei, si conduce una vita che scansi il peccato (per i religiosi) o il male che fa del male (per i non religiosi) o la confusione che squassa molte menti in questi giorni di gran sbigottimento politico e sessuale (quando non transessuale). Perché anche chi non vuole scansare alcunché e mai si scandalizza se l’è chiesto, almeno una volta nella vita, per necessità o per curiosità: chissà come vivono e come fanno gli altri. Chissà come funziona, chissà che regole adottano i “bravi e buoni” per non fare il male secondo la loro accezione di male. Lo sapremo da un giornalista cattolico e da un giovane cattolico che vogliono restare anonimi; dal professor Buttiglione, da Paola Binetti, da Francesco Agnoli e dal ginecologo cattolico Francesca Piol. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;“Il male non è mai straordinario ed è sempre umano. Divide il letto con noi e siede alla nostra tavola”. La massima di Wystan Hugh Auden fa bella mostra di sé sulla prima pagina del saggio “Psicologia del male” di Piero Bocchiaro (ed. Laterza), studio che prova come chiunque, in particolari circostanze, possa far del male a un altro essere umano. Far del male non per tutti è la stessa cosa che “fare il male”, primo problema. Male secondo chi?, dice poi, solitamente, il non bigotto a chi giudichi da fuori la sua condotta. Ed è il secondo problema. Ci sono insomma quelli per cui il male siede alla nostra tavola, ma non sempre si chiama male e non è neanche così male – eccoci qui, variamente relativisti, trasgressori, più o meno e comunque incoerentemente moralisti (vedi alcune reazioni da sinistra al caso Marrazzo). E poi ci sono quelli per cui è il bene a sedere alla nostra tavola – un bene “straordinariamente ordinario”, come dice un anonimo giornalista di chiara matrice cattolica, interpellato da questo giornale, per spiegare quella che chiama “la semplicità di quello che sembra complicato: essere felici facendo il bene”. Come fare questo bene è un mistero, forse, ma è comunque una domanda. Qualcuno ci spieghi dunque perché avrebbe torto Oscar Wilde quando dice che il miglior modo di resistere a una tentazione è cedervi (e come si fa a non cedere). &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Se si parte così, il cosiddetto bigotto ferma subito l’interlocutore. “No guarda, non fare domande a ruota libera, proviamo prima a definire il peccato in senso laico, altrimenti non si capisce niente e il moralismo diventa inevitabile”, risponde infatti al cronista un giovane cattolico che ha riflettuto molto sulla questione e che conduce un tipo di vita laicamente religiosa. “Il punto di partenza a mio avviso è questo: si è persa l’idea di cosa sia il peccato. Si pensa che il non peccare sia castrazione costante. Non è così, e per spiegarlo faccio un esempio pratico: se hai in mano un bicchiere e lo rompi, la prima cosa che dici, oltre a una parolaccia, è: ‘Che peccato’. Perché quel bicchiere è fatto per metterci l’acqua e quando si rompe non è più fatto per quello per cui è fatto. Il peccato è contro il significato, contro la ragione per cui una cosa è stata creata. E questo per me è un concetto laico”. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ma se ti viene lo stesso da prendere il bicchiere e romperlo che fai? “Certo che ti viene da rompere il bicchiere”, risponde il giovane, “ed è per questo che ci dev’essere qualcuno che ti dice di non buttarlo, di non fare il pirla. La prima regola, però, è non mortificare, non dire in modo automaticamente bacchettone: ‘Non si può’. Il punto è fare il bene in modo che sia desiderabile per te, è poter pensare che se hai fatto la cazzata non è tutto perduto”. L’esempio del bicchiere rotto indubbiamente colpisce chi si avventuri da intruso nel mondo cosiddetto bigotto, ma il giovane cattolico interpellato ha un’altra riflessione che, a suo avviso, può aiutare a ritrovare la bussola qualora ci si senta smarriti. Riportata dal cronista, più o meno suona così: “I cristiani dicono di norma che siamo tutti peccatori. Non è una frase di maniera, è vero. Ma forse, per capire, è più utile pensare alla differenza tra san Pietro e Giuda. San Pietro ha ammesso che c’era qualcuno che potesse perdonare il suo peccato, Giuda ha creduto che nessuno potesse perdonarlo e ha preferito uccidersi. Non esiste idea laica di peccato, sbaglio, errore se non si ammette che quella non è l’ultima parola sull’uomo”. “Abbiamo ridotto il peccato a incoerenza”, dice il giovane cattolico, convinto che “pronunciare oggi la frase ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’ scatenerebbe un’intifada globale”. E quando un altro intervistato si sofferma sul fatto “che scansare il peccato significa salvarsi dal dolore”, decidiamo di chiedere delucidazioni sul tema a un professore di chiara fama “bigotta”, e cioè al filosofo e deputato udc Rocco Buttiglione. Il professor Buttiglione, sposato con quattro figli, immagina, su richiesta del cronista, di avere davanti un bambino o un marziano che voglia apprendere qualche elemento di “vita buona”: “La prima cosa da dire”, secondo Buttiglione, “è pregare la Madonna perché ci tenga una mano sulla testa. Ci si deve ricordare la massima di san Paolo: ‘Chi sta in piedi, guardi di non cadere’”. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il professore traduce per i non edotti: “Non è detto che chi non ha fatto cazzate finora non le possa fare in futuro”. Se possibile, dice Buttiglione elecando dapprima i pericoli possibili, “bisogna evitare di essere presuntuosi ed evitare di disprezzare gli altri perché tu non sai mai come ti saresti comportato nella situazione in cui altri si sono trovati”. Sul “come fare”, Buttiglione dice sicuro che il suo consiglio è “cercare di avere degli amici. Buoni amici che ti sappiano dire ‘no’ quando serve”. Poi fa i nomi degli amici da cui “è stato aiutato nei momenti difficili”. Non sono gli amici del bar. Rispondono ai nomi di Don Giussani e padre Taddeo Spiccioli. C’è anche il romanziere Gianni Pistori e, tra i politici, “Franco Maria Malfatti, che mi diede una grande lezione di moralità”. “Ma il primo amico dev’essere tua moglie”, dice Buttiglione con slancio. Non si sa se le mogli di oggi siano contente di essere considerate prima di tutto “amici”, ma il professore assicura che il segreto della felicità coniugale passa da lì. Il suo vademecum è: “Primo: si cerchi di imparare a guardare le donne secondo un ordine che vede prima la testa e il cuore, poi le tette e le gambe. Secondo: saper imparare da tutti. Alcune persone te le ricordi perché ti dicono qualcosa che ti aiuta ad andare avanti quando ti senti perso, altre perché rischiarano il tuo cammino inaspettatamente. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ecco, bisogna avere simpatia per l’umano. Non ci sono peccatori e non peccatori, ma peccatori pentiti e peccatori non pentiti”. Utilissima a questo proposito, dice il professor Buttiglione, “è la lettura di Fedor Dostoevskij. Nei suoi romanzi, di solito, la verità più illuminante la dice l’ubriacone e il pubblico peccatore. E oggi aggiungo che una grande lezione di moralità ce la sta dando Roberta Serdoz, moglie di Piero Marrazzo. Tanto di cappello. Davanti al suo comportamento mi chiedo: io sarei stato capace di fare come lei?”. L’amicizia preventiva tra coniugi è una delle ricette di resistenza al peccato (o male o trasgressione) della vita perfettamente “buona” di Francesco Agnoli, insegnante, giornalista e saggista esperto di temi religiosi. Agnoli ha trentacinque anni, una moglie, due figli e molti alunni adolescenti che lo preoccupano per “l’infelicità che percepisco quando parlo con alcuni di loro, perché sono educati al cinismo e a un pansessualismo che porta alla noia e, in alcuni casi, all’impotenza. Si fanno esperienze prima di avere desiderio. Lo si fa per desiderio indotto da altri. Molti ragazzi, poi, non sanno accettare la sconfitta. Non sanno che uno può cadere infinite volte e rialzarsi infinite volte”. Agnoli spiega che “nella vita di un cattolico il momento più difficile è il fidanzamento”. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Per fidanzamento intende fidanzamento casto: “In questo modo, però, si mette al centro la conoscenza dell’altro. Frenandomi di continuo mi sembrava di rendermi conto, giorno per giorno, che quello era l’unico modo per purificare il mio sentimento e per tenere insieme anima e corpo. Certo, la convinzione razionale da sola non è sufficiente. Mi aiutava la fede e il continuo esercizio al no”. Dovesse spiegare a un alunno la sua scelta, Agnoli direbbe di “imparare intanto a stare lontani, a sentire la nostalgia, a non vivere more uxorio a diciassette anni, scaraventati dall’impeto ormonale. La virtù matura in tempi diversi. A sedici anni può maturare facendo sport, stando con gli amici. E quando diventa virtù in un rapporto di coppia, viene vissuta come una cosa bella”. Il fidanzamento, dice Agnoli, “aiuta ad avere lo sguardo distaccato che permette poi di vedere bene i contorni. Uno può essere innamoratissimo, ma ha bisogno, per esserne certo, di questo sguardo ‘da fuori’. Il piacere del rapporto carnale non è negativo, anzi. E’ secondario in ordine di tempo e collegato alla felicità spirituale”. Questo esercizio al “no”, dice Agnoli, serve più avanti, “per esempio al momento della gravidanza e del parto”: “E’ naturale che una donna abbia un periodo di disinteresse per i rapporti sessuali. L’uomo non è più al centro del suo mondo perché c’è il bambino su cui concentrarsi totalmente. Se ci si è abituati a resistere alle tentazioni, però, è più facile restare in piedi anche quando ci si sente vacillare. Se l’amore è vissuto come un do ut des continuo si va in crisi. Ma se l’uomo impare a uscire da se stesso, costruendo a fatica anche la sua capacità di resistenza, allora trasforma la tendenza al capriccio in desiderio di servire la donna e il bambino”. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Nella mancanza di “rinuncia” sta per Agnoli la radice della “mancata crescita”: “Oggi non si cresce, neppure nella propria identità sessuale, perché manca il senso del sacrificio, l’educazione cristiana ai fioretti, alla tensione verso un obiettivo. L’uomo che non tende sta solo con ciò che è in quel momento: ad esempio con la sua disperazione. Per questo può ritenere che cambiare sesso, rimodellarsi in un impeto di ribellione, sia un modo per sfuggire la noia e l’insignificanza. Relazionarsi significa uscire da se stessi, andare a incontrare l’altro, essere disposti a cercare altrove il completamento; riconoscere che non si basta a se stessi, essere disposti ad affrontare il mistero dell’altro, con tutto quello che comporta il mettersi in ascolto, il regolarsi sulle esigenze, i pensieri, i tempi, la diversità di un altro. Chi va con un trans, non va ‘col diverso’, come si dice, ma con l’uguale, perché ha paura della fatica della relazione. Fatica della relazione con un amico, perché altrimenti cercherebbe nell’amico maschio il sostegno amicale, spirituale che cerca; fatica della relazione con una donna, perché ha paura anche della relazione carnale, perché sa bene che la donna di solito chiede più di quello. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La cultura del sesso disgiunto dai suoi fini, la procreazione e l’affettività vera, è la cultura del sesso come ricerca egoistica dell’io nell’altro, che diviene puro mezzo. A questo punto la donna, ridotta a puro oggetto del desiderio sensuale, diviene intercambiabile, anzi, addirittura, tra gli oggetti erotici, il più banale e scontato. Meglio provarne anche altri. La cultura pornografica crea così consumatori di emozioni, soli con la propria istintività senza guida e senza scopo, cioè sterile, e la sterilità affettiva genera rapporti naturalmente sterili, perché anche l’idea della procreazione spaventa chi, racchiuso in se stesso, teme la relazione”.Come consiglio agli iracondi in un “mondo che frana”, Agnoli suggerisce poi di esercitarsi all’autocontrollo “pensando a stare nella realtà, a essere padroni delle circostanze, non buttati dal vento come Paolo e Francesca. Prendi un difetto al giorno e pensa a come fare per migliorare. Fai una piccola rinuncia al giorno. E’ poco, ma serve, e quando poi un altro automobilista ti tampona tu riesci a non mandarlo a quel paese”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Chi si avventuri nel mondo “bigotto” fino a giungere al cospetto di Paola Binetti, medico e deputata pd, nota per le battaglie bioetiche, per il rigore casto e per il cilicio che un giorno ha dichiarato di portare, si sorprenderà forse a sentire Binetti parlare allegramente di quanto “il bene sia allegro”. Fare il bene, dice Binetti “non è mai triste e mai scontato. Bisogna divertirsi a fare il bene, ecco perché la nuova pedagogia punta molto sul volontariato. Quest’estate un gruppo di ragazzi che ho seguito è andato in Perù. Le condizioni di soggiorno non erano da vacanza tradizionale: scomodo l’alloggio, scarsa la pulizia, tanta la fatica fisica. Ma i ragazzi sono tornati felici. Il vero esercizio per distogliere il pensiero dalla tentazione ed essere felici è occuparsi degli altri”. Quando si pensa alla resistenza alle tentazioni, dice Binetti, “non bisogna pensare soltanto al non fare una cosa, e cioè all’aspetto negativo. C’è un aspetto positivo. Dico sì al bene che mi faccio o che faccio. Ecco perché dico che fare il bene non è una cosa triste. Se ti concentri sul non fare si crea un vuoto mentale, ed è qui che viene in aiuto il distogliersi da sé per fare il bene degli altri, una cosa che rende immediatamente felicissimi”. Binetti consiglia altresì di riflettere su “tre ingredienti forti. Uno: sapere che cosa è bene e che cosa è male, perché l’elemento fondamentale della debolezza è la mancanza di chiarezza. Due: voler fare il bene. Tre: capire che a volte la volontà da sola non è in grado di farcela e che allora serve la grazia. Detto questo, il consiglio pratico è esercitarsi tutti i giorni a fare il bene nelle piccole cose. La volontà è un muscolo da allenare”. A questo punto l’intruso si chiede come faccia l’esponente del mondo bigotto a non pensare mai “ho perso qualcosa e me lo riprendo”. Ma il medico ginecologo Francesca Piol (trentottenne sposata con un altro medico e madre di otto figli) dice: “Io lo penso spesso – mi riprendo quello che ho perso – ma è proprio in quel momento che mi dico: guarda quello che hai. E allora vedo tutto quello che ho guadagnato”. Il consiglio di Francesca è di mettere sempre davanti “quello che c’è, perché è ovvio che a mettere davanti quello che non hai ti sembrerà che manchi sempre qualcosa. Il desiderio del cuore è talmente grande che è normale sentire la finitezza. Ma per me questo non significa accontentarsi. Non mi basta mai nulla, ma contemporaneamente cerco di dare valore al presente. Non mi scandalizzo del mio limite, però. Una delle mie figlie, alla vigilia della prima comunione, si è messa a piangere dicendo che le sembrava di non avere peccati e che però questo era un peccato. Ecco, la cosa difficile è avere la coscienza del peccato. Lo penso la mattina quando attraverso il reparto e vedo che non a tutti i pazienti riesco a dare il massimo, magari perché non tutti sono gentili o puliti o educati come vorrei. Oppure quando mio figlio mi si avvicina e mi chiede aiuto e io, stanca e nervosa, non riesco a darglielo. Però so che c’è un ordine naturale delle cose. Magari capita di sbagliare, di sovvertirlo, ma c’è”. E chissà se si sono convertiti alla vita buona anche i cinque della band “Elio e le Storie Tese” che due giorni fa si definivano “i veri trasgressori, tutti casa, musica e famiglia”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Marianna Rizzini&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-5047794348210375411?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/5047794348210375411'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/5047794348210375411'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/10/fidanzati-frenati-purificati.html' title='Fidanzati, frenati, purificati'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S5Y6MF_Q0lI/AAAAAAAAAQQ/dHGXE43Ot10/s72-c/FOGLIO.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-4948810997289534526</id><published>2009-10-25T15:50:00.000-07:00</published><updated>2009-12-04T17:17:51.461-08:00</updated><title type='text'>"Quella forza oscura che governa i comportamenti"</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/Sxm0ozonqBI/AAAAAAAAAOs/1Ivvz72SRPs/s1600-h/img_roma_piccola.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5411555040410707986" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 100px; CURSOR: hand; HEIGHT: 18px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/Sxm0ozonqBI/AAAAAAAAAOs/1Ivvz72SRPs/s200/img_roma_piccola.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxmutyF2CjI/AAAAAAAAAOk/7beztTCQrR4/s1600-h/roma%25.jpg"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;25 ottobre 2009&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;, pag. 12&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il Bene e il Male: due elementi in lotta tra loro, che permeano il nostro mondo e che sono più antichi di esso. Questa concezione affonda le sue radici al tempo dei Persiani e dal sacerdote Mani si definisce Manicheismo. Piero Bocchiaro, ricercatore palermitano alla Vrije Universiteit di Amsterdam, mette definitivamente in crisi la tradizionale dicotomia nella sua ultima pubblicazione, "Psicologia del male" (Editori Laterza). Lo studioso ritiene che "la malvagità non sia appannaggio esclusivo di individui devianti, ma che chiunque possa infierire contro un altro essere umano". Tesi semplice e allo stesso tempo sconvolgente. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il libro è adatto sia ad esperti di psicologia sociale sia ai profani della materia per lo stile semplice adottato da Bocchiaro. Sarà apprezzato, però, solo da coloro che saranno disposti a liberarsi dall'ottimismo illusorio (Bene vs Male), che porta a vedere nell'altro il Male e nella propria persona il Bene. Secondo l'autore sono le situazioni a detenere il potere di indurre l'uomo ad un certo comportamento, magari insolito per la sua personalità. Vengono, quindi, presentati quattro esempi in cui normali individui si trasformarono in carnefici: il caso Eichmann, il delitto Genovese, la tragedia dell'Heysel e le torture di Abu Ghraib. Ognuno di essi è emblematico, ognuno è correlato da esperimenti molto eloquenti eseguiti in laboratorio da equipe di psicologi, che testimoniano che il Male può essere compiuto da una persona sana psicofisicamente. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Di Adolf Eichmann, infatti, uno psichiatra incaricato di esaminarlo disse: "E' più normale di quello che sono io dopo averlo visitato". E allora come fu possibile che un uomo senza particolarità si macchiò della morte di cinque milioni di ebrei? Secondo Bocchiaro per tre motivi: la distanza dalla vittima, la sequenzialità dell'azione e l'autorità di chi impartiva gli ordini. Lo psicologo americano Milgram nel 1961 testò la capacità di persone di varia estrazione sociale e di differenti età di resistere ad ordini ingiusti. Le "cavie" rivolgevano delle semplici domande a un uomo seduto su una sedia elettrica (in realtà collaboratore di Milgram) e, se quest'ultimo rispondeva male, essi dovevano punirlo con una scossa sempre più forte. La scossa era ovviamente finta, l'uomo simulava il dolore, ma ciò fu loro taciuto. "Tutti inflissero le scosse elettriche alla vittima. Peggio, tutti proseguirono fino alla scossa numero venti da 300 volt e, in totale, il 65 per cento andò avanti fino alla scossa da 450 volt". Alla luce di ciò capiamo la frase con cui il gerarca tentava di discolparsi: "Befehl ist Befehl" ovvero "Un ordine è un ordine". &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il secondo caso analizzato da Bocchiaro è il delitto di Kitty Genovese, italoamericana accoltellata a morte e violentata a New York negli anni Sessanta, sotto gli occhi di trentotto testimoni, che non mossero un dito per aiutarla. Uno studio di Darley e Latané ha dimostrato che maggiore è il numero di testimoni ad un crimine, minori sono le possibilità che la vittima sia salvata da questi. Il fenomeno è detto della "diffusione di responsabilità" e induce un individuo a scaricare la responsabilità dell'aiuto sugli altri. Basta riferire questo esempio: uno psicologo sociale, Bob Cialdini, fu coinvolto in un incidente stradale e nessuno si fermava a soccorrere lui e gli altri feriti. Lo studioso, allora, assegnò dei compiti a dei passanti, come chiamare la polizia e l'ambulanza, e la situazione si risolse. Ma bisogna per forza essere psicologi sociali o almeno esperti di psicologia per essere soccorsi? Pare proprio di sì. Diversa sorte subì una ragazza bolognese che fu violentata sotto gli occhi di automobilisti inerti che pure passavano numerosi. Ci sono, quindi, più probabilità di essere aiutati in un piccolo centro che a Milano o Roma, sostiene Bocchiaro. Teoria assurda? I dubbi verranno dissipati solo leggendo "Psicologia del male".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dario Regginelli&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-4948810997289534526?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/4948810997289534526'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/4948810997289534526'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/10/quella-forza-oscura-che-governa-i.html' title='&quot;Quella forza oscura che governa i comportamenti&quot;'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/Sxm0ozonqBI/AAAAAAAAAOs/1Ivvz72SRPs/s72-c/img_roma_piccola.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-5526644382901385412</id><published>2009-10-12T03:49:00.000-07:00</published><updated>2009-12-02T03:57:21.770-08:00</updated><title type='text'>"Di una 'psicologia del male' e alcune riflessioni". ULTIMA PARTE</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZUjsM4LfI/AAAAAAAAAGU/bvlT5N8G9sM/s1600-h/thepopuli.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410604974469557746" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 32px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZUjsM4LfI/AAAAAAAAAGU/bvlT5N8G9sM/s200/thepopuli.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;12 ottobre 2009&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Bocchiaro tenta un riequilibro dei sistema, a mio avviso. Tenta di impedire l’inspessimento di dinamiche fallaci, obsolete che vedono nel male occhi precisi, riconoscibili e luoghi comuni. Ma tenta altrettanto tenacemente di riportare la mente alla ragione, alla lucida consapevolezza, al ‘io potrei, se’. E in quel ‘se’ si celano dinamiche complesse, anche questo è parte della logica. In quel ‘se’ c’è l’accettazione di fattori ‘aggravanti’. Di un qualcosa che subentra e spinge, preme, verso il Male. Nella speranza (questo mi sembra di sentire nelle parole di Bocchiaro) che sapendo ciò che si può arrivare a fare, nel Male, questo sapere diventi spinta verso il Bene. Diventi lucido rifiuto, davanti a quegli stessi fattori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è poi un’altra parte delle teorie di Bocchiaro che si rifanno alla distinzione da ciò che si è, e ciò che si fa. In altre parole: ciò che siamo non è condannabile, analizzabile in pieno, comprensibile anche. Mentre le azioni che compiamo, le scelte, possono diventare oggetto di critiche, condanne o giudizi. Perché le azioni (se non deformate o confuse dall’esterno) dovrebbero essere univoche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;… condannarne la condotta è quantomeno doveroso. Ciò non implica però un giudizio morale sulla persona: l’essere umano va necessariamente scisso dalle azioni di cui si rende responsabile, e solo su queste ultime è legittimo dibattere ed esprimere giudizi. Mescolare i due livelli – come fanno Chiesa e giurisprudenza – aggiungerebbe immoralità su immoralità.&lt;br /&gt;(pag.120)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che evidentemente contrasta con la teoria ‘io sono ciò che faccio’. Sebbene le responsabilità sono fatte di carne e sangue. Sono materiali. Non è possibile ad esempio, multare qualcuno per un’intenzione (che comunque è in lui) ma la trasgressione al codice della strada, oggettivamente o abbastanza oggettivamente rilevata, sì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bocchiaro insomma non assolve. Ma neanche condanna in toto. Bocchiaro tenta di invertire rassicurazioni. Che non costituisce assoluzione per morti causate, sofferenze inflitte; che non è alleggerimento da colpa. Piuttosto c’è l’intenzione (basata su un approccio scientifico, di analisi delle reazioni senza preconcetti) di guardare alla natura umana nuda, evitando favole o accomodamenti. Il male è in noi, è parte dell’essere. Del corpo. Il male si può scegliere. Ma può diventare dinamica sotterranea che inchioda, attraverso pressioni esterne che limano la libertà di scelta, che deformano la realtà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli anni, mi pare intensificando i ritmi e gli sforzi, la cronaca nera italiana si è infittita di morti improvvise, violente, omicidi, suicidi, fatti qualificati come ‘inspiegabili’. E immancabilmente il valzer di interviste e trasmissioni ‘di approfondimento’ hanno mostrato volti di parenti, amici, conoscenti, vicini che cantilenavano nenie smarrite eppure rassicuranti come “erano persone tranquille, gente per bene, mai un urlo, uno sgarro, cordiali ed educati”. Negli anni questi accadimenti finiti nelle cronache nere nazionali o relegate a meri riscontri locali, sono state etichettate come ‘follie’, colpi di testa entro cui rintracciare qualcosa che non andava, che è esploso all’improvviso, un male radicato e nascosto, tarli subdoli. Qualsiasi cosa che potesse distinguere quelle persone dagli altri. Da chi si è ritrovato a leggere quotidiani o fissare schermi con le pantofole e i piatti fumanti davanti al naso, tra titoli-vuoti pugni in faccia e analisi superficiali riprendendo esterni di abitazioni, interni di scene dei delitti con annessi cartellini identificativi fino ai famosi plastici. Tutto questo è successo. Succede ancora. Ma mentre leggevo questo saggio qualcosa, nell’ingranaggio, si è dis-inceppato. Qualcosa che già sentivo falso, depistante, blablabla da in-stupidimento di massa, anestesia generale anti-logiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi sono tornati in mente alcuni ragionamenti-analisi sopra esposti, anche alcuni giorni fa (inizio ottobre 2009) quando percorrendo una strada di periferia ho visto (assieme ad altri) una donna anziana raggomitolata su un ciglio, a ridosso di un vecchio canale. Visto non è il termine esatto. Da lontano, percorrendo la strada, pareva un grumo di tessuti, pezzame abbandonato per terra. Quando il veicolo davanti a me ha iniziato a frenare, rallentando a mia volta ho visto distintamente un ciuffo di capelli bianchi. Fermi poco lontano (io, il veicolo davanti e quello dietro), alcune automobili ci hanno superato accelerando, altri si sono accostati per poi ripartire dopo poco. Da uno specchietto retrovisore ho visto il conducente del mezzo dietro di me, fermatosi accanto alla donna a terra, alzare le braccia, richiamare l’attenzione. Nel frattempo il conducente del mezzo davanti a me, che per primo ha frenato, è sceso correndo verso il ciglio della strada. In quel momento ho deciso. Cosa fare. Ma la scelta non era così scontata o ovvia come potrebbe sembrare. Ero sola in macchina, dovevo andare a prendere mio figlio alla materna (gli orari non sono elastici evidentemente). Non avevo visto nulla di ciò che poteva o non poteva essere accaduto alla donna a terra. Sono scesa. Le ho tenuto la testa, parlato per quel poco che riuscivo, carezzata in attesa dell’ambulanza. I soccorsi erano già stati chiamati, qualcuno stava bloccando le corsie per favorirne il passaggio. Il mio intervento non era necessario, decisivo tanto meno tempestivo. Ma al momento di scegliere se ripartire o scendere, non lo sapevo. E non lo riporto qui per la necessità di farmi catalogare nel bene o nel male. Sono stata entro entrambi, in realtà. Perché avrei potuto scendere subito, dopo aver accostato, senza aspettare di vedere ciò che mi accadeva attorno (chi stava, chi accelerava…). Da dove avevo fermato la macchina non vedevo nulla. Sapevo solo che erano capelli quelli che avevo visto. Poteva essere già morta. O sanguinante. Potevano subentrare diverse variabili, soggettive.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci ho sentito una certa pressione. Da masse. La strada era piena di macchine, in un senso o nell’altro di marcia. Proprio piena. Avrei potuto non fare nulla. Oltre tutto non avevo visto quasi nulla. In quel quasi credo abbia pesato l’ago della bilancia. Non abbastanza da mollare tutto subito e correre da lei fregandomene di qualsiasi implicazione o variabile. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Rientrando ho pensato che poteva benissimo essere uno degli esperimenti descritti da Bocchiaro. Situazione imprevista, improvvisa, non proprio estrema ma abbastanza inusuale per una periferia sonnecchiante della piana bassa. Ero stanca, dunque non in condizioni di riflessi, logica e attenzione, mediamente ottimali. Avevo i tempi stretti. Ed ero sola in macchina. Era anche pieno giorno, la strada era trafficata, e fortunatamente altre due persone si erano fermate o lo stavano facendo. Ma se non lo avesse fatto nessuno? Se attorno a me il ciuffo di capelli fosse stata l’unica ‘cosa fuori posto’?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La risposta non la conosco.&lt;br /&gt;Ma la temo.&lt;br /&gt;E rientrando mi sono sentita bene e male.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Barbara Gozzi&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-5526644382901385412?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/5526644382901385412'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/5526644382901385412'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/di-una-psicologia-del-male-e-alcune_8980.html' title='&quot;Di una &apos;psicologia del male&apos; e alcune riflessioni&quot;. ULTIMA PARTE'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZUjsM4LfI/AAAAAAAAAGU/bvlT5N8G9sM/s72-c/thepopuli.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-7205087610208142462</id><published>2009-10-10T03:38:00.000-07:00</published><updated>2009-12-02T03:48:47.901-08:00</updated><title type='text'>"Di una 'psicologia del male' e alcune riflessioni". PARTE II</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZSAp7wRII/AAAAAAAAAGM/6LNlpywjpoA/s1600-h/thepopuli.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410602173542188162" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 32px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZSAp7wRII/AAAAAAAAAGM/6LNlpywjpoA/s200/thepopuli.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;10 ottobre 2009&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Altro fattore cruciale è l’inerzia, la non azione entro dinamiche di massa. Bocchiaro propone altri esperimenti e l’analisi del ‘delitto genovese’ (Kitty Genovese venne aggredita nel ’64 rientrando dal lavoro, finendo stuprata e ferita mortalmente. Le indagini rintracciarono ben trentotto persone che avrebbero potuto – capendo la situazione – intervenire in qualche modo, ma nessuno lo ha fatto. Su &lt;/span&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kitty_Genovese"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;wikipedia&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;). Le teorie esposte nel saggio tendono a sottolineare quanto le certezze possono essere labili e inverse, nella realtà. Proprio quando più persone entrano a conoscenza di un dramma, una condizione di emergenza, meno saranno i potenziali soccorritori. Più si è, di fatto, e più le responsabilità verranno mitigate e ripartire. Il pensiero ‘tanto lo farà qualcun’altro’ pare diventare alibi, propensione all’inerzia. Bocchiaro esplicita concetti impopolari come ‘diffusione della responsabilità’, ‘ignoranza collettiva’ e ‘credenza in un mondo giusto’. Ma lo fa argomentando. Assumendosele, responsabilità intellettuali. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Non c’è da estirpare un male interno agli astanti né da interrogarsi sui tratti che li accomunano; piuttosto, bisogna ridare dignità a quanto fa da cornice all’ (in)azione, esaminando i fattori che, documentati da ricerca, ne stanno alla base. Questo non vuol dire esautorare l’essere umano, ma, piuttosto, riorganizzare le variabili in campo così che le forze situazionali riacquistino peso.(pag.66)&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Sempre delle folle, e delle forze che innescano, si occupa poi nel capitolo successivo. Recuperando un episodio che risale al 1985, la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool che si concluse con trentanove morti. De-individuazione viene definito questo stato. Quando, spiega Zimbardo, “il gruppo, creando una condizione di anonimato, allenta il senso di responsabilità personale e i divieti morali di ciascuno” (pag. 69). E’ indiscutibile che la rabbia, la ferocia, non si innescano dal nulla, sono già parte dell’essere umano. Eppure: In ognuno di noi esiste una pulsione distruttiva – la destrudo freudiana – che ci fa provare una strana attrazione nei confronti del male. Questo potenziale negativo viene normalmente inibito dai divieti morali interiorizzati durante il percorso di socializzazione; dei residui si occupa poi il sistema sociale, facendo sì che vengano dissipati nei tempi e nei momenti ritenuti accettabili.(pag.77) &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il sistema inibitorio però, può non funzionare a dovere. Subire influenze o deviazioni esterne. Altro scenario, altra situazione borderline che abbraccia il male.Nell’aprile 2004 i mass media si occuparono ossessivamente di ciò che pareva accaduto nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Il rapporto, stilato successivamente, e riferendosi agli ultimi mesi del 2003, ha descritto prigionieri sodomizzati, percossi con ogni oggetto a disposizione, umiliazioni sessuali di ogni genere (alcune informazioni su &lt;/span&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Prigione_di_Abu_Ghraib"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;wikipedia&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;). Ma anche un &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.prisonexp.org/italiano/"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;esperimento, svoltosi presso un carcere di Stanford nel 1971&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt; e monitorato (tra gli altri) da Zimbardo. Un esperimento dai contorni morbosi, disperati. Probabilmente riprodotto anche in pellicole cinematografiche (il senso dell’esperimento, non la rivisitazione fedele di ciò che accadde nel ’71). Deindividuazione. Deumanizzazione. Conformismo. Insidie di un ruolo. E’ attraverso l’analisi di questi agenti destabilizzanti, distruttivi, che Bocchiaro approfondisce questi contesti estremi, ne propone in parte i retroscena, gli agenti scatenanti, aggravanti. Fino a svelare come possa diventare naturale, quasi obbligatorio, il diventare prigionieri di un ruolo da carcerieri che si era all’inizio. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Quelle di Bocchiaro, sono evidentemente teorie che possono apparire ‘di comodo’. In un certo senso è come potersi tenere una sorta di ‘cartellino rosso’ in tasca, da esibire all’occorrenza, per evitare espulsioni sociali. Ero io ma in quel momento quel dato fattore (o più d’uno) mi hanno spinto verso, mi hanno reso più vulnerabile, fragile, incapace di reagire alla situazione se non entro il male. Le conclusioni dell’autore stesso, tendono a ricongiungere i concetti originali: bene-giusto, male-sbagliato. C’è comunque la necessità di riconoscere nelle azioni umane una matrice positiva o negativa, poli opposti in coincidenti – forse - che pur mescolandosi non generano mai un amalgama compatta, uniforme. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Le persone che diventano perpetratori di cattive azioni sono direttamente comparabili a quelle che diventano perpetratori di azioni eroiche, in quanto sono soltanto persone comuni, nella media. La banalità del male ha molto in comune con la banalità dell’eroismo. Né l’attributo è la diretta conseguenza di tendenze disposizionali uniche; non esistono speciali attributi interiori né della patologia né della bontà che risiedono nella psiche umana o nel genoma umano. Entrambe le condizioni emergono in particolari condizioni, in particolari circostanze, quando le forze situazionali svolgono un ruolo determinante nell’indurre singoli individui a varcare la frontiera decisionale fra inerzia e azione (citazione da ‘The lucifer effect’ di P. Zimbardo, Random House, New York 2007).(pag.126)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Barbara Gozzi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Prossimamente il seguito dell’analisi-riflessione.&lt;/span&gt; &lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-7205087610208142462?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/7205087610208142462'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/7205087610208142462'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/di-una-psicologia-del-male-e-alcune_02.html' title='&quot;Di una &apos;psicologia del male&apos; e alcune riflessioni&quot;. PARTE II'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZSAp7wRII/AAAAAAAAAGM/6LNlpywjpoA/s72-c/thepopuli.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-7643573692761116502</id><published>2009-10-06T03:18:00.000-07:00</published><updated>2009-12-02T03:37:31.642-08:00</updated><title type='text'>"Di una 'psicologia del male' e alcune riflessioni". PARTE I</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZQBpYX9VI/AAAAAAAAAGE/Da8URQ9o-SY/s1600-h/thepopuli.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410599991550408018" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 32px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZQBpYX9VI/AAAAAAAAAGE/Da8URQ9o-SY/s200/thepopuli.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;6 ottobre 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;‘Psicologia del male’ di Piero Bocchiaro con prefazione di Phil Zimbardo è un saggio che si tende, flette il linguaggio tecnico con quello più ‘popolare’, tenta avvicinamenti oltre le logiche accademiche ‘per pochi’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piero Bocchiaro, palermitano nato nel ’72 attualmente opera alla Vrije Universiteit di Amsterdam. Phil Zimbardo nato a New York nel ’33, psicologo statunitense, nella prefazione inquadra direttamente, senza giri di parole, il cuore pulsante delle teorie di Bocchiaro:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sin dalle prime pagine del libro emerge la concezione di un individuo in grado di agire in maniera estremamente crudele se posto in circostanze insolite ed estreme. Ci rifiutiamo di credere che possa essere così, e come pronta risposta utilizziamo un armamentario di meccanismi di difesa:«Gli uomini normali non sanno che tutto è possibile», diceva lo scrittore francese David Rousset. Vogliamo sentirci al sicuro, e così arriviamo a credere davvero che noi non siamo in grado di commettere azioni distruttive o brutali.&lt;br /&gt;(pag.10)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Indubbiamente il centro della questione è proprio questo: si è Bene o Male? O lo si può diventare? Poi, è un diventare Bene o Male duraturo, definitivo? Oppure può essere parentesi? Se non si è – condizione quasi genetica, di nascita – piuttosto è un assorbire o potenziare, chi o cosa stimola, induce, facilita le dinamiche che spingono verso (il Bene o il Male)?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il saggio affonda in analisi, esperimenti, logiche che si concentrano sul Male, ovvero quella dinamica più temuta, celata, negata, condannata. Ovviamente il rovescio della medaglia, appena accennato sul finale, è il fantomatico e adorato ‘Bene’. Ciò che non è l’uno, sta nell’altro. E viceversa. Oppure no?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’approccio di Bocchiaro tende alla frantumazione delle mode più comuni. Questo etichettare ‘male’ persone che hanno compiuto gesti, scelte o in generale azioni contro altri esseri umani, dunque mal-vagi; e automaticamente associare alla normalità, al vivere entro ‘margini diffusi, mediamente innocui’ qualcosa di bene-volo; entrambe le convinzioni sociali sono per l’autore, nulla più che dinamiche di sopravvivenza. Come spiega anche Zimbardo. Ci fa comodo distinguere. Ci fa comodo non sentirci coinvolti, in quanto gente comune, tranquilla nel vivere e stare. E’ condizione stabilizzante, rassicurante, questo voler individuare ‘geni malvagi’, tratti che da principio, da sempre rendono talune persone, male o che comunque se lo portano dentro. Quasi malattia. Patologia riconoscibile per sintomi e manifestazioni. Gli altri – tutti gli altri – non potrebbero mai. Figuriamoci. Proprio mai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bocchiaro divide il testo in capitoli che scandiscono ottiche diverse. Scene o macro accadimenti diversi per natura ma accumunati dal male rintracciatovi, additato, condannato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’obbedienza, capitolo due, attraverso l’analisi della figura di Adolf Eichmann (militare tedesco organizzatore preciso e puntuale del traffico ferroviario che trasportava ebrei ai vari campi concentramento, per tali crimini venne impiccato nel 1962, su wikipedia) e un esperimento condotto da Stanley Milgram nel 1961 (alcune nozioni sull’esperimento su wikipedia). Sostanzialmente le logiche tendono ad evidenziare come l’obbedienza e altri fattori collaterali, possono spingere l’essere umano a compiere azioni malvagie, senza considerarle tali, piuttosto mere esecuzioni di ordini, rispetto del potere sopra di sé.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per sterminare milioni di persone non è necessario dunque possedere la patente di cattivo; piuttosto, basta assolvere i propri incarichi, accettare in maniera acritica le disposizioni altrui e lasciare che l’abitudine faccia il resto. Come afferma la filosofa tedesca Hanna Arendt, inviata del settimanale ‘New Yorker’ a seguire il processo Eichmann, il male diventa banale perché può essere compiuto da chiunque sia inserito all’interno di un sistema che spinge a spegnere il cervello e ad agire in maniera meccanica.&lt;br /&gt;(pag. 43) &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Barbara Gozzi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prossimamente il seguito dell’analisi-riflessione. &lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-7643573692761116502?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/7643573692761116502'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/7643573692761116502'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/di-una-psicologia-del-male-e-alcune.html' title='&quot;Di una &apos;psicologia del male&apos; e alcune riflessioni&quot;. PARTE I'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxZQBpYX9VI/AAAAAAAAAGE/Da8URQ9o-SY/s72-c/thepopuli.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-6339551244901254709</id><published>2009-10-04T14:35:00.000-07:00</published><updated>2009-12-02T15:23:05.583-08:00</updated><title type='text'>"Scaffale Laterza, Psicologia del male"</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/Sxb1OH4i03I/AAAAAAAAAHk/vEZ1f4Hysgs/s1600-h/logo_barilive_it.png"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410781625315414898" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 98px; CURSOR: hand; HEIGHT: 52px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/Sxb1OH4i03I/AAAAAAAAAHk/vEZ1f4Hysgs/s200/logo_barilive_it.png" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;4 ottobre 2009&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;Alla scoperta delle radici della violenza che possono nascondersi nell'intimo dell'uomo.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;L’autore: Piero Bocchiaro (Palermo, 1972) è ricercatore alla Vrije Universiteit di Amsterdam. Autore di articoli scientifici e del volume “Introduzione alla psicologia sociale”, ha insegnato all’Università di Palermo e trascorso periodi di formazione e ricerca alla Stanford University. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La recensione: Quanti di noi si ritengono capaci di infierire su un innocente, fino ad arrivare ad ucciderlo? Quanti resterebbero impassibili davanti a una donna stuprata sotto i propri occhi? Quanti torturerebbero un proprio simile senza rendersi conto della gravità dell’azione? Certamente la prima risposta di ciascuno sarà: io non potrei mai fare una cosa simile. Secondo Piero Bocchiaro si tratta di un’illusione. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Fin da piccoli siamo cresciuti nella consapevolezza della dicotomia tra Bene e Male, in virtù della quale una coscienza educata al Bene non potrà mai commettere azioni scellerate. Le evidenze della psicologia sociale ci raccontano una storia molto diversa, basata su dati ed esperimenti scientifici: la malvagità non è appannaggio esclusivo di individui deviati o pazzi, dal momento che chiunque può infierire contro un altro essere umano, perché questi erano gli ordini o semplicemente perché ne ha avuto l'occasione. Ognuno di noi può nascondere in sé la predisposizione all’egoismo, alla malvagità e alla violenza, ma spesso non ce ne accorgiamo perché osserviamo noi stessi e gli altri nei soliti contesti e lasciamo che siano i ruoli sociali ad interagire. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;In questo libro, molto scorrevole e semplice da leggere nonostante la complessità dell’argomento, l’autore porta avanti la tesi situazionista per cui esistono alcuni fattori capaci di scatenare in chiunque, in determinate circostanze, la violenza e la cattiveria contro i propri simili. Come possiamo, dunque, pronosticare ciò che sarà di noi e degli altri quando le dinamiche situazionali si rimescolano in modo da creare condizioni nuove e impreviste? Per chiarire questa tesi molto poco rassicurante e, a prima vista, eccessiva, Bocchiaro prende in esame quattro fatti di cronaca, tra cui il caso Eichmann (ufficiale nazista che organizzò la deportazione di cinque milioni di ebrei) e quello di Abu Ghraib (carcere tristemente famoso per le violenze inflitte ai prigionieri iracheni), e li spiega confrontandoli con i risultati di altrettanti esperimenti di psicologia sociale. Esperimenti che lasceranno a bocca aperta il lettore, che si appresta ad affrontare un libro assolutamente fuori dal comune. Libro che, lungi dal giustificare la crudeltà o la violenza, provoca ciascuno di noi e ci mette in guardia dai contesti sociali che potrebbero spingerci a compiere azioni di cui mai e poi mai ci riterremmo capaci. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Chiara Divella&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-6339551244901254709?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/6339551244901254709'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/6339551244901254709'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/scaffale-laterza-psicologia-del-male.html' title='&quot;Scaffale Laterza, Psicologia del male&quot;'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/Sxb1OH4i03I/AAAAAAAAAHk/vEZ1f4Hysgs/s72-c/logo_barilive_it.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-6548869782295110322</id><published>2009-09-30T14:22:00.000-07:00</published><updated>2009-12-04T15:03:00.808-08:00</updated><title type='text'>"Brave persone fanno cose cattive"</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxmSqgk_iaI/AAAAAAAAAOc/mNW-JgKMU3g/s1600-h/zero91.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5411517686259616162" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 52px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxmSqgk_iaI/AAAAAAAAAOc/mNW-JgKMU3g/s200/zero91.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;numero di settembre 2009, pag. 74&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Sono davvero poche le persone che, in quanto "cattive", compiono il male in maniera deliberata perché amano farlo. La combinazione di particolari fattori può spingere chiunque contro un altro essere umano, fino a ucciderlo.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ciascuno di noi, in circostanze particolari, può "trasformarsi" e infierire contro un altro essere umano. Possiamo diventare torturatori, omicidi o, nella migliore delle ipotesi, rimanere indifferenti davanti a una richiesta d'aiuto. Questa la tesi espressa in &lt;strong&gt;Psicologia del male &lt;/strong&gt;(Editori Laterza, 2009) da Piero Bocchiaro, studioso palermitano esperto di psicologia sociale, oggi &lt;em&gt;research fellow&lt;/em&gt; alla Vrije Universiteit di Amsterdam. Bocchiaro, allievo di Phil Zimbardo - autore del celebre Stanford Prison Experiment, studio simulato sulla psicologia della vita in prigione, il cui obiettivo era capire quali conseguenze psicologiche si accompagnassero al fatto di ricoprire il ruolo di prigioniero o di guardia (in pochi giorni le "guardie" divennero sadiche mentre i "prigionieri" mostrarono segni evidenti di depressione e stress) - ribalta le nostre più ataviche convinzioni: non più un mondo costruito sulla dicotomia bene/male, buoni/cattivi. Insomma, chiunque di noi, in certe condizioni, è in grado di compiere azioni malvagie. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Nel libro l'autore interpreta quattro casi di cronaca alla luce della teoria situazionista della psicologia sociale: il caso Eichmann, ufficiale nazista che decretò la morte di milioni di ebrei; il delitto Genovese, giovane donna che venne uccisa sotto lo sguardo di immobili testimoni; la tragedia dell'Heysel, stadio belga in cui si scatenò la furia degli &lt;em&gt;hooligans&lt;/em&gt; contro i tifosi italiani, e infine le torture del carcere di Abu Ghraib, dove alcuni militari americani infierirono su inermi prigionieri iracheni. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;L'approccio di Bocchiaro non si limita a ricondurre tali casi alla psicopatologia, ma dimostra come un ruolo fondamentale rivesta la "situazione" in cui i fatti si presentano. "Sono davvero poche le persone che, in quanto 'cattive', compiono il male in maniera deliberata perché amano farlo - ci racconta l'autore - individui come Alex di Arancia Meccanica, per intenderci, rappresentano l'incarnazione del male, una ridotta percentuale di sadici che prova piacere nel compiere un atto crudele. Le stesse azioni possono potenzialmente essere compiute da qualsiasi altro essere umano, ma in questo caso esse sono accompagnate da un forte conflitto emotivo che si manifesta nei modi più svariati (sudorazione, tremore, risate isteriche, balbettio)". &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Alla domanda su quali siano i fattori maggiormente condizionanti risponde: "Varie sono le forze che indirizzano verso condotte malvagie. Nel libro mi occupo della deindividuazione, della deumanizzazione, del conformismo, della diffusione della responsabilità, dell'obbedienza all'autorità. Qualora dovessero combinarsi, come talvolta accade, queste forze psicosociali sono in grado di spingere chiunque a infierire contro un altro essere umano, fino a ucciderlo. Purtroppo il loro peso è spesso sottovalutato (o, peggio, ignorato) nella spiegazione del male". &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;C'è una spiegazione allora se individui "normali" cadono in preda ad impulsi antisociali - come nei casi di violenza allo stadio - o se, in casi più gravi, arrivano a disconoscere altri esseri umani in quanto tali - come durante la persecuzione degli ebrei. Anche l'obbedienza, commenta Bocchiaro, non deve essere cieca: "Ci hanno insegnato che obbedire è una virtù; non ci hanno spiegato però che bisogna farlo con discernimento, utilizzando quanto più possibile le nostre capacità critiche. La disobbedienza diventa allora un valore tutte le volte in cui una figura autoritaria si dimostra immorale: in questi casi, sapersi opporre a un ordine può voler dire salvare anche vite umane". Ma non tutto è perduto: proprio la consapevolezza di come certi meccanismi "ci agiscono" può renderci liberi di scardinarli. Alla consapevolezza, naturalmente, deve associarsi una reale crescita emotiva della persona, senza la quale, dice ancora l'autore, "la conoscenza delle forze psicosociali che orientano al male può risultare sterile".&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Sara Ridolfo&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-6548869782295110322?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/6548869782295110322'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/6548869782295110322'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/brave-persone-fanno-cose-cattive.html' title='&quot;Brave persone fanno cose cattive&quot;'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxmSqgk_iaI/AAAAAAAAAOc/mNW-JgKMU3g/s72-c/zero91.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-490631752677772053</id><published>2009-09-28T03:12:00.000-07:00</published><updated>2009-12-01T03:31:11.190-08:00</updated><title type='text'>"Hitler e l'enigma del male".</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxT8B_e24LI/AAAAAAAAAFE/HkatyiYIKO8/s1600/messaggero.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410226163529736370" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 40px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxT8B_e24LI/AAAAAAAAAFE/HkatyiYIKO8/s200/messaggero.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;28 settembre 2009, pag. 22&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Davanti ai crimini di Hitler ci si chiede se davvero quella incarnazione del male abbia agito con consapevole lucidità. Socrate è arrivato a pensare che se l'uomo fosse cosciente di infrangere la morale arretrerebbe subito spinto dalla intelligenza che non può non giudicare il male come qualcosa di abietto, da non perseguire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piero Bocchiaro (Psicologia del male, Laterza, 130 pagine, 12 euro) offre una affascinante, imperdibile esposizione dei recenti, sensazionali esperimenti che dimostrano come "la malvagità non sia appannaggio esclusivo di individui devianti o pazzi, ma che chiunque possa infierire contro un altro essere umano". E l'enigma di Hitler si infittisce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Andrea Velardi&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-490631752677772053?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/490631752677772053'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/490631752677772053'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/12/hitler-e-lenigma-del-male.html' title='&quot;Hitler e l&apos;enigma del male&quot;.'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxT8B_e24LI/AAAAAAAAAFE/HkatyiYIKO8/s72-c/messaggero.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-5949837985411988650</id><published>2009-09-22T06:23:00.000-07:00</published><updated>2009-12-01T06:34:29.937-08:00</updated><title type='text'>"Il buono, il cattivo e il potenziale carnefice".</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxUnD5AL4RI/AAAAAAAAAFk/fR0iP3rq90g/s1600/logo_opinioneweb.png"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410273475150209298" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 44px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxUnD5AL4RI/AAAAAAAAAFk/fR0iP3rq90g/s200/logo_opinioneweb.png" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;22 settembre 2009&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;La comoda, e spesso rassicurante dicotomia tra queste due categorie viene affrontata e confutata nelle 129 pagine di "Psicologia del Male", affascinante viaggio nella psiche umana firmato da Piero Bocchiaro.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Esistono davvero i “buoni” e i “cattivi”? La comoda - e spesso rassicurante - dicotomia tra queste due categorie viene affrontata e confutata nelle 129 pagine di “Psicologia del Male” (edizioni Laterza, 2009), affascinante viaggio nella psiche umana firmato da Piero Bocchiaro, research fellow presso la Vrije Universiteit di Amsterdam, già docente presso l’Università di Palermo nonché autore di articoli scientifici e del volume “Introduzione alla psicologia sociale” (scritto assieme a S. Boca e C. Scaffidi Abbate, Bologna 2003). Uno studio approfondito che, affrontando alcuni fatti di cronaca - dal caso Eichmann, gerarca nazista responsabile della morte di almeno cinque milioni di ebrei, alle più recenti torture del carcere iracheno di Abu Ghraib - serve a dimostrare che il male non è appannaggio esclusivo di alcuni. Anzi: dati alla mano, tutti gli individui sono potenziali carnefici. A colloquio con “L’Opinione”, Piero Bocchiaro presenta il suo libro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quale obiettivo si è posto nello scrivere “Psicologia del Male”? Quali sono i pregiudizi e gli stereotipi che ha voluto combattere, e perché? Il libro nasce in risposta alle spiegazioni classiche offerte per interpretare la condotta crudele, spiegazioni che vogliono “cinico” o “cattivo” chi se ne rende protagonista. Il mio obiettivo era invece di ridare peso a quanto fa da cornice all’azione malvagia, esaminando quegli elementi presenti nella situazione immediata in grado di scatenare in chiunque, a prescindere dalla struttura di personalità, un simile comportamento. La visione “situazionista” che propongo nel libro, inoltre, ha importanti ricadute nella vita quotidiana di ciascuno: prendere coscienza della propria vulnerabilità al contesto esterno rende più vigili nei confronti delle varie forze che nostro malgrado ci investono, accrescendo le probabilità di contrastarle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su quali teorie, statistiche, ed evidenze sperimentali si basano le asserzioni contenute nel Suo libro?&lt;br /&gt;La tesi situazionista è sostenuta dai risultati di vari studi condotti in laboratorio e sul campo dagli psicologi sociali a partire dagli anni Sessanta. Per citare qualche esempio, si tratta di studi classici come quello di Milgram sull’obbedienza all’autorità, quello di Zimbardo sulla prigione di Stanford - a cui si è ispirato il film “The Experiment”, del 2001 - o quello di Darley e Latané sulla diffusione della responsabilità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel definire il Suo libro, è stato scritto che la tesi di fondo è che “chiunque, in particolari circostanze, può infierire contro un altro essere umano”. È d’accordo con questa affermazione?&lt;br /&gt;Sì. La linea di demarcazione tra “Bene” e “Male” esiste, ma diventa sottile e molto permeabile laddove la persona si trova in situazioni insolite ed estreme. In tali situazioni, poiché non è possibile far uso degli schemi che normalmente guidano la condotta, sono i fattori situazionali a prendere il sopravvento. La persona diventa allora vulnerabile a una serie di forze esterne che, in maniera pericolosa, orientano la condotta verso il male. Si tratta di forze molto potenti ma purtroppo sottovalutate o addirittura ignorate dai commentatori nella spiegazione delle condotte malvagie. Tengo a sottolineare che il risalto da me dato alle forze esterne nella spiegazione del male non va scambiato per atteggiamento giustificazionista o assolutorio. Alcune situazioni, dicevo prima quelle insolite ed estreme, orientano la condotta umana verso il male. Ciò comunque non vuol dire che non ci sia un responsabile: qualcuno poteva fare diversamente e non lo ha fatto. E la condotta di quel qualcuno va punita.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;“Psicologia del Male” cita diversi celebri casi di cronaca. Quale ruolo rivestono nel dimostrare che “la malvagità non è appannaggio esclusivo di individui devianti”?&lt;br /&gt;Adolf Eichmann, ufficiale nazista che decretò la morte di milioni di ebrei, in realtà era un uomo comune, giudicato sano dagli psichiatri che ne valutarono la personalità. Uno di questi pare abbia affermato “più normale di quello che sono io”, mentre un altro lo definì un esempio di “psicologia ideale”, per via dei rapporti che intratteneva con la famiglia e con gli amici. In modo simile, Ivan Frederick, militare americano condannato per le torture commesse nel carcere di Abu Ghraib, fu giudicato cortese, docile e conciliante da due psicologi clinici incaricati, in maniera indipendente l’uno dall’altro, di esaminarne la psicologia. Nessuna tendenza sadica o patologica fu riscontrata in lui. Si potrebbe andare avanti con gli esempi, ma la sostanza resterebbe la stessa: non è necessario rassomigliare ad Alex, protagonista del film “Arancia Meccanica”, per rendersi protagonisti di azioni malvagie; piuttosto, persone ordinarie, anche buone nel quotidiano, possono compiere il male semplicemente perché esposte a una o più forze situazionali che non riescono a contrastare.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Perché, a Suo avviso, così spesso si ricorre alla distinzione - talvolta manichea - tra “Bene” e “Male”, tra “Buoni” e “Cattivi”?&lt;br /&gt;L’idea predominante nella cultura occidentale è che le condotte crudeli siano l’esito della personalità o del patrimonio genetico di chi le compie. Ne consegue che bisogna scavare all’interno di questi individui per capire le ragioni del loro comportamento. La popolarità di tale idea è legata ai benefici che ne derivano sia per il sistema, che così viene alleggerito dalla responsabilità di aver creato i presupposti all’attuazione del male, sia per chi non ha ancora agito in maniera cattiva, che così può continuare a credere di essere diverso “da quel genere di persone”. Il dualismo buoni-cattivi, insomma, conviene un po’ a tutti.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Cristiano Bosco&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-5949837985411988650?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/5949837985411988650'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/5949837985411988650'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/09/il-buono-il-cattivo-e-il-potenziale.html' title='&quot;Il buono, il cattivo e il potenziale carnefice&quot;.'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxUnD5AL4RI/AAAAAAAAAFk/fR0iP3rq90g/s72-c/logo_opinioneweb.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-1296352685219792443</id><published>2009-09-16T03:34:00.000-07:00</published><updated>2009-12-04T13:46:37.783-08:00</updated><title type='text'>"Quando il criminale sfugge alle tipologie"</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;[Articolo apparso su "Il Siciliano" il 16 settembre 2009]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;strong&gt;In libreria "Psicologia del male" dell'autore palermitano Piero Bocchiaro.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La malvagità esiste? Forse sì, ma l'idea secondo la quale vi sia tutto il bene da un lato e tutto il male da un altro si sgretola sempre di più, specie nella società contemporanea, nella quale i molteplici fatti di cronaca dimostrano come anche il tranquillo vicino della porta accanto possa, in determinate situazioni, diventare un pericoloso criminale, degno della migliore creatività di un romanziere o regista &lt;em&gt;noir&lt;/em&gt;. Su questa falsariga si muove &lt;em&gt;Psicologia del male&lt;/em&gt;, libro del palermitano Piero Bocchiaro, edito da Laterza e uscito da pochi mesi in tutta Italia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Nelle pagine del volume, tracciando un quadro che nasce da casi reali, si dimostra, infatti, come in determinati contesti, in particolari situazioni e a contatto con fattori psicosociali presenti nel contesto in cui la persona si trova ad agire, la condotta criminogena possa venir fuori anche in persone "insospettabili" e annoverate fino a poco prima fra le folte schiere dei "buoni" o dei "normali".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;L'approccio "situazionista" adoperato da Bocchiaro viene confortato da casi concreti che l'autore scandaglia con minuziosa attenzione. Si tratta di quattro esempi dell'inimmaginabile banalità del male avvenuti nel passato. I casi esaminati riguardano l'esempio di Adolf Eichmann, ufficiale della Germania nazionalsocialista, al quale è attribuita la morte di milioni di ebrei; l'assassinio di Kitty Genovese, giovane italo-americana uccisa a coltellate nei pressi della propria abitazione, nel distretto del Queens a New York, davanti ad una dozzina di testimoni, rimasti a guardare le fasi del delitto dietro alle finestre delle proprie abitazioni; e ancora, la strage dello stadio Heysel, dove morirono trentanove tifosi italiani, molti dei quali calpestati dalla folla a seguito della violenza di un gruppo di hooligans della squadra di calcio del Liverpool; e infine, le torture della prigione di Abu Ghraib, in Iraq, dove diversi militari americani umiliarono i prigionieri irakeni, con atti di atroce barbarie, finalizzati all'umiliazione e alla prostrazione fisica dei detenuti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Le spiegazioni fornite da Bocchiaro appaiono convincenti, anche alla luce di altri casi di cronaca raccontati dai quotidiani italiani nel recente passato. Come non pensare, ad esempio, al celebre stupro di Guidonia nel gennaio di quest'anno, quando quattro uomini violentarono una ragazza, o al cittadino rumeno che a giugno fu ucciso per un errore all'interno della metropolitana di Napoli, senza l'intervento di nessuno fra i testimoni che avevano assistito alla scena.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;I casi si potrebbero moltiplicare e confermano l'ipotesi di Bocchiaro, secondo cui non ha senso l'equazione secondo cui a un'azione violenta o malvagia debba corrispondere un individuo perverso o comunque annoverabile nella sfera delle classiche tipologie criminali. Inoltre, fatti simili suggeriscono lo spunto per sottolineare come l'intera umanità - a parere di chi scrive - viva in una condizione di sonno, ovvero quella situazione durante la quale l'azione dei singoli, nella maggior parte dei casi, non sono consapevoli, in quanto dettate da una volontà interna e libera, bensì indotte, per reazione meccanica dall'ambiente circostante, dall'influenza del momento, da un fatto capace di innescare la molla reattiva. Dunque, non azioni consapevoli e libere, ma meccaniche e incoscienti, che rivelano lo stato di prigionia dell'essere umano all'interno di un vivere condizionato e, perciò stesso, limitato.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Piero Bocchiaro, nato a Palermo nel 1972, è uno di quei palermitani che sono più illustri in Italia e all'estero che non nella nostra città. Ricercatore alla Vrije Universiteit di Amsterdam, è autore di articoli scientifici e del volume &lt;em&gt;Introduzione alla psicologia sociale&lt;/em&gt;. Ha insegnato all'Università di Palermo e trascorso periodi di formazione e ricerca alla Stanford University. Un'intelligenza che meriterebbe di essere maggiormente valorizzata anche a casa nostra.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Alberto Samonà&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-1296352685219792443?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1296352685219792443'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1296352685219792443'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/09/quando-il-criminale-sfugge-alle.html' title='&quot;Quando il criminale sfugge alle tipologie&quot;'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-2507558772766630714</id><published>2009-09-06T15:53:00.000-07:00</published><updated>2009-12-01T03:09:30.310-08:00</updated><title type='text'>"Buoni e cattivi. Quel lato oscuro dentro ogni uomo".</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxRcWXbOh1I/AAAAAAAAAEc/RbeNtuzFSS0/s1600/800px-La_Repubblica_logo.png"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410050591693899602" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 44px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxRcWXbOh1I/AAAAAAAAAEc/RbeNtuzFSS0/s200/800px-La_Repubblica_logo.png" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;06 settembre 2009, pagg. 16-17 (ed. Pa)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Gente che uccide, che tortura, che osserva passiva altri esseri umani morire. Gente ritenuta sadica, e dunque diversa da noi. Così ci hanno sbrigativamente detto di pensare. L'idea del mondo spaccato in due - sponsorizzata generosamente da Chiesa, scuola, televisione e da gran parte dell'intellighenzia - ci piace molto e l'abbiamo adottata da subito. Difficile separarsene persino quando assassini e torturatori, vivisezionati da criminologi e psichiatri, risultano spaventosamente normali. A simili constatazioni segue di solito una sensazione di smarrimento che per un attimo fa vacillare la credenza nel mondo binario; poi però ci facciamo distrarre dalla vita, e fatalmente dimentichiamo tutto. Il libro che avete tra le mani può ridestare quella sensazione spiacevole: qui leggerete di esperimenti di psicologia i cui partecipanti - individui ben integrati e dai profili di personalità nella norma - giungono a sopraffare, umiliare, seviziare in maniera deliberata persone innocenti. Verrete a contatto con varie manifestazioni del male, inclusa quella, solo apparentemente minore, dell' inerzia in situazioni di emergenza. Questa volta, però, non resterete soli coi vostri dubbi: arriveranno delle risposte, di matrice psicosociale, frutto di analisi incentrate prevalentemente sul contesto in cui gli individui agiscono anziché sui loro tratti di personalità... &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il mondo non sarebbe diviso, in maniera confortante, fra buoni o cattivi. Piero Bocchiaro, giovane psicologo palermitano, attualmente ricercatore ad Amsterdam lo sa bene; il suo libro, Psicologia del male (Laterza, 144 pagine 12 euro), non lascia indifferenti. In copertina un frammento dell'Arancia meccanica di Kubrick: lo sguardo poco rassicurante del drugo Malcolm McDowell. Il saggio si rivolge a un pubblico di curiosi e ammorbidisce il linguaggio degli addetti ai lavori per restituirci una forma di alta divulgazione, espone una teoria di psicologia sociale comprovandola con una serie di circostanze ed esperimenti. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Parole come obbedienza, autorità, e frasi come un «ordine è un ordine», verranno valutate assai attentamente dopo questa lettura. Messi di fronte a certe occasioni, immersi in ambienti ostili, schiacciati da stress, come spiega il saggio, qualunque essere umano è in grado di fare del male a un altro (restando comunque assolutamente ingiustificabile «la condotta negativa va sempre condannata», spiega Bocchiaro). La comprensione del tessuto sociale si rivela dunque uno strumento fondamentale affinché le condizioni adatte a questi sviluppi violenti vengano riconosciute e possibilmente evitate. Come si legge da una delle note del libro, così racconta i suoi aguzzini lo scrittore Primo Levi nel libro I sommersi e i salvati: «erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti». &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;L'unica tirannia che ci coinvolge tutti, democraticamente, è la situazione: guerre, carestie, dittature, pericoli, possono stritolare la reale natura. Sotto la pressione di paure e diffidenze si può finire col credere che l'altro, la vittima, sia un colpevole meritevole del male. Abbiamo imparato che, in guerra, i soldati combattono certi che un paese buono sia in lotta contro un paese cattivo. Sappiamo però che queste convinzioni si possono manipolare e sappiamo anche che inoculare il virus della paura può far scattare esagerati sistemi di difesa. A quest'imposizione negativa dell'ambiente sull'animo, comunque, si contrappone la visione di «un'influenza buona», se ci comportiamo male in circostanze critiche, possiamo comportarci meglio in ambienti sani? Pare proprio di sì, «la banalità del male ha molto in comune con la banalità dell'eroismo» si legge nella prefazione a firma di Philip Zimbardo. La cura non va solo somministrata al singolo, ma all'intero tessuto sociale. I fatti presi in considerazione nel libro fanno parte della cronaca, riguardano il caso Eichmann, colonnello nazista, responsabile della morte di almeno cinque milioni di ebrei; il delitto Genovese, in cui una giovane italo-americana venne assassinata nonostante si contassero ben 38 testimoni alla tragedia; la vicenda dell'Heysel, lo stadio belga in cui rimasero uccise 39 persone a causa del tentativo di un gruppo di tifosi inglesi di «prendere la curva»; finendo con le torture nel carcere militare americano di Abu Ghraib. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Le situazioni sono supportate da esperimenti svolti in alcune prestigiose università americane. Notissimo quello di Stanford che ricostruì le dinamiche aguzzino-prigioniero dividendo, a caso, diciotto studenti che avevano risposto a un annuncio in guardie e carcerati. O l'esperimento Milgram, che testava l'obbedienza chiedendo a dei volontari di somministrare scariche elettriche a sconosciuti la cui unica colpa era di non aver memorizzato bene un testo. Pochi si tirarono indietro, e qui l'obbedienza si rivela distruttiva. A proposito del caso Eichmann, il tenente-manovale tra i protagonisti dell'Olocausto, scrive Bocchiaro: «Per sterminare milioni di persone non è necessario dunque possedere la patente di cattivo; piuttosto, basta assolvere i propri incarichi, accettare in maniera acritica le disposizioni altrui e lasciare che l'abitudine faccia il resto». Augurandoci che si arrivi mai più a questi estremi è pur sempre il caso di ricordare a se stessi nelle circostanze del quotidiano di non abbandonarsi all'apatia, al sentito dire e al già visto. L'autore, Piero Bocchiaro, si è formato all'Università di Palermo e poi negli Usa, a Stanford, ed attualmente è research fellow alla Vrije Universiteit di Amsterdam. Così, nel testo, si spiegano alcune dinamiche: «Sin dagli inizi della mia vita professionale - scrive Bocchiaro nella prefazione - ho cercato di individuare, in studi di laboratorio e sul campo, quali fattori potessero spingere gli esseri umani a compiere azioni cattive, immorali, distruttive. L'idea predominante nella cultura occidentale è che tali azioni siano l'esito della personalità o del patrimonio genetico di chi le compie; ne consegue che bisogna scavare all'interno di questi individui per capire le ragioni del loro comportamento».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Daniela Gambino&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-2507558772766630714?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2507558772766630714'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2507558772766630714'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/09/buoni-e-cattivi-quel-lato-oscuro-dentro.html' title='&quot;Buoni e cattivi. Quel lato oscuro dentro ogni uomo&quot;.'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxRcWXbOh1I/AAAAAAAAAEc/RbeNtuzFSS0/s72-c/800px-La_Repubblica_logo.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-8078328696738765398</id><published>2009-08-23T08:57:00.000-07:00</published><updated>2009-12-01T16:13:29.357-08:00</updated><title type='text'>"Al di qua del Bene e del Male".</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxWwtddR-QI/AAAAAAAAAF0/Y1mVA8BX5aw/s1600/corrieredellasera2.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410424822403561730" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 15px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxWwtddR-QI/AAAAAAAAAF0/Y1mVA8BX5aw/s200/corrieredellasera2.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxTpc4d-w8I/AAAAAAAAAE0/p-d7IyAw8ZY/s1600/Corriere-logo.jpg"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;23 agosto 2009, pag. 33 &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;L' essenza del Male, su cui tanto si sono arrovellati filosofi e scrittori, da Kant a Dostoevskij, in realtà non esiste. A decretarne la vacuità, il tramonto come concetto, l'infondatezza ontologica, è Piero Bocchiaro, che in Psicologia del male (Laterza, pp. 128, euro 12) sottopone il comportamento umano al vaglio della scienza sociale. Che si abbia a che fare con Eichmann o madre Teresa di Calcutta, secondo lui non contano le buone intenzioni né le predisposizioni genetiche, bensì le circostanze: chiunque, in un contesto adeguato, può comportarsi da boia come da eroe. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Vacillano, insomma, i principi stessi di Bene e Male: se tutti li possediamo in eguale misura, ed essi possono essere risvegliati dall'ambiente o dal caso, definire una persona buona o cattiva diventa un fatto relativo, anzi arbitrario. Formulare un giudizio morale su Hitler o Stalin come persone è ingiusto, giacché soltanto le loro condotte possono essere valutate. Ma il Vangelo non invitava a valutare gli uomini secondo i frutti delle loro azioni? Così la questione si ripropone da capo. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Dario Fertilio&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-8078328696738765398?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/8078328696738765398'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/8078328696738765398'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/08/al-di-qua-del-bene-e-del-male-corriere.html' title='&quot;Al di qua del Bene e del Male&quot;.'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxWwtddR-QI/AAAAAAAAAF0/Y1mVA8BX5aw/s72-c/corrieredellasera2.gif' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-2762520668668354403</id><published>2009-08-21T05:05:00.000-07:00</published><updated>2009-12-01T05:23:03.790-08:00</updated><title type='text'>Bocchiaro: "Non esistono i mostri perché il male è dentro di noi".</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxUVhDcUYWI/AAAAAAAAAFU/Ex1wA3_Yqlo/s1600/logoIlPiccolo.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410254184959467874" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 28px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxUVhDcUYWI/AAAAAAAAAFU/Ex1wA3_Yqlo/s200/logoIlPiccolo.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;21 agosto 2009, pag. 21&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Male è dentro di noi. E il diavolo non c’entra proprio. Lui, come i mille altri babau evocati nel corso della storia dell’umanità per provare a spiegare gli omicidi più efferati, le ingiustizie più clamorose, le schifezze più diverse. Dobbiamo rassegnarci: ognuno di noi, in potenza, è un criminale. Ognuno di noi, di punto in bianco, può infierire contro un altro uomo. La realtà ce lo conferma giorno dopo giorno. Le nostre città, i nostri giorni sono pieni di gente che uccide, che tortura, che osserva altri essere umani morire senza muovere un dito per salvarli. Un’«Arancia meccanica» molto reale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«E quelli non sono mostri, sono persone perfettamente uguali a noi», afferma Piero Bocchiaro. Già docente all’Università di Palermo, a lungo collaboratore della Stanford University, attualmente ”research fellow” alla Vrije Universiteit di Amsterdam, ha voluto analizzare in un libro ”Psicologia del male” (Laterza, pagg. 130, euro 12). Partendo da una frase di Fedor Dostoevskij: «Non c’è niente di più facile che condannare un malvagio, niente di più difficile che capirlo». E proprio lo scrittore nato a Mosca nel 1821, e morto a San Pietroburgo nel 1891, aveva finito per spazzare via nel suo capolavoro ”Delitto e castigo” il confine innalzato tra il Bene e il Male. Affidando al protagonista Raskolnikov il compito di spiegare come un bravo giovane possa trasformarsi in un assassino, pur provando orrore per se stesso e per il proprio crimine. Travolto da quelle «particolari situazioni» a cui si riferisce Phil Zimbardo nell’introduzione alla ”Psicologia del male”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo più vulnerabili di quanto amiamo credere. E per farcelo capire, se ce ne fosse bisogno, Bocchiaro allinea sotto gli occhi del lettore una serie di storie eclatanti che hanno segnato il Ventesimo secolo, ma anche questo frammento di terzo millennio che stiamo vivendo. Parte dalla ”banalità del Male” fatta persona: quell’Adolf Eichmann che fu uno dei massimi responsabili dell’Olocausto. Ma che al processo di Gerusalemme nel 1961, da cui uscì condannato a morte, apparve agli occhi di tutti, ma soprattutto della filosofa Hannah Arendt, spaventosamente normale. Come anonimi, banali, erano i cittadini di New York che, nel 1964, abbandonarono al suo destino, sotto le finestre di casa, Kitty Genovese. La donna venne violentata, picchiata e poi uccisa senza che nessuno provasse ad aiutarla. E che dire degli anonimi tifosi che trasformarono, nel 1985, la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool in un bagno di sangue? Morirono 39 persone, 400 restarono ferite. Terry Wilson, uno dei 14 hooligan inglesi condannati per la strage, quando gli si avvicinò un poliziotto per arrestarlo, confessò di essersi messo a ridere. «Avrei voluto dirgli: ma non dica sciocchezze»: lui non si riconosceva nei crimini che gli venivano contestati. Un bravo ragazzo, Terry, che lavorava al mercato della frutta di Liverpool. Un bravo ragazzo proprio come i soldati americani che nel carcere iracheno di Abu Ghraib, alla periferia Ovest di Baghdad, si divertirono a torturare, a umiliare, per mesi, un gruppo di prigionieri. Facendosi immortalare pure dal fotografo. Resterà nella galleria degli orrori moderni l’immagine di una soldatessa che tiene al guinzaglio un uomo. Un povero ammasso di carne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Il problema è che la stragrande maggioranza delle persone, noi compresi - spiega Piero Bocchiaro -, si ritengono immuni dalla possibilità di compiere azioni crudeli. Per questo, quando viene arrestato un assassino che non ha le stigmate del mostro, quando scoprono che un violentatore vive proprio accanto a loro, restano sbalordite. Non riescono a trovare una spiegazione. Si chiedono: ”Ma com’è potuto accadere?”».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure Eichmann non era un caso isolato.&lt;br /&gt;«La sua condotta inquieta perché lui non era uno di quei malvagi che possono essere immediatamente identificati. Obbediva agli ordini di un’autorità che, in quel momento, riteneva operare al servizio della giustizia. Faceva ”il proprio dovere”. Per provare a capire il comportamento dell’ex ufficiale nazista, Stanley Milgram fece degli esperimenti interessantissimi all’Università di Yale».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che tipo di esperimenti?&lt;br /&gt;«Reclutò una serie di persone diverse tra loro, ma perfettamente ”normali”. Simili a noi. E le portò a somministrare scosse elettriche sempre più forti a delle ”vittime” che dovevano essere punite per i loro errori. L’obbedienza agli ordini di chi guidava l’esperimento in laboratorio è stata totale. Nessuno si è ribellato all’idea di impartire le scosse, ignorando che l’elettricità non arrivava per davvero visto che si trattava solo di un test».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il delitto Genovese si replica quasi ogni giorno?&lt;br /&gt;«Kitty Genovese venne violentata e uccisa nel marzo del 1964 a New York. Ma chi sentì le sue invocazioni di aiuto dalle finestre di casa avrebbe potuto aiutarla. Invece, non si mosse nessuno. Anche in questo caso, i ricercatori Darley e Latané sottoposero un gruppo di persone a un esperimento e nessuno fece niente per soccorrere il soggetto che dialogava con loro in chat e che diceva di sentirsi molto male. Ma la cosa strana è un’altra».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E cioè?&lt;br /&gt;«È comodo accreditare l’immagine di un ”homo urbanus” indifferente alle sofferenze altrui. L’esperimento di Darley e Latané, al contrario, ha dimostrato che di indifferenza, in laboratorio, se ne percepiva davvero poca. Il conflitto interiore dei partecipanti era alto: sudavano, tremavano, erano agitati».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma perché non sono intervenuti?&lt;br /&gt;«L’inazione, spesso, è figlia di quella prolungata incertezza tra l’astenersi e l’intervenire. Tipica di una comunità numerosa. Come dire che una persona, invece di seguire le proprie caratteristiche personali, si lascia influenzare dal fatto che può e deve condividere la decisione di intervenire con un numero elevato di altre persone».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per le torture di Abu Ghraib si è tentato di scaricare le responsabilità su alcune ”mele marce”...&lt;br /&gt;«All’inizio sì. Però, anche in questo caso, i soldati che si sono lasciati andare a torture bestiali non hanno rivelato tratti di malignità particolari. Non erano dei mostri. Purtroppo, il loro comportamento deriva da normali, e prevedibili, processi psicosociali. Gli stessi che hanno trasformato un gruppo di normalissimi ragazzi in feroci carcerieri nell’esperimento condotto da Phil Zimbardo dell’Università di Stanford».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La banalità del Male fa da specchio alla banalità del Bene?&lt;br /&gt;«Nel 1989, Giorgio Perlasca, che salvò migliaia di ebrei dalla furia dei nazisti, quasi si stupì di essere trattato da eroe. A Enrico Deaglio che lo intervistava, chiese: ”Lei, che cosa avrebbe fatto al posto mio?”. Ecco, anche in questo caso si tende a pensare che chi si espone a grossi rischi per il bene degli altri sia dotato di un coraggio smisurato. Loro, al contrario, sono convinti di avere fatto soltanto il proprio dovere».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come Eichmann?&lt;br /&gt;«Sì, solo che lui gli ebrei li mandava a morire, mentre persone come Perlasca hanno fatto ”il proprio dovere” per salvarli».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alessandro Mezzena Lona&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-2762520668668354403?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2762520668668354403'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2762520668668354403'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/08/bocchiaro-non-esistono-i-mostri-perche.html' title='Bocchiaro: &quot;Non esistono i mostri perché il male è dentro di noi&quot;.'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxUVhDcUYWI/AAAAAAAAAFU/Ex1wA3_Yqlo/s72-c/logoIlPiccolo.gif' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-4533244429040236345</id><published>2009-08-03T13:46:00.000-07:00</published><updated>2009-12-02T14:22:56.608-08:00</updated><title type='text'>"Psicologia del male, il libro di Piero Bocchiaro"</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxboH4MiqqI/AAAAAAAAAHU/YQJQ-srwl9I/s1600-h/palermo.png"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410767224373947042" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 85px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxboH4MiqqI/AAAAAAAAAHU/YQJQ-srwl9I/s200/palermo.png" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/Sxbn3y28ScI/AAAAAAAAAHM/INPmkaX03YI/s1600-h/blogsicilia.jpg"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;3 agosto 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;“Il male non è mai straordinario ed è sempre umano. Divide il letto con noi e siede alla nostra tavola”. Così scriveva il poeta inglese Wystan Hugh Auden. E a quanto pare non è l’unico a pensarla in questo modo: di recente è uscito un libro, “Psicologia del male”, pubblicato da Laterza, in cui viene sostenuta la tesi secondo cui chiunque, in circostanze critiche, può compiere atti efferati contro altri uomini a prescindere dalla propria personalità di base.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;L’autore è uno psicologo palermitano, Piero Bocchiaro, formatosi all’&lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.unipa.it/" target="_blank"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;università di Palermo&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt; e poi in quella americana di Stanford. Ed è proprio negli USA che Bocchiaro ha conosciuto Philip Zimbardo (sua la prefazione al libro), massimo esperto mondiale di quella psicologia che indaga le azioni malvagie o addirittura brutali compiute da uomini comuni in situazioni straordinarie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Psicologia del male” affronta vari fatti di cronaca (tra questi la tragedia dell’Heysel o le torture commesse nel carcere iracheno di Abu Ghraib) e spiega, in un linguaggio rigoroso ma sempre accessibile a tutti, come sia possibile questa trasformazione da cittadini modello a carnefici. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;“Non ce ne rendiamo conto, ma siamo tutti vulnerabili al potere delle forze presenti nella situazione” spiega Bocchiaro. “Queste forze, soprattutto quando ci ritroviamo in contesti nuovi e insieme estremi, possono prendere il sopravvento e orientarci verso condotte negative. E ciò accade indipendentemente dalla nostra struttura di personalità”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Il libro, unendo la competenza del saggio alla piacevolezza del racconto, spiega quali siano queste forze, come riconoscerle e in che modo combatterle. Consapevolezze che permettono di difenderci dal male subito e di prevenire quello che noi stessi potremmo compiere.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Piero Bocchiaro (Palermo, 1972) è research fellow alla Vrije Universiteit di Amsterdam. Autore di articoli scientifici e del volume “Introduzione alla psicologia sociale” (con S. Boca e C. Scaffidi Abbate, Bologna 2003), ha insegnato all’Università di Palermo e trascorso periodi di formazione e ricerca alla Stanford University.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-4533244429040236345?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/4533244429040236345'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/4533244429040236345'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/08/psicologia-del-male-il-libro-di-piero_03.html' title='&quot;Psicologia del male, il libro di Piero Bocchiaro&quot;'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxboH4MiqqI/AAAAAAAAAHU/YQJQ-srwl9I/s72-c/palermo.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-1486618057794806385</id><published>2009-07-26T12:41:00.000-07:00</published><updated>2009-12-02T12:53:59.946-08:00</updated><title type='text'>"Piero Bocchiaro presenta Psicologia del male"</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxbRSoxwRYI/AAAAAAAAAGc/wE6paWFKFmo/s1600-h/balarm.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410742120446182786" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 48px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxbRSoxwRYI/AAAAAAAAAGc/wE6paWFKFmo/s200/balarm.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;26 luglio 2009&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Da uno psicologo palermitano un saggio sul tema della malvagità; fatti di cronaca per dimostrare che chiunque è capace di «far del male».&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;«La malvagità non è appannaggio esclusivo di individui devianti: chiunque, in particolari circostanze, può infierire contro un altro essere umano. La classica dicotomia tra Bene e Male ci è sicuramente più congeniale poiché permette una identificazione immediata dei cattivi: sono “loro” i responsabili di crimini e violenze; “noi”, incorruttibili, abitiamo dalle parti della moralità. La psicologia sociale racconta però un’altra storia, quella in cui ciascuno è un potenziale carnefice. Si tratta di una storia basata su numeri, evidenze sperimentali che assottigliano lo scarto tra buoni e cattivi fino ad annullarlo del tutto»: con queste parole Piero Bocchiaro introduce il recente saggio “Psicologia del Male”. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Il testo affronta quattro fatti di cronaca, spiegandoli attraverso esperimenti di psicologia sociale. Il primo è il caso Eichmann, tenente colonnello nazista responsabile della morte di almeno cinque milioni di ebrei; il secondo è il delitto Genovese, giovane italo-americana assassinata dinanzi allo sguardo passivo di trentotto testimoni; il terzo riguarda la tragedia dell’Heysel, stadio belga in cui rimasero uccise trentanove persone per mano di un gruppo di tifosi inglesi; l’ultimo fatto di cronaca concerne le torture di Abu Ghraib, carcere noto per gli atti disumani perpetrati da alcuni militari americani sui detenuti iracheni. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;L’approccio usato per spiegare questi episodi, consolidato ormai da anni di studi e ricerche, è chiamato "situazionista". Trattandosi di situazioni nuove ed estreme, si ipotizza che la condotta umana venga maggiormente influenzata dai fattori psicosociali presenti nel contesto in cui la persona si trova ad agire piuttosto che dalla sua personalità. «Il libro - commenta Bocchiaro - nasce da una sorta di insofferenza nei confronti delle spiegazioni stereotipiche solitamente offerte per interpretare la condotta umana negativa: chi compie il male viene spesso definito dai commentatori “cinico”, “cattivo” o “prodotto della nostra società malata”. Il mio obiettivo era invece di restituire dignità a quanto fa da cornice all’azione malvagia, esaminando i fattori situazionali capaci di scatenare in chiunque, in determinate circostanze, una simile condotta, a prescindere dunque dal profilo di personalità del protagonista». E continua: «Generalmente osserviamo noi stessi e gli altri nei soliti contesti, lasciamo che siano i ruoli sociali ad interagire; l’esito comportamentale non può che essere prevedibile e in linea con le aspettative. Diventa invece impossibile pronosticare ciò che sarà di noi e degli altri quando le dinamiche situazionali si rimescolano».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Piero Bocchiaro (Palermo, 1972) è research fellow alla Vrije Universiteit di Amsterdam. Autore di articoli scientifici e del volume “Introduzione alla psicologia sociale” (con S. Boca e C. Scaffidi Abbate, Bologna 2003), ha insegnato all’Università di Palermo e trascorso periodi di formazione e ricerca alla Stanford University. “Psicologia del Male”, 129 pagine e 12 euro per le Edizioni Laterza, è già in libreria.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Fabio Vento&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-1486618057794806385?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1486618057794806385'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1486618057794806385'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/07/piero-bocchiaro-presenta-psicologia-del.html' title='&quot;Piero Bocchiaro presenta Psicologia del male&quot;'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxbRSoxwRYI/AAAAAAAAAGc/wE6paWFKFmo/s72-c/balarm.gif' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-2086381794217467821</id><published>2009-07-25T08:41:00.000-07:00</published><updated>2009-12-01T02:43:50.562-08:00</updated><title type='text'>"Se i buoni diventano cattivi".</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxToe2Rz5DI/AAAAAAAAAEs/d18YrDv7cww/s1600/LOGO_IL_TEMPO.png"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410204669042746418" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 200px; CURSOR: hand; HEIGHT: 38px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxToe2Rz5DI/AAAAAAAAAEs/d18YrDv7cww/s200/LOGO_IL_TEMPO.png" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;25 luglio 2009, pag. 34&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;I fatti di cronaca inducono continuamente a chiedersi: «Chi può essere stato capace di commettere questa atrocità? Quale mostro?».&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;A queste domande rispondono giornali e programmi di attualità con lo stesso fuorviante linguaggio che chiama in causa vari aspetti legati all'interiorità dei protagonisti, dipinti, conseguentemente, come «cinici», «cattivi» o «prodotto della nostra società malata». «Psicologia del male» (Laterza, pag. 129) di Piero Bocchiaro, partendo da 4 fatti di cronaca, ridà invece peso a quanto fa da cornice all'azione malvagia, esaminando i fattori situazionali capaci di scatenare in chiunque, in determinate circostanze, una simile condotta (a prescindere dunque dal profilo di personalità del protagonista). &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Tali fattori sono stati investigati dagli psicologi in numerosi studi di laboratorio e sul campo, aspetto, questo, che fornisce un importante sostegno empirico alla tesi situazionista portata avanti da Bocchiaro. Diventa allora difficile pronosticare ciò che sarà di noi e degli altri quando le dinamiche situazionali si rimescolano in modo da creare condizioni nuove e impreviste. Tutto questo è probabilmente difficile da accettare; di sicuro, però, si tratta di una prospettiva che ci rende vigili nei confronti delle forze esterne, accrescendo le probabilità di contrastarle. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-2086381794217467821?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2086381794217467821'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2086381794217467821'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/11/se-i-buoni-diventano-cattivi-il-tempo.html' title='&quot;Se i buoni diventano cattivi&quot;.'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxToe2Rz5DI/AAAAAAAAAEs/d18YrDv7cww/s72-c/LOGO_IL_TEMPO.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-1303442362254028676</id><published>2009-07-01T01:46:00.000-07:00</published><updated>2009-12-01T02:50:06.073-08:00</updated><title type='text'>"Cattivi si nasce (ma anche si diventa)".</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxTqwyctOHI/AAAAAAAAAE8/tGd5OFlh3ps/s1600/donnamoderna2.bmp"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410207176275605618" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 147px; CURSOR: hand; HEIGHT: 76px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxTqwyctOHI/AAAAAAAAAE8/tGd5OFlh3ps/s200/donnamoderna2.bmp" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxOufD6x-KI/AAAAAAAAADc/mFN6Qy-NTzY/s1600/donnamoderna.jpg"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1 luglio 2009, pagg. 70-71&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;La tradizionale distinzione tra "buoni" e "cattivi" viene messa in discussione nel libro Psicologia del male di Piero Bocchiaro (Laterza). Palermitano, 37 anni, ricercatore alla Vrije Universiteit di Amsterdam, Bocchiaro spiega quali meccanismi mentali abbiano trasformato persone normali in volenterosi carnefici.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Gli assassini sono sempre dei malati di mente? pensarlo ci tranquillizza. Nuovi studi, però, denunciano una verità scomoda: crimini efferati li possono commettere persone normali. Sì, avete capito: ogni individuo, buono almeno all'apparenza, è capace di trasformarsi all'improvviso in un inquietante "Lucifero".&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Come reagireste se vi dicessero che anche voi, che state leggendo questo articolo, avete la natura del carnefice? Che sareste capaci, in date circostanze, di picchiare, seviziare e infliggere le più atroci sofferenze a degli innocenti? Proprio come il colpevole (o i colpevoli?) dell'uccisione di Meredith Kercher a Perugia, con Amanda Knox che al processo si ripete innocente e accusa la polizia di averla minacciata. O i sette militari americani che seminavano terrore nel carcere iracheno di Abu Ghraib. È questa la sconvolgente conclusione a cui sono arrivati gli studiosi di psicologia sociale, impegnati da decenni a cercare di capire perché milioni di ordinari tedeschi abbiano partecipato durante la seconda guerra mondiale allo sterminio degli ebrei. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Non se ne parla molto. E noi continuiamo a cullarci nell'idea che i "cattivi" siano gli altri. "Invece assassini e torturatori, visti da vicino, sono spaventosamente normali" dice Piero Bocchiaro, psicologo, ricercatore alla Vrije Universiteit di Amsterdam e autore di &lt;em&gt;Psicologia del male &lt;/em&gt;(Laterza), un saggio sui meccanismi della violenza. "La prova più convincente, tra tante, è l'esperimento condotto nel laboratorio di Milgram nel 1961. A 40 persone selezionate dagli scienziati dell'università di Yale, scelte escludendo chi avesse disturbi mentali, è stato chiesto di assistere a un esame universitario da dietro uno schermo unidirezionale. Con un ruolo spietato: dare su comando dei professori una scossa elettrica agli studenti che sbagliavano le risposte. Anche se non lo sapevano, era tutto simulato. E il risultato è stato che nessuno si è tirato indietro. Sette "carnefici" su dieci hanno addirittura attivato la scarica elettrica più intensa, quella che faceva svenire le vittime". La normalità dei partecipanti dimostra che chiunque al loro posto avrebbe fatto lo stesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque, siamo tutti cattivi? E in quali situazioni si manifesta quello che gli scienziati chiamano "effetto Lucifero"? Ce lo siamo chiesti nella storia della mamma di Cogne, quella Annamaria Franzoni condannata per l'uccisione del piccolo Samuele. O nel caso dell'omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, per cui è imputato il fidanzato Alberto Stasi. I colpevoli sono per forza dei mostri, dei malati di mente, figure devianti? "Bisogna rovesciare la domanda" sostiene il criminologo Francesco Bruno, docente di Psicopatologia forense all'università La Sapienza di Roma. "La verità è che l'uomo uccide da sempre. Come gli altri animali anche noi siamo naturalmente portati a sopraffare gli avversari. Per mangiare, difenderci, sfogare le passioni. Solo l'educazione e tutto ciò che chiamiamo civiltà ha messo un freno alla violenza. Ma ci sono situazioni in cui l'autocontrollo non è efficace, e l'uomo torna a essere sanguinario. Senza che ci sia una malattia mentale o un cuore nero".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I punti di vista si scontrano. C'è chi non crede che il male possa sgorgare all'improvviso, senza una causa che lo scateni. "Anche il più crudele degli assassini ha alle spalle una storia che spiega perché ha sbagliato" dice don Gino Rigoldi, cappellano dell'Istituto penale per minorenni Beccaria di Milano. "I cattivi veri, quelli come l'Alex di &lt;em&gt;Arancia Meccanica&lt;/em&gt;, che prova piacere a fare il male, sono pochissimi: uno su mille" dice il professore Piero Bocchiaro. "Ma in molti casi i carnefici sono persone normali che, in situazioni nuove e impreviste, si comportano in modo efferato. Come i tifosi inglesi che nel 1985 hanno provocato la strage di italiani nello stadio Heysel di Bruxelles".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il dito viene puntato sulle situazioni che mettono in gioco processi mentali che rendono più accettabile il male. "Il primo di questi meccanismi è la disumanizzazione della vittima" spiega Bocchiaro. "La somiglianza che percepiamo tra noi e gli altri è un deterrente contro la violenza. Se invece un uomo viene visto come inferiore, se vale di meno, diventa legittimo agire in modo crudele su quel bersaglio. Per questo i nazisti chiamavano gli ebrei topi. E Rosa Bazzi e Olindo Romano, condannati per la strage di Erba, consideravano il vicino di casa Azouz, tunisino e spacciatore, un diverso".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è poi l'attribuzione di responsabilità. Tra chi compie azioni malvagie c'è la tendenza a dare alla vittima la colpa dell'accaduto. "Ci si inventa una giustificazione" dice Bocchiaro. "Alberto Stasi, nella ricostruzione del magistrato che ne ha chiesto il rinvio a giudizio, potrebbe aver agito perché la fidanzata aveva forzato il suo computer, guardando contenuti riservati. Migliaia di file pornografici. Agli occhi di Stasi la ragazza sarebbe stata colpevole di una grave intromissione".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma i meccanismi mentali che attenuano la capacità di controllo sono numerosi. La deindividuazione, per esempio, si verifica quando le persone si trovano in gruppo o fanno parte di una folla. L'anonimato spinge ad agire con minore senso di responsabilità. "Potrebbe essere successo nel delitto di Perugia, dove bisogna chiarire il ruolo di tre persone: Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede" dice Bocchiaro. Ma è necessario essere cauti. "In molti fatti di cronaca nera la causa scatenante della violenza è un grave disturbo mentale". Il dubbio rimane anche dopo la condanna definitiva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"La mamma di Cogne è probabilmente vittima di una patologia che i giudici non sono riusciti a valutare" spiega il criminologo Francesco Bruno. Come dire: la radice del male è ancora coperta di mistero.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;br /&gt;Maurizio Dalla Palma&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-1303442362254028676?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1303442362254028676'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/1303442362254028676'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/07/cattivi-si-nasce-ma-anche-si-diventa.html' title='&quot;Cattivi si nasce (ma anche si diventa)&quot;.'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxTqwyctOHI/AAAAAAAAAE8/tGd5OFlh3ps/s72-c/donnamoderna2.bmp' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-10081546994704335</id><published>2009-06-18T08:14:00.000-07:00</published><updated>2009-12-01T02:32:15.168-08:00</updated><title type='text'>"La psiche ci rende indifferenti".</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxTkCMuHQ2I/AAAAAAAAAEk/AFpzS-Lam7A/s1600/La_Stampa-logo-2.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410199778804319074" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 184px; CURSOR: hand; HEIGHT: 30px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxTkCMuHQ2I/AAAAAAAAAEk/AFpzS-Lam7A/s200/La_Stampa-logo-2.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;18 giugno 2009, pag. 19&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;Lo studioso: "Non conta la personalità, una forza subdola ci fa ignorare chi soffre".&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Piero Bocchiaro, psicologo e autore del libro «Psicologia del male» (Laterza), come ha reagito vedendo le immagini di Napoli, con l’uomo agonizzante nell’indifferenza generale?&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;«Amarezza ma nessuna sorpresa. Sono immagini assolutamente simili se non sovrapponibili a tutti gli episodi con una situazione di emergenza e un gruppo di persone che si allontana senza far nulla».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Come cataloga queste situazioni nel suo libro?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Inerzia dello spettatore. Il libro cerca di spiegare i motivi per cui la gente comune agisce in modo malvagio. La spiegazione classica è: chi non agisce è indifferente, cinico e sadico. In realtà quasi mai la malvagità dipende dalla personalità del soggetto ma dal contesto immediato in cui si trova».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Quindi chiunque di noi può compiere il male, anche il più buono?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Chiunque, se si mettono insieme una serie di ingredienti situazionali. Perché ci sono forze molto subdole ma molto potenti che costringono la gente ad agire fuori dagli schemi».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Non è una tesi giustificazionista?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Qualcuno potrebbe pensarlo. In realtà nel libro scrivo che chi produce male è sempre responsabile. Sia nell’azione che nell’inazione».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Le differenze culturali, gli studi, l’estrazione sociale influiscono?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Non ci sono dati precisi, ma studi analoghi inducono a dire di no».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Nei casi come quello di Napoli quali sono gli ingredienti situazionali?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«In America avevano condotto studi su studenti universitari: li convocavano in laboratorio con un pretesto, in realtà inconsapevolmente venivano studiati. Poi un attore nella stanza vicina fingeva di sentirsi male: un attacco epilettico. Si sentivano tonfi e urla. Lo studente veniva testato di fronte a uno che stava morendo».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Come reagivano gli studenti?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Se lo studente pensava che nelle altre stanze ci fossero altre persone, interveniva molto meno. Se credeva di essere l’unico testimone, la pressione ad agire aumentava. Questi studi dimostrano che il fattore principale è la diffusione della responsabilità. Davanti all’emergenza, se sono solo penso: mi tocca. Se c’è altra gente mi chiedo: perché proprio io? Anche il biasimo che deriverà dalle conseguenze dell’inazione si distribuisce tra gli astanti».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;C’è altro, oltre alla responsabilità diffusa?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Altre forze rendono l’inazione il comportamento più frequente. Il fattore tempo: ha senso reagire all’emergenza con un soccorso immediato, ha meno senso se passa tempo: uno, due, tre minuti. Ciascuno di noi ama sentirsi coerente: se decidi di intervenire dopo un po’ di tempo, devi mettere in discussione quello che hai fatto prima. Devi trovare una spiegazione: perché solo ora? Poi c’è “la credenza in un mondo giusto”: gli astanti tendono a ipotizzare che la vittima possa essere responsabile di qualcosa, in qualche modo se l’è cercata. Le ricerche lo riscontrano per esempio per donne stuprate o picchiate dai mariti: nessuno lo ammette esplicitamente, ma agisce nel profondo».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Non c’entra anche la paura? Se spara la camorra si rischia la propria incolumità.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«C’è anche la sfera dei rischi fisici. Ma prevalgono quelli psicologici: eventuale coinvolgimento in interrogatori successivi. La responsabilità del soccorritore è un altro fattore inibitorio: c’è la convinzione per cui se io intervengo, la gente penserà che ho qualcosa a che fare con quanto è successo».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Negli ultimi anni i comportamenti in queste situazioni sono cambiati?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Sfortunatamente dagli Anni 70 questi studi sono stati vietati in seguito a polemiche etiche: chi partecipava agli esperimenti subiva uno stress molto forte, tremava e balbettava. Questo ha impedito in tutto il mondo di valutare l’evoluzione. Ipotizzo che trattandosi di meccanismi universali, non siano cambiati».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ora però queste immagini sono mostrate dai mass media, l’emergenza è quotidiano sciroppo televisivo: questo non ce la fa metabolizzare? Non siamo più pronti a gestirla? &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Lo escluderei, il contesto estremo e insolito fa prendere il sopravvento alle forze situazionali, nonostante le persone siano preparate».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Che cosa si può fare allora?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Primo: conoscere i meccanismi. Se mi sono allenato a livello mentale, è possibile che la cognizione diventi spinta emotiva. Se mi trovo ignaro, ho più probabilità di restare vittima. Secondo: metabolizzare le emozioni. È la sfida più grande, ma non potendo più fare esperimenti la psicologia sociale non conosce la minoranza che ci riesce».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La cronaca ogni tanto li incrocia e li chiama «eroi».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«Sì, ma l’eroe viene intervistato dopo ore se non giorni, e fornisce risposte ad hoc. Non perché è in malafede, ma perché non ha accesso ai processi mentali che sono responsabili del suo comportamento. Sono risposte di buon senso, ma risposte di uno spettatore date da un attore. Quindi non funzionano».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Come definirebbe «l’eroe»?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;«L’eroismo è l’altra faccia del male. L’eroe non è un superumano, uno dalle doti straordinarie o con una particolare propensione altruistica. Diceva Perlasca: l’occasione fa l’uomo ladro, di me ha fatto una cosa diversa».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;Giuseppe Salvaggiulo&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-10081546994704335?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/10081546994704335'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/10081546994704335'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2009/06/la-psiche-ci-rende-indifferenti-la.html' title='&quot;La psiche ci rende indifferenti&quot;.'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/SxTkCMuHQ2I/AAAAAAAAAEk/AFpzS-Lam7A/s72-c/La_Stampa-logo-2.gif' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5392854000697025593.post-2711474749586614212</id><published>2009-05-31T11:03:00.000-07:00</published><updated>2010-02-03T03:43:05.753-08:00</updated><title type='text'>A colloquio con "Phil"</title><content type='html'>&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5429272953173639506" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 150px; CURSOR: hand; HEIGHT: 200px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S1im_EKNAVI/AAAAAAAAAO8/pfNHiHCgvqg/s200/SDC10728.JPG" border="0" /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Quanto leggerete è una sintesi, trasformata in intervista, delle tante ore passate a discutere con Phil Zimbardo tra gli Stati Uniti, la Sicilia e l’Olanda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;Ci racconti com’è nata questa passione per la psicologia?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Credo che la risposta abbia a che fare con la mia infanzia. Sono cresciuto in un ghetto di New York, nel Bronx, in una famiglia molto povera — per farti un esempio, abbiamo cambiato casa 31 volte, soprattutto di notte per evitare di pagare l’affitto. Il Bronx mi ha dato i fondamenti, per così dire, per comprendere l’animo umano: se volevi sopravvivere lì dovevi essere un bambino sveglio, dovevi capire come difenderti e farti rispettare dagli altri. Ai trucchi imparati per strada si unirono quelli appresi durante i mesi di isolamento forzato trascorsi in ospedale per una polmonite. Avevo cinque anni e non potevo alzarmi dal letto né avvicinare gli altri bambini o i miei stessi genitori; tuttavia, in quell’enorme reparto di ospedale imparai, oltre a leggere e a scrivere, come ingraziarmi le infermiere per avere qualche caramella o come conquistare l’ammirazione degli altri bambini. Grazie a quell’esperienza mi allenai ulteriormente nello studio dei segreti della psicologia umana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ricordo di un tuo racconto, qualche tempo fa, in cui parlavi di te al lavoro già da piccolo&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Iniziai a lavorare molto presto. A 7-8 anni lustravo scarpe e vendevo riviste porta a porta. Durante il periodo del liceo invece avevo trovato un piccolo lavoro all’interno di un teatro, un’esperienza che mi insegnò molto soprattutto in termini di disciplina. Lavoravo cinque sere a settimana e sabato tutto il giorno. Ricordo che arrivavo già stanco al lavoro: la mattina ero costretto ad alzarmi molto presto e farmi un’ora e mezza di metropolitana per raggiungere la scuola. Usavo quel tempo studiando (con la gente praticamente addosso). La stessa cosa succedeva al ritorno. In teatro vendevo aranciate e fra una pausa e l’altra, ancora una volta, riprendevo in mano i miei libri. Accennavo alla disciplina prima. Imparai presto a sfruttare tutto il tempo a mia disposizione, e da insegnante continuai a farlo per preparare al meglio le lezioni. Inoltre, il successo che quegli attori riscuotevano ogni giorno tra il pubblico mi fece riflettere sull’importanza dell’esercizio nella qualità della nostra performance, qualunque essa sia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;Tra i tuoi amici d’infanzia c’era Stanley Milgram, diventato poi celebre per i suoi studi sull’obbedienza all’autorità…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Stanley ed io siamo stati compagni di classe all’ultimo anno di liceo. Lui era il più intelligente, io il più popolare. Per me era strano essere definito tale: assieme alla mia famiglia ero appena rientrato da un anno trascorso in California — mio padre aveva tentato invano di trovare lavoro da quelle parti —, dove fui sistematicamente evitato da tutti. Non avevo amici, nessuno si sedeva accanto a me, e se provavo a entrare in un bar i ragazzi lì dentro andavano immediatamente via. Un giorno, cercando di capire le ragioni di questa discriminazione, raccontai la mia esperienza a un compagno di squadra (giocavo a baseball ai tempi). “Certo, noi abbiamo paura di te” mi rispose. “Sei di New York, e in più hai origini italiane… insomma, tutti pensano che tu sia mafioso”. Stereotipi in azione. Come dicevo, fu strano per me essere riconosciuto, appena qualche mese dopo, come “lo studente più popolare” dell’intera scuola. Sebbene in maniera naif, vista l’età, mi chiesi, insieme a Stanley, se a cambiare fossi stato io o la situazione. Fummo d’accordo nell’attribuire alla situazione la responsabilità di quanto accaduto. Alcuni anni dopo, le ricerche mie (mi riferisco ovviamente all’Esperimento Carcerario di Stanford) e di Milgram (l’uomo che “scioccò il mondo” con i suoi studi sull’obbedienza cieca all’autorità) dimostrarono chiaramente il potere del contesto nel plasmare i comportamenti degli individui. Rividi Milgram una decina d’anni dopo il liceo. Ci incontrammo a Yale, io in partenza per la New York University, lui appena assunto. Ed Zigler, ai tempi professore alla facoltà di psicologia, organizzò lì una festa; “Zim, di là c’è un tuo caro amico” mi disse. Ricordo ancora la confessione che Milgram mi fece quella sera: avrebbe da sempre voluto essere il ragazzo più popolare della scuola ma “suo malgrado” era il più intelligente, e come spesso succede, chi è troppo sveglio non è amato dal resto della classe. Io ammisi a mia volta che avevo da sempre desiderato essere lo studente più brillante. Entrambi dunque dovemmo accontentarci…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;L’esperienza californiana non è stata l’unica in cui hai subito il pregiudizio…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Il pregiudizio e la discriminazione hanno sempre avuto una grossa parte nella mia vita. A sei anni fui picchiato e chiamato “sporco ebreo” per via del mio aspetto. In seguito fui quasi escluso dal dottorato alla Yale University perché in molti, all’interno della facoltà di psicologia, pensavano che fossi nero ancora prima di conoscermi. Un’altra volta, negli anni in cui insegnavo alla New York University, stavo trasportando dei mobili nel mio ufficio con una bandana in testa quando sentii alcuni passanti dire: “Oddio, i portoricani ormai sono dappertutto”. Sono stato discriminato, dunque, perché considerato ebreo, italiano, nero e portoricano. Forse però l’esperienza peggiore riguarda il pregiudizio contro la povertà. Ero bambino e mi trovavo dal dentista. Durante la visita, in seguito alle mie lamentele per il dolore, il dentista disse al suo assistente: “Questo tipo di gente si lamenta sempre. Non ascoltare quello che dicono. Guarda piuttosto i loro occhi: ti daranno il giusto segnale”. Mi sentii anonimo, insignificante, deumanizzato. In seguito, da ricercatore, avrei indagato proprio quel genere di stati psicologici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;È vero che, al tuo primo anno di università, l’esame di Psicologia Generale andò male?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Sì (sorride). O meglio: lo superai, ma col minimo. Quel corso fu terribile ma mi permise di diventare in seguito un buon insegnante: capii cosa non si deve fare per annoiare i propri studenti. Da allora, come dicevo prima, ho sempre dedicato molto tempo alla preparazione delle mie lezioni, quasi sempre supportate da materiali audio-visivi o dalla presenza di ospiti (tra gli altri, la banda della Stanford University, ex detenuti, uno sciamano del Perù, Malcom X). I miei corsi sono sempre stati molto affollati, ma il successo accademico dipende dalla ricerca e dalle pubblicazioni. Dovetti dunque “imbrogliare”, utilizzando gli studenti per creare nuove idee da testare in laboratorio. L’Esperimento Carcerario di Stanford nacque proprio in questo modo: dopo aver discusso con i miei studenti sulle dinamiche psicologiche della vita in prigione, alcuni di loro si prestarono a stare per una settimana all’interno di un carcere finto. I risultati furono molto interessanti, per cui decisi di rifare il tutto; ma in maniera sistematica, scientifica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;La tua carriera da professore inizia alla New York University. Tredici corsi in un anno…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Sì. Una follia. Ero il più giovane, e appena arrivato alla NYU mi dissero: “Ecco il tuo programma d’insegnamento”. Per 6000 dollari all’anno avrei dovuto tenere 5 corsi per semestre, per un totale di 10 corsi, e altri tre durante l’estate. Capii allora che bisognava ottimizzare i tempi, pena la rinuncia alla ricerca e alla carriera universitaria. Feci una cosa molto semplice: individuai i migliori studenti al corso di Psicologia Generale e, dopo averli adeguatamente elogiati, li incoraggiai a seguire il mio corso di Psicologia Sociale, poi quello di Dinamiche di Gruppo e l’altro sugli Atteggiamenti. Mi ritrovai in breve con un piccolo gruppo di studenti bravi e motivati ai quali affidare lo sviluppo di alcune idee di ricerca. Fu una strategia che servì a incrementare la mia produttività ma anche a fornire nuovo materiale per i successivi corsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Quando ti sei trasferito a Stanford?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Anche se avevo già creato un gruppo di ricerca, sapevo che l’università di New York non era il luogo giusto per me: la facoltà non era stimolante e gli studenti non volevano stare lì. Inoltre, dopo 6 anni ero ancora un assistente — una volta, in seguito a una richiesta di promozione mi fu risposto: “La gente pensa che tu sia troppo presuntuoso; ti serve tempo per maturare”. Poi la telefonata dalla California. “Pronto, sono Al Hastorf, preside della facoltà di psicologia di Stanford. La chiamo per informarla che il collegio dei docenti ha deciso di affidare a lei un posto da professore ordinario”. Pensavo fosse uno scherzo. “Di cosa ha bisogno per trasferirsi qui?” continuò. “Di un paio di occhiali da sole e di un biglietto di sola andata” risposi. Era sul finire degli anni sessanta, e lì ebbe inizio una nuova fase della mia vita. Per inciso, subito dopo l’arrivo a Stanford conobbi Chris, giovane dottoranda, oggi mia moglie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;C’è un filo che unisce i vari temi di ricerca di cui ti sei finora occupato?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Credo di sì. Il mio principale interesse di ricerca riguarda la condotta insolita messa in atto da persone normali in circostanze particolari. Mi incuriosisce il processo di trasformazione della natura umana e i fattori responsabili di questi cambiamenti improvvisi. Ho dedicato la maggior parte della mia carriera allo studio di una particolare categoria di comportamenti insoliti: quelli irrazionali o crudeli. Oggi, pur mantenendo lo stesso interesse di fondo, sto investigando le azioni straordinarie compiute da gente ordinaria. Chi sono, ad esempio, i protagonisti di gesti eroici? Perché dinanzi a una emergenza una sola persona decidere di salvare un bambino dall’annegamento o una donna da un incendio? Istintivamente si pensa che queste persone possiedano tratti speciali che le differenziano dal resto della popolazione. Nei fatti non è così: si tratta, ancora una volta, di gente comune che si è ritrovata in circostanze estreme. L’obiettivo diventa allora capire l’intreccio psicosociale responsabile di simili azioni, una sfida nella quale siamo solo all’inizio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Parlaci della tua fondazione&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Da cinque anni ho istituito la fondazione Philip Zimbardo con l’obiettivo di promuovere la cultura e finanziare gli studenti che, meritevoli, intendono continuare con gli studi universitari. La fondazione ha sede a Cammarata, paese di origine dei miei nonni paterni di cui fino a qualche anno fa ignoravo l’esistenza (sapevo che la famiglia Zimbardo fosse siciliana, ma non possedevo informazioni più specifiche); poi, in seguito a una puntata di SuperQuark dove fui ospite, qualcuno mi contattò. “Lei deve avere origini cammaratesi” mi scrissero, “qui ci sono centinaia di Zimbardo!”. Iniziai le ricerche ed effettivamente scoprii che i miei nonni si erano sposati a Cammarata per emigrare subito dopo negli Stati Uniti. L’anno seguente andai in Sicilia e rimasi incantato dall’ospitalità e dal calore di tutti. Fui accolto in forma ufficiale dal sindaco e ricevetti la cittadinanza onoraria. In pochi giorni credo di aver parlato con centinaia di persone (c’era sempre qualcuno che traduceva per me… ammetto di non parlare una parola d’italiano), soprattutto con i più giovani. Mi colpì tra le altre cose la mancanza di prospettiva futura, di speranza per un avvenire migliore; i ragazzi erano tutti molto svegli ma l’impressione era che cercassero una guida che indicasse loro un percorso da seguire. Fu lì, era il 2005, che pensai a una fondazione. Da allora torno ogni anno per consegnare le borse di studio, per finanziare le varie associazioni no-profit locali e per distribuire computer e altre attrezzature alle scuole. Ho 76 anni, e posso dire che questa è una delle esperienze più gratificanti ed emozionanti di tutta la mia vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Phil, sembra evidente che tu non abbia nessuna voglia di ritirarti in pensione&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;No. Il bambino sopravvissuto a quell’infanzia difficile è sempre in questo corpo, pieno di energia, ottimista e pronto a fare la differenza. Anziché dondolarmi su un’amaca o giocare a golf, ogni giorno lavoro come cinquant’anni fa sentendo ancora la passione per quello che faccio. Voglio continuare a seguire il flusso delle idee in qualsiasi direzione esse mi portino. E una, tra quelle che più mi entusiasmano, come sai ti riguarda personalmente. Ritengo infatti la nostra ricerca sulla disobbedienza di grande importanza non solo per la psicologia ma anche per la società in generale. Vedremo cosa dirà il laboratorio.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5392854000697025593-2711474749586614212?l=pierobocchiaro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2711474749586614212'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5392854000697025593/posts/default/2711474749586614212'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierobocchiaro.blogspot.com/2010/01/quanto-leggerete-e-una-sintesi_21.html' title='A colloquio con &quot;Phil&quot;'/><author><name>Piero</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06460684447996138903</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_3_ESqH_7nAU/S1im_EKNAVI/AAAAAAAAAO8/pfNHiHCgvqg/s72-c/SDC10728.JPG' height='72' width='72'/></entry></feed>
