giovedì 13 gennaio 2011

"Psicologia del male": il malvagio che è in noi




di Christian Stocchi


Di fronte a violenze, omicidi, stragi, scrutiamo increduli i volti dei colpevoli come se fossero animali rari, che nulla hanno a chefare con il genere umano. L'interpretazione è rassicurante. Ma sbagliata. La banalità del male si annida in ognuno di noi e i nostri comportamenti sono condizionati dal contesto molto più di quanto pensiamo. Lo spiega il ricercatore Piero Bocchiaro in "Psicologia del male". Prendete Adolf Eichmann, il nazista che curò le operazioni di trasporto degli ebrei verso i campi di concentramento, uno dei massimi responsabili dell'Olocausto: arrestato nel 1960 a Buenos Aires, fu processato l'anno dopo in Israele. La sua linea di difesa? "Ho obbedito agli ordini". I giudici lo condannarono a morte. Era un uomo terribilmente perverso? A chi lo visitò parve incredibilmente normale. Perché allora si macchiò di crimini così orribili?

Il 7 agosto '61 lo psicologo Stanley Milgram realizzò un esperimento scientifico, reclutando alcune cavie: persone normali di diverso carattere e varia estrazione sociale. Queste, assunto il ruolo di insegnante, avevano il compito di verificare la capacità di apprendimento di un (finto) allievo: gli errori dovevano essere puniti con una (finta) scarica elettrica per ordine di un (finto) psicologo. L'esito fu sorprendente: nessuno dei partecipanti, quando seppe in cosa consisteva l'esperimento, si rifiutò di partecipare. Tutti, ovviamente ignari della finzione, arrivarono a impartire scosse assai alte, la maggior parte proseguì fino alla fine, anche di fronte all'estrema sofferenza dell'allievo. L'obbedienza all'autorità (insieme ad altri aspetti psicologici decisivi, come la sequenzialità dell'azione) prevale sul precetto morale di non fare del male.

Bocchiaro richiama altri casi di laboratorio e spiega ad esempio perché in alcune situazioni tendiamo a non prestare soccorso al prossimo: paradossalmente ci sentiamo deresponsabilizzati quando tanti vedono una persona vittima di violenza. Richiamando fatti di cronaca, il ricercatore prova a spiegare anche che cosa si scatena in un gruppo di persone normali fino a trasformarlo in una banda di teppisti crudeli. L'autore ricorda anche l'esperimento svolto a Stanford, che vide miti studenti, alcuni dichiaratamente pacifisti, diventare carcerieri e prigionieri: fu sospeso dopo sei giorni perché la violenza stava diventando inarrestabile (ricordate i fatti di Abu Ghraib?).

Conclusione: il contesto può trascinare anche persone tranquille a compiere atti violenti o malvagi. Attenzione, però: spiegare certi meccanismi psicologici non significa giustificare i responsabili, perché certi orrori gridano vendetta agli occhi degli uomini e di Dio (e comunque anche negli esperimenti ricordati esiste sempre una minoranza che si oppone). I crimini, insomma, restano crimini e vanno condannati. Ma la psicologia sociale ci aiuta a capire che siamo un impasto di luce e di ombra, di bene e di male, di paradiso e di inferno. E poi che i Cattivi e i Buoni esistono solo nelle favole.

venerdì 31 dicembre 2010

Gli uomini e il male. Intervista a Piero Bocchiaro



Una delle più grandi dicotomie esistenti nella vita quotidiana degli uomini è quella tra buoni e cattivi, bene e male. Piero Bocchiaro nel saggio Psicologia del Male (Laterza), prendendo spunto da quattro esperimenti classici della psicologia sociale, approfondisce le dinamiche con cui gli esseri umani scelgono il loro comportamento in determinate situazioni, ricostruendo i processi psicologici che si innescano.

La teoria di fondo di questo saggio si basa su alcuni studi condotti negli anni Sessanta, da cui risulta che le diverse forme del male possono essere compiute da qualsiasi persona che si trovi in particolari circostanze. Esistono, quindi, alcune variabili contestuali che potremmo definire “chiave” per compiere azioni cariche di male?

Esistono alcune variabili o forze di tipo sociale che, a prescindere dal periodo storico e dalla cultura, intervengono e spingono la persona ad agire in maniera crudele: l’obbedienza all’autorità, la diffusione di responsabilità, la de-individuazione, la de-umanizzazione, il conformismo. Nel mio libro mi soffermo sugli effetti di ognuna di esse, è chiaro però che nei contesti reali queste variabili possono presentarsi insieme, aumentando la loro influenza. Se ci troviamo, per esempio, in presenza di una folla, interverranno sia i processi di de-individuazione che quelli di diffusione della responsabilità.

Nel suo libro parla, però, anche di alcune persone che hanno agito in maniera caritatevole, come ad esempio Perlasca, e che operano nell’interesse degli altri. Quali dinamiche si innescano, invece, in questi casi? Cosa può far scaturire l’empatia o quella che lei chiama “vicinanza” alle persone che hanno bisogno di aiuto?

Esiste una minoranza di persone, una vera e propria micro categoria, che in una situazione in cui la maggioranza agirebbe verso il male, non sente il richiamo verso la cattiva azione. Queste persone vengono quindi considerate degli eroi, personalità fuori dal comune. In realtà, le persone che misero a repentaglio la propria vita per salvare gli ebrei, in base agli studi effettuati, non posseggono caratteristiche particolarmente diverse dalla media. Se noi conoscessimo a priori i profili di personalità di mille persone, non saremmo in grado di prevedere un comportamento eroico. E’ una questione, quindi, ancora molto aperta, lo stesso Prof. Miligram durante il suo esperimento effettuato negli anni Sessanta si chiese se le persone più caritatevoli e quelle che disobbedivano all’autorità per la salvaguardia della vittima possedessero fattori di personalità e un background diversi dagli altri, in realtà dai risultati non si evinsero sostanziali differenze. Gli studi che sto conducendo con il Prof. Zimbardo presso l’Università di Amsterdam sono rivolti alla comprensione delle dinamiche che scattano con la disobbedienza all’autorità nel caso sia reputata ingiusta. L’obiettivo è capire perché una minoranza di persone riesce a disobbedire.

Il concetto chiave di disimpegno morale è preso in prestito dal Prof. Bandura ed è presente sia nei suoi studi che in quelli del Prof. Zimbardo, autore anche della prefazione al suo libro. Ci spiega in breve in cosa consiste e che peso ha sulla condotta delle persone?

Il disimpegno morale viene in soccorso a chi, una volta agito in maniera negativa, deve evitare il senso di colpa. Bandura ha studiato ognuna di queste strategie come la colpevolizzazione della vittima, o l’agire per un bene superiore, la diffusione della responsabilità. Ci sono tante armi che ognuno di noi ha e utilizza in buona fede. Avendo a disposizione queste giustificazioni, la persona che compie il male le usa per non sentirsi completamente colpevole e responsabile.

Alla luce dei fatti di cronaca nera accaduti in Italia negli ultimi anni (i delitti di Novi Ligure, Cogne, la strage di Erba, l’omicidio di Meredith Kercher e di Sara Scazzi e la scomparsa nell’ultimo mese di Yara Gambirasio), qual è il rapporto tra mezzi di comunicazione che raccontano questi episodi e il pubblico, si può arrivare a parlare di imitazione?

La tv e la stampa usano l’attrazione del pubblico per gli eventi appetibili e “eccezionali” che fanno notizia. E’ difficile pensare a un rapporto causa-effetto diretto tra ciò che viene raccontato e i comportamenti crudeli di cui parliamo, in cui la causa è la tv e l’effetto è l’azione negativa. Per capire più a fondo le azioni bisogna sottolineare l’importanza del contesto in cui ci si trova, questo, infatti, è il messaggio finale del mio libro. Non credo però, per fortuna, che i mezzi di comunicazione di massa possano in definitiva essere demonizzati e incolpati davvero di ciò che di brutto accade e continua ad accadere in Italia e non solo.

Esistono alcuni percorsi concentrati sulla prevenzione di alcuni atteggiamenti negativi?

Si tratta di temi molto caldi per la psicologia, che da sempre si è concentrata sullo studio dei lati oscuri e del male, per questo motivo ciò che riguarda il bene e i comportamenti eroici rappresenta una novità assoluta. Insieme a Zimbardo sto lavorando sulla concezione diversa di quella che viene chiamata “banalità del bene” in contrapposizione alla “banalità del male” di Anna Arendt. Se è vero che molti possono comportarsi in maniere malvagia, è anche vero che molti possono agire in maniera inaspettatamente eroica. Già il fatto quindi di possedere la convinzione che una persona possa comunque comportarsi in maniera molto altruistica rende quel comportamento più vicino. E’ chiaro che avere coscienza dei fenomeni psico-sociali, metabolizzarli e farli propri, mette in guardia dall’agire in maniera negativa. Riconoscere una situazione particolare, un’emergenza, e sapere normalmente cosa si dovrebbe fare, fa sì che non tutti, ma una buona percentuale, agisca nella maniera giusta. In definitiva quindi un primo passo da fare è mettere a conoscenza di questi fenomeni il maggior numero di persone per predisporli a usare strumenti utili alla sensibilizzazione.
Rossella Pardi

domenica 29 agosto 2010

L'occasione fa' l'uomo aguzzino





«Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!»: chi ha letto Il signore delle mosche ricorderà questa cantilena intonata dai protagonisti del romanzo prima di massacrare un ragazzo e di lanciarne un altro dal dirupo. Giovani studenti britannici, per chi non lo sapesse, ben educati, di buona famiglia, naufraghi su un’isola deserta in seguito a una tragedia aerea. William Golding racconta di un male che sguscia via dai confini cui siamo soliti relegarlo per penetrare in territori dalla segnaletica rifatta, dove bontà e malvagità si rimescolano rendendo difficile ogni previsione sulla condotta umana. Il male banale, insomma — come definito da Hannah Arendt —, che fa paura proprio perché nascosto dietro fattezze comuni. Se la violenza commessa da un individuo deviato rientra infatti nell’ordine naturale delle cose, quella perpetrata dalla categoria insospettabili finisce fatalmente col mettere paura perché scombussola l’idea di un mondo sotto controllo.

Di questi insospettabili ce ne sono parecchi, e purtroppo non solo in letteratura: i giornali ci raccontano continuamente delle atrocità commesse da cittadini-modello (quelle riguardanti le due maestre d’asilo di Pistoia rappresentano solo un esempio tra i più noti della recente cronaca italiana) e la storia ci consegna da sempre incarnazioni della banalità del male. Quella di Adolf Eichmann è con molta probabilità la più nota. Seppure indicato come esempio di psicologia ideale da uno psichiatra che ne esaminò la personalità — un altro, durante il processo di Gerusalemme, aggiunse «Più normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato» —, sul tenente colonnello delle SS pendevano quindici capi d’accusa per crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico. Eichmann, esile di corporatura, anonimo in viso, era responsabile delle operazioni di identificazione e trasporto degli ebrei verso i campi di sterminio, un compito assolto con tale meticolosità da assicurarsi che perfino i treni carichi di prigionieri viaggiassero in orario.

Tutto questo potrebbe già insinuare dei dubbi sulla plausibilità di un’idea (ampiamente condivisa nella nostra cultura) che vede la condotta umana come il prodotto esclusivo delle caratteristiche di personalità di chi la mette in atto. I dubbi potrebbero persino aumentare se si presta attenzione al messaggio che arriva dalla psicologia sociale: scienziati di fama internazionale (Stanley Milgram, Philip Zimbardo, John Darley, per citarne alcuni) hanno osservato in laboratorio gente comune, di varia età ed estrazione socioculturale, selezionata proprio perché i profili di personalità erano perfettamente nella norma, dare scosse elettriche letali a una vittima innocente, picchiare altri partecipanti, restare inerte dinanzi a una crisi epilettica di un giovane collega. In circostanze estreme, eccezionali, sembra dunque che si modifichi temporaneamente l’assetto cognitivo della persona al punto che questa tende a smarrire le doti morali di cui normalmente dispone, lasciandosi schiacciare dal potere della situazione immediata. Non importa allora conoscere in questi casi chi agisce, ma in quale contesto l’azione ha luogo. Nelle parole di Zimbardo, ideatore dell’Esperimento Carcerario di Stanford e tra i massimi esperti di Psicologia del Male:

Le situazioni sociali possono avere sul comportamento e sul funzionamento mentale di individui, gruppi e leader nazionali effetti più profondi di quanto non crederemmo possibile. Alcune situazioni possono esercitare un’influenza così potente su di noi da indurci a comportarci in modi che non avremmo previsto, che non avremmo mai potuto prevedere. Il potere situazionale è importante soprattutto in contesti nuovi, in quelli, cioè, in cui le persone non possono fare appello a direttive precedenti per le loro inedite opzioni comportamentali. In tali situazioni le abituali strutture di ricompensa cambiano e le aspettative sono invalidate. Le variabili di personalità sono di scarsa utilità predittiva, perché dipendono dalle previsioni di azioni future elaborate sulla base di reazioni caratteristiche passate, in situazioni note, ma raramente nel tipo di situazione nuova che [si] affronta in quel momento [...]. Pertanto, ogniqualvolta cerchiamo di comprendere la causa di un comportamento strano, insolito, nostro o altrui, dovremmo partire dall’analisi della situazione. Dovremmo dare la precedenza alle analisi disposizionali (geni, tratti di personalità, patologie personali, e così via) solo quando il lavoro di investigazione basato sulla situazione non riesce a trovare un significato. Il mio collega Lee Ross aggiunge che tale approccio ci invita a praticare la «carità attribuzionale». Ciò significa non partire attribuendo all’agente la colpa dell’atto ma piuttosto, caritatevolmente, indagando per prima cosa la scena, alla ricerca di determinanti situazionali dell’atto .

Libero arbitrio e condotta razionale diventano allora illusioni quando la persona opera in contesti insoliti: qui, piuttosto, sono una serie di forze psicosociali a prendere il sopravvento e a orientare la maggior parte degli individui comuni verso il male, che a seconda dei casi può declinarsi nell’umiliazione, nella tortura, nell’uccisione di un altro essere umano. Gli scienziati sociali sono riusciti a identificare alcune di queste forze.

La deindividuazione. «Per combattersi fra loro, i pulcini di una stessa chioccia si dipingono il volto di colori diversi»: questo proverbio vietnamita riesce a esemplificare con efficacia il concetto di deindividuazione e la sua potenziale violenza. Alcune situazioni sembrano spogliarci dell’identità personale, di ciò che solitamente siamo, facendoci sentire anonimi — succede ad esempio quando nessuno ci conosce, né si cura di farlo, o quando siamo parte di una folla o di un gruppo. In questi casi la condotta tende a non esser più guidata da valori interni ma da norme situazionali. L’anonimato produce una trasformazione del funzionamento cognitivo in seguito alla quale si assiste a una riduzione del senso di responsabilità personale, a uno spostamento dell’attenzione sul qui e ora, a un prevalere degli aspetti emotivi su quelli razionali; laddove il contesto dovesse giustificare un comportamento antisociale, un tale assetto porrebbe le premesse per la sua messa in atto. La deindividuazione inibisce dunque, pesantemente, le capacità logiche e le regole morali, favorendo un comportamento estremamente emotivo, irrazionale, regressivo. Robert Watson, antropologo all’università di Harvard, utilizzò numerosi resoconti di antropologi e psicologi per concludere che le torture, le mutilazioni o le uccisioni di esseri umani venivano compiute nell’80 per cento dei casi da guerrieri che si erano in precedenza deindividuati ricorrendo all’uso di maschere e di pitture su viso e corpo. Al contrario, chi prima della battaglia manteneva l’aspetto abituale tendeva a non infierire sulle vittime .

La deumanizzazione. La percezione di una similitudine tra sé e gli altri esseri umani rappresenta un ottimo deterrente contro la violenza. In alcuni casi, però, gli altri vengono percepiti al pari di oggetti o di entità subumane anziché come uomini. Deumanizzare vuol dire proprio categorizzare un altro individuo o gruppo sociale al di fuori della sfera umana. Tale processo comporta un cedimento degli standard morali della persona in seguito al quale diviene possibile agire in maniera crudele sul bersaglio, senza più provare alcun senso di colpa. Non è un caso che i nazisti raffigurassero gli ebrei come «topi» o che gli hutu considerassero i tutsi «scarafaggi»: una svalutazione così radicale avrebbe facilitato l’aumento progressivo delle azioni distruttive nei confronti di questi ex esseri umani, fino alla loro uccisione . Il potere dell’etichetta deumanizzante è stato chiaramente dimostrato in un esperimento condotto negli anni Settanta dal gruppo di ricerca di Albert Bandura . I partecipanti, studenti di psicologia suddivisi in tre condizioni sperimentali, avevano il compito di punire con delle scosse elettriche gli errori commessi da un gruppo di ragazzi impegnati nell’altro laboratorio a risolvere alcuni problemi (in realtà la stanza accanto era vuota). Prima di iniziare la prova, i partecipanti alla condizione deumanizzata sentivano l’assistente di Bandura definire gli altri di là «degli animali»; quelli nella condizione umanizzata e neutra, invece, erano rispettivamente esposti a un commento positivo («Sembrano dei bravi ragazzi») e a uno imparziale («I ragazzi sono pronti»). I risultati mostrarono che chi prese parte alla condizione deumanizzata agì in maniera decisamente più crudele rispetto ai partecipanti alla condizione neutra e umanizzata (questi ultimi mostrarono il più basso livello di aggressività).

Il conformismo. A volte l’influenza esercitata dagli altri è così forte da indurre a modificare il proprio comportamento fino a uniformarsi ai criteri da questi stabiliti. Succede soprattutto in situazioni nuove e critiche, dove, non sapendo che fare, si utilizzano gli esperti come fonte di informazione su cui regolare la condotta; similmente, conoscendo le norme sociali di un determinato gruppo, si può decidere di agire in maniera rischiosa pur di piacere ed essere accettati. Il primo tipo di conformismo è definito informazionale, il secondo normativo, e la forza di entrambi risiede nell’aiuto offerto a chiunque voglia ovviare al proprio stato di insicurezza. Non è allora difficile immaginare che in situazioni ambigue, gruppali, critiche al punto da inibire il pieno utilizzo delle capacità logico-analitiche, molta gente giunga ad allineare la condotta personale a quella riprovevole della maggioranza pur di ricavare vantaggi psicologici, economici o sociali. Si tratta di un comportamento chiaramente divergente rispetto alla massima dell’etica della responsabilità — tema centrale nell’opera di Max Weber — visto che tiene in poco conto le ripercussioni (peraltro prevedibili) del comportamento stesso sulla vita di altri esseri umani. La pressione a conformarsi ha avuto un ruolo centrale nelle torture perpetrate dai militari americani sui detenuti iracheni ad Abu Ghraib. Privi di qualsiasi addestramento specifico, questi militari si ritrovarono a dover vigilare sui prigionieri di un carcere praticamente privo di regole. Nessuno sapeva bene come comportarsi e mancavano le direttive dall’alto. Bisognava però agire. La tensione nervosa, la scarsa lucidità, il caos e la totale anomia fanno emergere norme perverse cui la maggior parte degli individui si conforma per continuare a sopravvivere. C’è paura del rifiuto o della punizione da parte dei compagni qualora non ci si dovesse adeguare alla nuova regola, c’è il timore di non riuscire a sopravvivere in un contesto malato sentendosi costantemente insultati, fuori dal gruppo, devianti rispetto alla norma emergente che richiede spietatezza. L’azione più facile consiste allora nel copiare l’unico modello disponibile: quello della guardia che ha fatto la prima mossa, ritenuta solo per questa ragione la più esperta. L’azione di questo meccanismo — rafforzata dall’attivazione dei processi di deindividuazione, deumanizzazione, diffusione della responsabilità — ha spinto un gruppo di militari americani a torturare ripetutamente i prigionieri di Abu Ghraib, fino, nello specifico, a tenerli al guinzaglio, ad ammassarli nudi in una piramide umana, a colpirli con sedie e bastoni, a sodomizzarli con manici di scopa, a obbligarli in pose sessualmente esplicite, ad attaccarli a fili elettrici.

La diffusione della responsabilità. Si tratta di un processo psicologico che contribuisce in maniera indiretta alla produzione del male. È il male dell’inazione, quello che riguarda la quasi totalità della gente che insieme ad altri assiste a una emergenza. In simili casi, la norma che spinge a soccorrere la vittima è indebolita non solo da timori egoistici (danno fisico, ad esempio, imbarazzo o coinvolgimento in interrogatori) ma anche — soprattutto, sarebbe meglio dire — dalla presenza degli altri potenziali soccorritori: poiché nessuno in particolare sente l’obbligo di intervenire, si innesca una diffusione della responsabilità accompagnata da una diffusione dell’eventuale biasimo per non aver preso alcuna iniziativa. In aggiunta, a volte è impossibile determinare come gli altri stiano reagendo all’emergenza — magari qualcuno ha già fatto qualcosa in favore della vittima. A peggiorare il quadro interviene l’ignoranza collettiva: quando tutti osservano e nessuno si muove, il messaggio implicito è che probabilmente la faccenda non è così seria. Il punto è che in casi come questo anche gli altri stanno cercando di comprendere la situazione, ignari che il loro indugiare rappresenta un modello di indifferenza per il resto degli astanti. La conseguenza di tutto ciò si manifesta, nella maggior parte dei casi, con il mancato intervento. Più volte nella cronaca recente si è fatto ricorso al cinismo degli astanti o al disorientamento valoriale e spirituale della società moderna per spiegare l’inazione di quanti hanno assistito a pestaggi e omicidi. Una spiegazione di senso comune che non tiene in nessuna considerazione le conoscenze, vecchie di decenni, della psicologia sociale.

L’obbedienza. È la propensione a sottomettersi agli ordini (anche immorali) di figure dotate dello status di autorità. Tali figure, considerate competenti e in grado di stabilire ciò che è moralmente lecito, si assumono in maniera inequivocabile la responsabilità di quanto accade, per cui, nella maggioranza della gente, nasce una coscienza sostitutiva in cui la lealtà alla figura autoritaria e la dedizione al compito assegnato si ritagliano uno spazio centrale. La sofferenza altrui viene svuotata di significato emotivo, specialmente se la vittima è fuori dal campo percettivo di chi esegue gli ordini. La distanza rende infatti astratto il dolore altrui, riduce l’imbarazzo e il senso di colpa nei confronti della vittima, ma anche la capacità di cogliere il nesso tra il proprio agire e le sue conseguenze. A riprova di ciò, Bocchiaro e Zimbardo , nell’ambito di un più ampio studio volto a indagare le ragioni sottostanti l’azione (dis)obbediente, hanno posto le figure di «vittima» e «carnefice» l’una di fronte all’altra così da stimolare tra loro un elevato contatto emozionale; parallelamente, la dislocazione nella stanza accanto della figura autoritaria avrebbe dovuto indebolirne il potere coercitivo. In linea con le ipotesi dei ricercatori, i dati hanno mostrato un tasso di obbedienza notevolmente ridotto (30 percento) rispetto al 65 percento riscontrato da Milgram nella condizione base del suo esperimento — qui era la vittima a essere isolata da un punto di vista fisico e psicologico, mentre l’autorità e chi eseguiva gli ordini condividevano lo stesso ambiente . Infine, l’obbedienza è alimentata dalla sequenzialità dell’azione: la persona resta cioè invischiata in un meccanismo perverso che le rende difficile disobbedire visto che non lo ha fatto fino a quel momento. L’eventuale decisione di arrestare il processo comporterebbe una tacita bocciatura della propria azione passata, nonché la necessità di trovare una giustificazione logica per il ritiro. Il costo è evidentemente elevato.

La ricerca mostra che l’attivazione di uno solo dei processi finora descritti può essere sufficiente per sopprimere i normali vincoli morali e creare i presupposti per l’attuazione di condotte disumane anche in persone solitamente tranquille . È facile allora immaginare cosa può accadere quando, fuori dai laboratori di psicologia, tali processi si attivano in maniera combinata, magari in circostanze che legittimano la condotta antisociale. Tutto questo non va però interpretato come l’avamposto di un atteggiamento giustificazionista. Quantunque l’incastro delle dinamiche situazionali gli fu decisamente sfavorevole, sarebbe ingiusto sorvolare sullo zelo che contraddistinse l’operato di Adolf Eichmann — per citare un esempio tra i più tragici — nel corso della folle soluzione finale. Quest’uomo contribuì in maniera determinante al massacro di un intero popolo; condannarne la condotta è quantomeno doveroso. Il fatto però di disapprovare una condotta non deve impedire di spiegarne la genesi usando tutto l’equilibrio di cui si è capaci. L’output sarà rappresentato da affermazioni crudamente descrittive, che nulla hanno in comune con i giudizi morali sul dato empirico. Trae una conclusione impropria chi, ciononostante, volesse ostinarsi a cogliere in quelle affermazioni un sapore assolutorio.

Se dovessimo concludere qui l’analisi sulla psicologia del male, a emergere sarebbe l’immagine di un essere umano sovrastato da potenti fattori situazionali; una figura che soccombe in laboratorio come nella vita vera, incapace di tirarsi fuori dalle sabbie mobili dell’immoralità. Se però osserviamo i fatti con maggiore attenzione, ci accorgiamo che non sempre è così: in laboratorio come nella vita vera una minoranza di individui agisce sempre in maniera opposta agli altri, soccorrendo qualcuno in difficoltà, disobbedendo a degli ordini ingiusti e così via. La psicologia non conosce purtroppo queste figure, fatto salvo il loro profilo di personalità pressoché identico a quello del resto della popolazione. Si tratterebbe cioè di individui comuni, in grado però, in quel frangente, di agire in maniera coraggiosa e altruistica. Individui che, forse vittime di una credenza diffusa secondo cui gli eroi possiedono caratteristiche speciali, dichiarano sistematicamente di aver solo fatto il proprio dovere, che «chiunque in quella situazione avrebbe agito come me». Non sappiamo cosa spinga questa minoranza ad agire in maniera eroica. Possiamo però affermare che qualcosa ha attivato in loro i canali dell’empatia, del pensiero critico, del senso di giustizia, corsie preferenziali per attuare condotte sane; potrebbe anche essere stato un dettaglio il responsabile di tale attivazione, un aspetto marginale del contesto (una frase percepita appena, uno sguardo, un sorriso, un oggetto). La situazione immediata rappresenta dunque, ancora una volta, il fulcro della condotta. Ciò non vuol dire che il repertorio personale sia irrilevante: giungere in laboratorio equipaggiati di capacità riflessive ed empatiche, tratti altruistici, elevati standard morali aiuta, ma potrebbe non bastare – alcune di queste caratteristiche si riscontrano spesso tra chi si rende protagonista di condotte distruttive. Sarebbe semplicistico, d’altronde, credere che sia sufficiente sviluppare certe doti per proteggersi dal rischio di agire in maniera crudele. Sono molto potenti le situazioni, e lo dimostrano continuamente. Nel bene e nel male.

Piero Bocchiaro

mercoledì 28 luglio 2010

Psicologia del bene e del male: chi sono i buoni e chi i cattivi?




28 luglio 2010

Uno dei temi su cui si arrovellava lo psicoanalista tedesco di origine ebraica Erich Fromm, sollevato drammaticamente da quanto era avvenuto nei campi di concentramento nazisti, è come individui apparentemente normali, messi in condizioni idonee, possono diventare dei perversi, dei sadici, degli aguzzini. Altri, invece, sostiene Fromm, posti nelle medesime condizioni, non diventeranno mai dei perversi, non faranno mai del male (Fromm, L’amore per la vita). Cosa differenzia questi soggetti dai primi? E quali condizioni favoriscono l’espressione di una aggressività e distruttività latente? La psicoanalisi attuale, orientata in senso relazionale, e la psicologia sociale, stanno ancora cercando delle risposte.

Gli studi attuali prendono in esame anche un altro tipo di violenze, che si consumano negli ambienti tipici della vita quotidiana: individui dall’aria insospettabile, bravi padri e madri di famiglia, piacevoli compagni che tengono conto dell’opinione dei vicini, possono reprimere una pulsione che non sarebbe socialmente accettata, talvolta si abbandonano a vere e proprie torture psicologiche nei confronti di colleghi di lavoro più vulnerabili, o viceversa, individui rispettabili sul posto di lavoro vivono situazioni familiari cariche di violenza, di odio, di vendetta. O ancora, cittadini impeccabili, benevoli con i bambini e gli animali, sono tuttavia in grado di manifestare aperta ostilità ed aggressività nei confronti dello straniero.

Si tratta di un deficit di empatia o la forza di certe situazioni è tale da condizionare i comportamenti dell’individuo? Per spiegare questi casi, e anche la “banalità del male” emersa dai racconti degli imputati al processo di Norimberga, l’orrore dei campi di concentramento a cui lui stesso è sfuggito fortunosamente da bambino, ma che hanno ingoiato la sua famiglia, lo psicoanalista francese Boris Cyrulnik parla di perversione “congiunturale”, diversa dalla perversione “strutturale” in quanto non sembra, almeno apparentemente, connessa ad un particolare percorso evolutivo: il perverso congiunturale manifesta una “serena” disposizione a fare del male solo quando ne ha l’occasione.

Si può intervenire, modificandola, su una situazione che esercita un effetto di pervertimento? Cyrulnik propone di agire sui discorsi culturali che permeano l’ambiente “malato”, incrementando la partecipazione attiva dei soggetti alla cultura, ai dibattiti, alle decisioni politiche. “Si vede, allora, che molti individui si meravigliano dei propri comportamenti precedenti o di ciò in cui hanno creduto” (Boris Cyrulnik, Autobiografia di uno spaventapasseri, Raffaello Cortina Editore). Al contrario, il perverso “strutturale”, con chiare carenze nello sviluppo emotivo, risponderà soltanto in modo perverso, qualunque sia l’ambiente relazionale o la situazione.

Più drastica la posizione espressa da Phil Zimbardo, una delle figure più autorevoli della psicologia sociale contemporanea, già presidente dell’American Psychological Association, attualmente professore emerito alla Stanford University, e riproposta recentemente da Piero Bocchiaro, psicologo sociale formatosi alla Stanford University, autore del saggio “Psicologia del male” (Editori Laterza): chiunque, in particolari circostanze, può infierire contro un altro essere umano. “Compiere il male - sottolinea Zimbardo nella prefazione al saggio di Bocchiaro - vuol dire attuare in maniera intenzionale un comportamento che danneggi, oltraggi, umili, deumanizzi o distrugga una o più persone innocenti, mentre restano escluse da questa definizione le condotte che procurano sofferenza o morte in maniera accidentale. L’ipotesi di Zimbardo che annulla o quantomeno riduce lo scarto tra i buoni ed i cattivi, tra il bene ed il male, è stata testata in un famoso esperimento: nell’estate del 1971 Zimbardo, allora professore di psicologia alla Stanford University, realizzò l’Esperimento carcerario di Stanford, rivelando come un contesto carcerario possa innescare comportamenti riprovevoli nei soggetti coinvolti.

Zimbardo si prefiggeva di indagare il comportamento umano in un ambiente sociale in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. L'esperimento prevedeva l'assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, dei ruoli di guardie e prigionieri all'interno di un carcere simulato nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto. Fra 75 studenti universitari che risposero a un annuncio, furono scelti 24 maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati e meno inclini a manifestare comportamenti devianti; i giovani furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie.

I prigionieri portavano ampie divise sulle quali era applicato un numero, mentre le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole che impedivano ai prigionieri di coglierne lo sguardo. I risultati di questo esperimento sono andati oltre le previsioni degli sperimentatori, rivelandosi particolarmente drammatici: i volontari che assumevano il ruolo di prigionieri tendevano ad identificarsi automaticamente nel gruppo dei prigionieri, in contrapposizione al gruppo delle guardie, mettendo in secondo piano o escludendo del tutto altri tipi di somiglianze e differenze.

Dopo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e barricandosi all’interno delle celle, presero a inveire contro le guardie; queste ultime risposero alle ingiurie cercando di intimidirli e umiliarli in vario modo; al quinto giorno i prigionieri mostravano segni evidenti di disagio emotivo e passività mentre il comportamento delle guardie scivolava pericolosamente verso il sadismo. A questo punto i ricercatori interruppero l'esperimento.

Assumere un ruolo di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere, induce ad accettare le regole dell'istituzione come unico valore, indebolisce il senso di responsabilità personale riguardo alle conseguenze delle proprie azioni, alimentando l’espressione di impulsi antisociali. Zimbardo utilizza l’Esperimento carcerario di Stanford come modello per comprendere le dinamiche che possono verificarsi in altre situazioni - anche un innocuo ambiente lavorativo come un ufficio può trasformarsi in una prigione opprimente, con vittime designate da una parte e kapò dall’altra - e suggerisce la necessità di un cambiamento di paradigma dal modello medico prevalente focalizzato sull’individuo che compie il male verso una maggiore attenzione alle condizioni del sistema che supporta e mantiene l’abitudine al male.

L'importanza degli studi di Zimbardo è stata riproposta dalle tristi vicende del carcere di Abu Graib. Era l’aprile del 2004 quando i media di tutto il mondo diffusero le immagini della galleria di orrori di cui si erano resi responsabili i soldati americani nei confronti dei prigionieri iracheni che vi erano detenuti. Nel 2004, Zimbardo ha testimoniato presso la corte marziale in difesa del sergente Ivan “Chip” Frederick, una guardia della prigione di Abu Graib, sostenendo che la pena relativa a Frederick doveva essere valutata tenendo conto delle pressioni ambientali subite dal militare, con le aggravanti di un addestramento e di una supervisione molto limitati (a Frederick è stata inflitta una pena di 8 anni).

Tra le variabili situazionali che innescano un processo di “deindividuazione”, l’effetto “folla” è tra i più sconvolgenti: una folla inferocita o in preda al panico può divenire incontrollabile, scavalcando argini, pressando, calpestando qualunque cosa, qualunque persona si trovi sul suo cammino. “La massa psicologica è una creatura provvisoria, composta di elementi eterogenei saldati insieme per un istante, esattamente come le cellule di un corpo vivente formano, riunendosi, un essere nuovo con caratteristiche ben diverse da quelle che ciascuna di queste cellule possiede”, scriveva lo psicologo e sociologo francese Gustave Le Bon nel saggio del 1895 “Psicologia delle folle”. Gli esempi non mancano: dalla tragedia dell’Heysel, il massacro perpetrato dagli hooligan alla finale della Coppa dei Campioni dell’85, alla tragedia più recente, avvenuta il 24 luglio scorso al festival techno di Duisburg dove la micidiale ressa dei partecipanti divenuti una massa fisica (e forse anche psicologica), ha provocato una ventina di morti e centinaia di feriti.

Ammesso che il male agisca fuori e dentro di noi, cosa sappiamo del bene? Alla banalità del male, Zimbardo oppone la ordinarietà del bene. Gli eroi sono in genere eroi della vita quotidiana, i quali in particolari situazioni si coinvolgono in azioni straordinarie. Osserva Zimbardo, si tratta di individui ancora poco noti alla psicologia, che preferisce indagare menti criminali, intriganti maggiormente l’immaginario comune: è indubbiamente più facile identificarsi con l’aggressore, con colui che esercita un potere sull’altro, mentre colui che fa del bene ispira anche una certa diffidenza, come se l’attenzione per l’altro fosse già di per sé sospettabile.

Ma siamo tutti eroi pronti a fare del bene quando se presenta l’occasione? O essere dalla parte del prossimo richiede particolari competenze emozionali, un training emotivo che porta a riconoscere una comune vulnerabilità, una “conversione al bene”, la scelta consapevole tra diverse e a volte contrastanti opzioni?

Rosalba Miceli

mercoledì 7 luglio 2010

Siamo tutti potenziali carnefici






7 luglio 2010

Chi è ancora convinto che il mondo si divida in buoni e cattivi sarà costretto a ricredersi: analizzando quattro fatti di cronaca più o meno recente in parallelo a esperimenti di psicologia sociale, Piero Bocchiaro ci suggerisce come il male possa essere più vicino di quanto non ci piaccia pensare, annidato da qualche parte dentro di noi, magari nascosto ma pronto a venire allo scoperto nelle situazioni più inaspettate. Con uno stile efficace e accessibile anche ai profani, l’autore ci accompagna in un sorprendente viaggio alla scoperta della crudeltà umana, dimostrando, pagina dopo pagina, una verità ostica da digerire: ciascuno di noi è un potenziale carnefice. Si, perché la violenza estrema non deriva da un’anomalia individuale o da un tratto di personalità, ma è il risultato di processi psicologici che avvengono in persone normali in circostanze eccezionali. «Sembra che la malvagità non sia appannaggio esclusivo di individui devianti o pazzi, ma che chiunque possa infierire contro un altro essere umano. Alla classica dicotomia tra bene e male, che ci era sicuramente più congeniale perché ci permetteva un orientamento facile negli intrecci della morale» l’autore preferisce un’ottica situazionista, cioè una spiegazione del comportamento imperniata su variabili di contesto piuttosto che su presunte disposizioni permanenti del soggetto agente. Ma nessuna concessione al giustificazionismo. Spiegare non è assolvere, per quanto la comprensione possa aprire le porte al perdono.

Il libro è articolato in sezioni “Quando l’obbedienza è distruttiva: il caso Eichmann” è un aggiornamento essenziale al lavoro già svolto a suo tempo da Hannah Arendt su Eichmann, l’ufficiale delle SS responsabile dello sterminio di sei milioni di ebrei. Qui scopriamo, non senza una certa inquietudine, che la condotta di Eichmann rappresenta la regola piuttosto che l’eccezione: le ricerche dimostrano infatti che un qualsiasi individuo stretto tra la regola d’obbedienza e il principio di autorità non esiterà a somministrare scosse elettriche d’intensità sempre maggiore a una vittima innocente. Di qui la denuncia dei pericoli insiti in una società burocratica in cui l’individuo tende a delegare all’autorità e a perdere il senso del proprio agire.

Spunto della seconda sezione è il delitto Genovesi, perpetrato a New York una notte del 1964 sotto gli occhi di trentotto testimoni inerti. È un copione che si ripete anche nel nostro paese: per strada una donna viene aggredita e nessuno interviene; la notizia provoca scalpore e indigna le coscienze. Eppure pochi si interrogano su che cosa abbia potuto pensare o provare chi si è trovato coinvolto. Una negligenza che spiega anche alcuni pregiudizi diffusi, primo tra tutti quello che i luoghi più frequentati sarebbero anche i più sicuri. Al contrario di quanto si possa pensare, in effetti, la probabilità di ricevere aiuto in caso di pericolo è maggiore in una strada semideserta che non in una via affollata, e ciò perché gli eventuali soccorritori sono inibiti dall’idea che qualcun altro interverrà al suo posto. A entrare in gioco è la diffusione della responsabilità, una delle variabili situazionali che dovremmo imparare a riconoscere se vogliamo diminuire il rischio di agire contro le nostre convinzioni morali o di non agire affatto in situazioni di emergenza. Tra le variabili situazionali che immettono sul sentiero della malvagità va almeno segnalata, per il suo chiamarci direttamente in causa, “l’etichettamento eufemistico” per cui per esempio una guerra viene ribattezzata “intervento umanitario” o “missione di pace”. Ci viene in mente qualcosa? Non condividiamo forse almeno in parte anche noi la responsabilità di una generale inazione?

Anche la finestra successiva inizia con un ritmo da cronaca che c’introduce stavolta alla tragedia dell’Hysel, il massacro perpetrato dagli hooligans alla finale della Coppa dei Campioni dell’85. Sotto il riflettore dello psicologo sociale entra la massa che spoglia l’individuo della propria identità facendogli perdere cognizione di azioni e responsabilità. Non succede soltanto ai tifosi, ma anche alle più insospettabili, brave ragazze, che se poste in condizioni di anonimato sono pronte a godere nell’infliggere sofferenze gratuite a persone contro cui non hanno alcun motivo di acrimonia. Ricordando Pirandello, Freud e Le Bon dobbiamo allora ammettere che non siamo uno ma centomila, che ospitiamo dentro di noi impulsi distruttivi e che siamo pronti ad annegare la nostra coscienza personale nel mare della folla. L’invito è allora a imparare a conoscersi. Soltanto familiarizzandoci con il nostro lato oscuro darci la possibilità di lavorare per l’elevazione della coscienza morale.

L’ultimo caso che viene analizzato è anche il più recente: le carceri di Abu Gharib. Era l’aprile del 2004 quando le televisioni di tutto il mondo diffusero notizia della galleria di orrori di cui si erano resi responsabili i soldati americani infliggendo ogni genere di tortura ai prigionieri iracheni. L’autore ne fu turbato, ma non sorpreso, dal momento che già trent’anni prima un esperimento dell’università di Standford aveva rivelato che genere di azioni turpi possono essere indotte da un contesto carcerario. Più sorpreso sarà il lettore di scoprire le condizioni di vita degli agenti penitenziari che lavorano a pieno ritmo tra cadaveri e spazzatura, dormono con i topi in celle di due metri per tre e sono continuamente esposti agli assalti dei detenuti. Se si può essere al contempo aguzzini e buoni padri di famiglia è perché la malvagità è provocata da una situazione ed è propria dell’(in)azione, non dell’individuo che la compie. Per fortuna le situazioni non rivelano solo i nostri lati più oscuri, e cosi come non occorre essere perversi per compiere azioni perverse, neppure occorre essere eroi per compiere azioni eroiche. Arrivati alla fine del libro possiamo tirare un sospiro di sollievo. E prepararci a nuove scoperte…

Fratello minore de La banalità del male della Arendt, il libro è insieme una requisitoria sulla morale tradizionale e un inno all’etica della responsabilità di weberiana memoria. Sfata più di un luogo comune, istiga molti, salutari dubbi e ci obbliga a rivedere il nostro giudizio su noi stessi e sugli altri.

Luisa De Paula

sabato 19 giugno 2010

Italiani di Frontiera: l'importanza di ragionare fuori dagli schemi

Roberto Bonzio, giornalista curioso come lui stesso si definisce, è l'ideatore di Italiani di Frontiera. In un talk di 18 minuti (http://www.italianidifrontiera.com/), Roberto ci parla dell'importanza di superare e sovvertire regole e convenzioni, percorrendo nuovi territori. Parla anche del male, del ruolo del pensiero critico nel contrastarlo, e fa riferimento agli studi di Zimbardo e a "Psicologia del male". Il successo del suo progetto è testimoniato dal crescente interesse dei media nonchè dai 25 eventi che hanno finora ospitato presentazioni di IdF.

domenica 2 maggio 2010

Defying Unjust Authority: An Exploratory Study

La rivista scientifica americana Current Psychology pubblica uno studio di Bocchiaro e Zimbardo sulla disobbedienza all'autorità (2010, Vol. 29, Issue 2).

Lo studio, tra i primi al mondo su questo tema, fa luce sui momenti che precedono la scelta dei partecipanti, tentando di rispondere a una serie di interrogativi, tra cui: quali sono i tratti di personalità che differenziano gli obbedienti dai disobbedienti? Cosa succede in quegli attimi? Quali sensazioni si accompagnano alla decisione di (dis)obbedire? Che tipo di percorso mentale la precede?

Poiché l'attenzione è rivolta al rapporto individuo-autorità ingiusta (una persona, cioè, che impartisce al singolo degli ordini immorali), la disobbedienza in simili contesti rappresenta la condotta auspicabile. Il progetto di ricerca è attualmente in corso di svolgimento alla Free University di Amsterdam.