«Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!»: chi ha letto Il signore delle mosche ricorderà questa cantilena intonata dai protagonisti del romanzo prima di massacrare un ragazzo e di lanciarne un altro dal dirupo. Giovani studenti britannici, per chi non lo sapesse, ben educati, di buona famiglia, naufraghi su un’isola deserta in seguito a una tragedia aerea. William Golding racconta di un male che sguscia via dai confini cui siamo soliti relegarlo per penetrare in territori dalla segnaletica rifatta, dove bontà e malvagità si rimescolano rendendo difficile ogni previsione sulla condotta umana. Il male banale, insomma — come definito da Hannah Arendt —, che fa paura proprio perché nascosto dietro fattezze comuni. Se la violenza commessa da un individuo deviato rientra infatti nell’ordine naturale delle cose, quella perpetrata dalla categoria insospettabili finisce fatalmente col mettere paura perché scombussola l’idea di un mondo sotto controllo.
Di questi insospettabili ce ne sono parecchi, e purtroppo non solo in letteratura: i giornali ci raccontano continuamente delle atrocità commesse da cittadini-modello (quelle riguardanti le due maestre d’asilo di Pistoia rappresentano solo un esempio tra i più noti della recente cronaca italiana) e la storia ci consegna da sempre incarnazioni della banalità del male. Quella di Adolf Eichmann è con molta probabilità la più nota. Seppure indicato come esempio di psicologia ideale da uno psichiatra che ne esaminò la personalità — un altro, durante il processo di Gerusalemme, aggiunse «Più normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato» —, sul tenente colonnello delle SS pendevano quindici capi d’accusa per crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico. Eichmann, esile di corporatura, anonimo in viso, era responsabile delle operazioni di identificazione e trasporto degli ebrei verso i campi di sterminio, un compito assolto con tale meticolosità da assicurarsi che perfino i treni carichi di prigionieri viaggiassero in orario.
Tutto questo potrebbe già insinuare dei dubbi sulla plausibilità di un’idea (ampiamente condivisa nella nostra cultura) che vede la condotta umana come il prodotto esclusivo delle caratteristiche di personalità di chi la mette in atto. I dubbi potrebbero persino aumentare se si presta attenzione al messaggio che arriva dalla psicologia sociale: scienziati di fama internazionale (Stanley Milgram, Philip Zimbardo, John Darley, per citarne alcuni) hanno osservato in laboratorio gente comune, di varia età ed estrazione socioculturale, selezionata proprio perché i profili di personalità erano perfettamente nella norma, dare scosse elettriche letali a una vittima innocente, picchiare altri partecipanti, restare inerte dinanzi a una crisi epilettica di un giovane collega. In circostanze estreme, eccezionali, sembra dunque che si modifichi temporaneamente l’assetto cognitivo della persona al punto che questa tende a smarrire le doti morali di cui normalmente dispone, lasciandosi schiacciare dal potere della situazione immediata. Non importa allora conoscere in questi casi chi agisce, ma in quale contesto l’azione ha luogo. Nelle parole di Zimbardo, ideatore dell’Esperimento Carcerario di Stanford e tra i massimi esperti di Psicologia del Male:
Le situazioni sociali possono avere sul comportamento e sul funzionamento mentale di individui, gruppi e leader nazionali effetti più profondi di quanto non crederemmo possibile. Alcune situazioni possono esercitare un’influenza così potente su di noi da indurci a comportarci in modi che non avremmo previsto, che non avremmo mai potuto prevedere. Il potere situazionale è importante soprattutto in contesti nuovi, in quelli, cioè, in cui le persone non possono fare appello a direttive precedenti per le loro inedite opzioni comportamentali. In tali situazioni le abituali strutture di ricompensa cambiano e le aspettative sono invalidate. Le variabili di personalità sono di scarsa utilità predittiva, perché dipendono dalle previsioni di azioni future elaborate sulla base di reazioni caratteristiche passate, in situazioni note, ma raramente nel tipo di situazione nuova che [si] affronta in quel momento [...]. Pertanto, ogniqualvolta cerchiamo di comprendere la causa di un comportamento strano, insolito, nostro o altrui, dovremmo partire dall’analisi della situazione. Dovremmo dare la precedenza alle analisi disposizionali (geni, tratti di personalità, patologie personali, e così via) solo quando il lavoro di investigazione basato sulla situazione non riesce a trovare un significato. Il mio collega Lee Ross aggiunge che tale approccio ci invita a praticare la «carità attribuzionale». Ciò significa non partire attribuendo all’agente la colpa dell’atto ma piuttosto, caritatevolmente, indagando per prima cosa la scena, alla ricerca di determinanti situazionali dell’atto .
Libero arbitrio e condotta razionale diventano allora illusioni quando la persona opera in contesti insoliti: qui, piuttosto, sono una serie di forze psicosociali a prendere il sopravvento e a orientare la maggior parte degli individui comuni verso il male, che a seconda dei casi può declinarsi nell’umiliazione, nella tortura, nell’uccisione di un altro essere umano. Gli scienziati sociali sono riusciti a identificare alcune di queste forze.
La deindividuazione. «Per combattersi fra loro, i pulcini di una stessa chioccia si dipingono il volto di colori diversi»: questo proverbio vietnamita riesce a esemplificare con efficacia il concetto di deindividuazione e la sua potenziale violenza. Alcune situazioni sembrano spogliarci dell’identità personale, di ciò che solitamente siamo, facendoci sentire anonimi — succede ad esempio quando nessuno ci conosce, né si cura di farlo, o quando siamo parte di una folla o di un gruppo. In questi casi la condotta tende a non esser più guidata da valori interni ma da norme situazionali. L’anonimato produce una trasformazione del funzionamento cognitivo in seguito alla quale si assiste a una riduzione del senso di responsabilità personale, a uno spostamento dell’attenzione sul qui e ora, a un prevalere degli aspetti emotivi su quelli razionali; laddove il contesto dovesse giustificare un comportamento antisociale, un tale assetto porrebbe le premesse per la sua messa in atto. La deindividuazione inibisce dunque, pesantemente, le capacità logiche e le regole morali, favorendo un comportamento estremamente emotivo, irrazionale, regressivo. Robert Watson, antropologo all’università di Harvard, utilizzò numerosi resoconti di antropologi e psicologi per concludere che le torture, le mutilazioni o le uccisioni di esseri umani venivano compiute nell’80 per cento dei casi da guerrieri che si erano in precedenza deindividuati ricorrendo all’uso di maschere e di pitture su viso e corpo. Al contrario, chi prima della battaglia manteneva l’aspetto abituale tendeva a non infierire sulle vittime .
La deumanizzazione. La percezione di una similitudine tra sé e gli altri esseri umani rappresenta un ottimo deterrente contro la violenza. In alcuni casi, però, gli altri vengono percepiti al pari di oggetti o di entità subumane anziché come uomini. Deumanizzare vuol dire proprio categorizzare un altro individuo o gruppo sociale al di fuori della sfera umana. Tale processo comporta un cedimento degli standard morali della persona in seguito al quale diviene possibile agire in maniera crudele sul bersaglio, senza più provare alcun senso di colpa. Non è un caso che i nazisti raffigurassero gli ebrei come «topi» o che gli hutu considerassero i tutsi «scarafaggi»: una svalutazione così radicale avrebbe facilitato l’aumento progressivo delle azioni distruttive nei confronti di questi ex esseri umani, fino alla loro uccisione . Il potere dell’etichetta deumanizzante è stato chiaramente dimostrato in un esperimento condotto negli anni Settanta dal gruppo di ricerca di Albert Bandura . I partecipanti, studenti di psicologia suddivisi in tre condizioni sperimentali, avevano il compito di punire con delle scosse elettriche gli errori commessi da un gruppo di ragazzi impegnati nell’altro laboratorio a risolvere alcuni problemi (in realtà la stanza accanto era vuota). Prima di iniziare la prova, i partecipanti alla condizione deumanizzata sentivano l’assistente di Bandura definire gli altri di là «degli animali»; quelli nella condizione umanizzata e neutra, invece, erano rispettivamente esposti a un commento positivo («Sembrano dei bravi ragazzi») e a uno imparziale («I ragazzi sono pronti»). I risultati mostrarono che chi prese parte alla condizione deumanizzata agì in maniera decisamente più crudele rispetto ai partecipanti alla condizione neutra e umanizzata (questi ultimi mostrarono il più basso livello di aggressività).
Il conformismo. A volte l’influenza esercitata dagli altri è così forte da indurre a modificare il proprio comportamento fino a uniformarsi ai criteri da questi stabiliti. Succede soprattutto in situazioni nuove e critiche, dove, non sapendo che fare, si utilizzano gli esperti come fonte di informazione su cui regolare la condotta; similmente, conoscendo le norme sociali di un determinato gruppo, si può decidere di agire in maniera rischiosa pur di piacere ed essere accettati. Il primo tipo di conformismo è definito informazionale, il secondo normativo, e la forza di entrambi risiede nell’aiuto offerto a chiunque voglia ovviare al proprio stato di insicurezza. Non è allora difficile immaginare che in situazioni ambigue, gruppali, critiche al punto da inibire il pieno utilizzo delle capacità logico-analitiche, molta gente giunga ad allineare la condotta personale a quella riprovevole della maggioranza pur di ricavare vantaggi psicologici, economici o sociali. Si tratta di un comportamento chiaramente divergente rispetto alla massima dell’etica della responsabilità — tema centrale nell’opera di Max Weber — visto che tiene in poco conto le ripercussioni (peraltro prevedibili) del comportamento stesso sulla vita di altri esseri umani. La pressione a conformarsi ha avuto un ruolo centrale nelle torture perpetrate dai militari americani sui detenuti iracheni ad Abu Ghraib. Privi di qualsiasi addestramento specifico, questi militari si ritrovarono a dover vigilare sui prigionieri di un carcere praticamente privo di regole. Nessuno sapeva bene come comportarsi e mancavano le direttive dall’alto. Bisognava però agire. La tensione nervosa, la scarsa lucidità, il caos e la totale anomia fanno emergere norme perverse cui la maggior parte degli individui si conforma per continuare a sopravvivere. C’è paura del rifiuto o della punizione da parte dei compagni qualora non ci si dovesse adeguare alla nuova regola, c’è il timore di non riuscire a sopravvivere in un contesto malato sentendosi costantemente insultati, fuori dal gruppo, devianti rispetto alla norma emergente che richiede spietatezza. L’azione più facile consiste allora nel copiare l’unico modello disponibile: quello della guardia che ha fatto la prima mossa, ritenuta solo per questa ragione la più esperta. L’azione di questo meccanismo — rafforzata dall’attivazione dei processi di deindividuazione, deumanizzazione, diffusione della responsabilità — ha spinto un gruppo di militari americani a torturare ripetutamente i prigionieri di Abu Ghraib, fino, nello specifico, a tenerli al guinzaglio, ad ammassarli nudi in una piramide umana, a colpirli con sedie e bastoni, a sodomizzarli con manici di scopa, a obbligarli in pose sessualmente esplicite, ad attaccarli a fili elettrici.
La diffusione della responsabilità. Si tratta di un processo psicologico che contribuisce in maniera indiretta alla produzione del male. È il male dell’inazione, quello che riguarda la quasi totalità della gente che insieme ad altri assiste a una emergenza. In simili casi, la norma che spinge a soccorrere la vittima è indebolita non solo da timori egoistici (danno fisico, ad esempio, imbarazzo o coinvolgimento in interrogatori) ma anche — soprattutto, sarebbe meglio dire — dalla presenza degli altri potenziali soccorritori: poiché nessuno in particolare sente l’obbligo di intervenire, si innesca una diffusione della responsabilità accompagnata da una diffusione dell’eventuale biasimo per non aver preso alcuna iniziativa. In aggiunta, a volte è impossibile determinare come gli altri stiano reagendo all’emergenza — magari qualcuno ha già fatto qualcosa in favore della vittima. A peggiorare il quadro interviene l’ignoranza collettiva: quando tutti osservano e nessuno si muove, il messaggio implicito è che probabilmente la faccenda non è così seria. Il punto è che in casi come questo anche gli altri stanno cercando di comprendere la situazione, ignari che il loro indugiare rappresenta un modello di indifferenza per il resto degli astanti. La conseguenza di tutto ciò si manifesta, nella maggior parte dei casi, con il mancato intervento. Più volte nella cronaca recente si è fatto ricorso al cinismo degli astanti o al disorientamento valoriale e spirituale della società moderna per spiegare l’inazione di quanti hanno assistito a pestaggi e omicidi. Una spiegazione di senso comune che non tiene in nessuna considerazione le conoscenze, vecchie di decenni, della psicologia sociale.
L’obbedienza. È la propensione a sottomettersi agli ordini (anche immorali) di figure dotate dello status di autorità. Tali figure, considerate competenti e in grado di stabilire ciò che è moralmente lecito, si assumono in maniera inequivocabile la responsabilità di quanto accade, per cui, nella maggioranza della gente, nasce una coscienza sostitutiva in cui la lealtà alla figura autoritaria e la dedizione al compito assegnato si ritagliano uno spazio centrale. La sofferenza altrui viene svuotata di significato emotivo, specialmente se la vittima è fuori dal campo percettivo di chi esegue gli ordini. La distanza rende infatti astratto il dolore altrui, riduce l’imbarazzo e il senso di colpa nei confronti della vittima, ma anche la capacità di cogliere il nesso tra il proprio agire e le sue conseguenze. A riprova di ciò, Bocchiaro e Zimbardo , nell’ambito di un più ampio studio volto a indagare le ragioni sottostanti l’azione (dis)obbediente, hanno posto le figure di «vittima» e «carnefice» l’una di fronte all’altra così da stimolare tra loro un elevato contatto emozionale; parallelamente, la dislocazione nella stanza accanto della figura autoritaria avrebbe dovuto indebolirne il potere coercitivo. In linea con le ipotesi dei ricercatori, i dati hanno mostrato un tasso di obbedienza notevolmente ridotto (30 percento) rispetto al 65 percento riscontrato da Milgram nella condizione base del suo esperimento — qui era la vittima a essere isolata da un punto di vista fisico e psicologico, mentre l’autorità e chi eseguiva gli ordini condividevano lo stesso ambiente . Infine, l’obbedienza è alimentata dalla sequenzialità dell’azione: la persona resta cioè invischiata in un meccanismo perverso che le rende difficile disobbedire visto che non lo ha fatto fino a quel momento. L’eventuale decisione di arrestare il processo comporterebbe una tacita bocciatura della propria azione passata, nonché la necessità di trovare una giustificazione logica per il ritiro. Il costo è evidentemente elevato.
La ricerca mostra che l’attivazione di uno solo dei processi finora descritti può essere sufficiente per sopprimere i normali vincoli morali e creare i presupposti per l’attuazione di condotte disumane anche in persone solitamente tranquille . È facile allora immaginare cosa può accadere quando, fuori dai laboratori di psicologia, tali processi si attivano in maniera combinata, magari in circostanze che legittimano la condotta antisociale. Tutto questo non va però interpretato come l’avamposto di un atteggiamento giustificazionista. Quantunque l’incastro delle dinamiche situazionali gli fu decisamente sfavorevole, sarebbe ingiusto sorvolare sullo zelo che contraddistinse l’operato di Adolf Eichmann — per citare un esempio tra i più tragici — nel corso della folle soluzione finale. Quest’uomo contribuì in maniera determinante al massacro di un intero popolo; condannarne la condotta è quantomeno doveroso. Il fatto però di disapprovare una condotta non deve impedire di spiegarne la genesi usando tutto l’equilibrio di cui si è capaci. L’output sarà rappresentato da affermazioni crudamente descrittive, che nulla hanno in comune con i giudizi morali sul dato empirico. Trae una conclusione impropria chi, ciononostante, volesse ostinarsi a cogliere in quelle affermazioni un sapore assolutorio.
Se dovessimo concludere qui l’analisi sulla psicologia del male, a emergere sarebbe l’immagine di un essere umano sovrastato da potenti fattori situazionali; una figura che soccombe in laboratorio come nella vita vera, incapace di tirarsi fuori dalle sabbie mobili dell’immoralità. Se però osserviamo i fatti con maggiore attenzione, ci accorgiamo che non sempre è così: in laboratorio come nella vita vera una minoranza di individui agisce sempre in maniera opposta agli altri, soccorrendo qualcuno in difficoltà, disobbedendo a degli ordini ingiusti e così via. La psicologia non conosce purtroppo queste figure, fatto salvo il loro profilo di personalità pressoché identico a quello del resto della popolazione. Si tratterebbe cioè di individui comuni, in grado però, in quel frangente, di agire in maniera coraggiosa e altruistica. Individui che, forse vittime di una credenza diffusa secondo cui gli eroi possiedono caratteristiche speciali, dichiarano sistematicamente di aver solo fatto il proprio dovere, che «chiunque in quella situazione avrebbe agito come me». Non sappiamo cosa spinga questa minoranza ad agire in maniera eroica. Possiamo però affermare che qualcosa ha attivato in loro i canali dell’empatia, del pensiero critico, del senso di giustizia, corsie preferenziali per attuare condotte sane; potrebbe anche essere stato un dettaglio il responsabile di tale attivazione, un aspetto marginale del contesto (una frase percepita appena, uno sguardo, un sorriso, un oggetto). La situazione immediata rappresenta dunque, ancora una volta, il fulcro della condotta. Ciò non vuol dire che il repertorio personale sia irrilevante: giungere in laboratorio equipaggiati di capacità riflessive ed empatiche, tratti altruistici, elevati standard morali aiuta, ma potrebbe non bastare – alcune di queste caratteristiche si riscontrano spesso tra chi si rende protagonista di condotte distruttive. Sarebbe semplicistico, d’altronde, credere che sia sufficiente sviluppare certe doti per proteggersi dal rischio di agire in maniera crudele. Sono molto potenti le situazioni, e lo dimostrano continuamente. Nel bene e nel male.
Piero Bocchiaro